Lorito. Krill e microplastica. Una “coppia” con alti e bassi
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13 Aprile 2018
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La nuova ricerca “Turning microplastics into nanoplastics through digestive fragmentation by Antarctic krill” di Dawson A. e altri (2018) ha dimostrato che il krill antartico (Euphausia superba) riesce a digerire le microplastiche riducendole in nanoplastiche. In altri termini, il krill assume plastiche di 31,5 µm (dove 1 µm è un millesimo di millimetro) e dopo la digestione espelle frammenti inferiori a 1 µm. Ovviamente è da precisare che il krill non riuscirebbe a digerire la plastica se essa non fosse stata già in parte degradate da UV e sistemi digerenti di altri animali.

Tuttavia quella che può sembrare una meravigliosa notizia, non lo è in tutte le sue parti. Infatti la formazione di queste particelle di plastica di dimensioni inferiori è dannosa, poiché anche gli organismi più piccoli del krill (circa 5 cm) possono poi nutrirsi di plastica. L’inquinamento, quindi, si espande fino alle profondità marine, poiché la nanoplastiche sono ingerite da organismi marini di dimensioni ridotte, tuttavia non sono digerite dagli stessi, ma sono accumulate. Ad esempio, in “Bioaccumulation of persistent organic pollutants in the deepest ocean fauna” di Jamieson A. e altri (2017), avevano dimostrato che anche a 11.000 km sotto la superficie del mare (nella Fossa delle Marianne) organismi avevano accumulato inquinati e plastica. In aggiunta, le nanoplastiche sono ancora più difficili da rintracciare da parte dei ricercatori, che faranno ancora più fatica a stimare realmente il problema. Quindi non è da scartare l’idea che non tutta la microplastica venga espulsa dal krill. In questo modo l’inquinamento entra nella catena alimentare: infatti, tantissimi animali si nutrono di krill, ad esempio balene, mante, squali balena, uccelli ittiofagi e pesce azzurro. Proprio quest’ultimo è una componente della dieta umana e a sua volta anch’esso potrà essere ingerito da altri pesci di dimensioni maggiori, che magari ritroviamo nel banco pescheria.

Inoltre non è da escludere che altro zooplancton, simile al krill antartico, possa digerire anch’esso le microplastiche, aumentando quindi la produzione di nanoplastiche in modo vertiginoso. Basti pensare che ogni esemplare di krill antartico filtra 86 litri di acqua marina al giorno e solo nella parte meridionale dell’oceano ce ne sono 500 milioni di tonnellate. Per riassumere, da un lato è utile e sorprendente che il krill antartico riesca a digerire della plastica già degradata, dall’altro è dannoso poichè molti organismi di dimensioni inferiori che riescono ad alimentarsi con le nanoplastiche, non hanno la capacità di digerirle, accumulandole. In ogni caso, non gettare plastica nel mare è un ottimo modo per poi non trovarsela nel piatto!

Luna Lorito

Bibliografia: - Dawson A., Kawaguchi S., King C., Townsend K., King R., Huston W., Bengtson Nash S. Turning microplastics into nanoplastics through digestive fragmentation by Antarctic krill, 2018. Nature Comunications, (9), 1001. - Jamieson A., Malkocs T., Piertney S., Fujii T., Zhang Z. Bioaccumulation of persistent organic pollutants in the deepest ocean fauna, 2017. Nature Ecology &Evolution, (1), 0051.

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