Il Cile ha avviato l’elaborazione della sua prima Politica nazionale per la promozione del consumo responsabile di prodotti ittici. La meta iniziale è aumentare di almeno 2 kg pro capite il consumo di pesce e frutti di mare, oggi stimato dal Governo in circa 15 kg per abitante. La strategia coinvolgerà pesca, acquacoltura, sanità, istruzione, ricerca e distribuzione e sarà accompagnata da una consultazione pubblica.
Il paradosso è evidente. Il Cile possiede oltre 4.000 chilometri di costa ed è uno dei grandi protagonisti internazionali della produzione ittica, ma il consumo interno resta distante dal peso economico e produttivo della filiera.
I dati FAO aiutano a misurarne le dimensioni. Nel 2024 il Paese ha prodotto 2,1 milioni di tonnellate attraverso la pesca di cattura marina, risultando secondo in America Latina e decimo al mondo, e 1,4 milioni di tonnellate di animali acquatici da acquacoltura, il dato più elevato della regione. Nello stesso anno le esportazioni cilene di animali acquatici hanno raggiunto 8,5 miliardi di dollari.
Sul mercato domestico, invece, Subpesca – Sottosegretariato cileno alla Pesca e all’Acquacoltura – indica un consumo di appena 15 kg pro capite. La nuova politica punta ad aggiungerne almeno due e, soprattutto, ad ampliare il numero di specie presenti abitualmente nell’alimentazione delle famiglie cilene.
Il problema non è produrre più pesce, ma farlo arrivare sulle tavole
La novità più interessante della strategia cilena è proprio qui. L’aumento dei consumi non viene affrontato soltanto come una questione di promozione, ma come un problema che coinvolge l’intero percorso tra produzione e acquisto.
Il Ministero dell’Economia cileno individua infatti tra le aree sulle quali intervenire commercializzazione, trasporto, disponibilità, accesso ai prodotti e informazione dei consumatori. La crescita della domanda interna viene inoltre collegata al rafforzamento della pesca artigianale, dell’acquacoltura e delle economie delle comunità costiere.
Sugarello, pesce castagna, nasello e salmone figurano tra i pesci maggiormente consumati nel Paese, mentre tra i molluschi e gli altri prodotti del mare spiccano cozza, abalone e vongola. La politica vuole evitare che l’incremento dei consumi si concentri soltanto su poche referenze, favorendo una maggiore diversificazione dell’offerta ittica nazionale.
Disponibilità e distribuzione possono cambiare i consumi
È un tema che va oltre il mercato cileno. L’esperienza di altri Paesi mostra quanto la domanda ittica dipenda da ciò che il consumatore riesce effettivamente a trovare, dal formato in cui viene proposto e dalla facilità con cui può acquistarlo e prepararlo.
Una recente analisi EUMOFA sui consumi europei ha evidenziato proprio il crescente peso di assortimento, continuità dell’offerta, praticità e strategie della distribuzione nelle scelte di acquisto.
Per il Cile la questione assume anche una dimensione territoriale. L’obiettivo è avvicinare maggiormente produzione e consumo, creando condizioni che rendano il prodotto ittico disponibile con maggiore continuità e non soltanto in occasione di eventi o iniziative promozionali.
Dal programma del 2017 a una politica nazionale
Il tentativo di aumentare il consumo di prodotti del mare non nasce nel 2026. Già nel 2017 il Cile aveva avviato Del Mar a Mi Mesa, programma pubblico-privato che fissava l’obiettivo di aumentare di almeno 7 kg pro capite il consumo entro il 2027, fino a raggiungere 20 kg annui per abitante.
Con gli attuali 15 kg indicati da Subpesca, quell’obiettivo non risulta ancora raggiunto. La novità è quindi soprattutto istituzionale: il Governo sta passando da un programma di promozione a una politica nazionale costruita attraverso il coinvolgimento strutturato dei diversi soggetti della filiera e delle amministrazioni interessate.
Il 20 agosto 2026 è stata costituita un tavolo tecnico intersettoriale con rappresentanti di pesca e acquacoltura, FAO, organizzazioni della pesca artigianale, produttori, nutrizionisti, amministrazioni locali e autorità nazionali. La costruzione della politica prevede inoltre una consultazione aperta per raccogliere proposte e contributi.
Dalle comunità costiere alla vendita diretta
La fase successiva dovrebbe portare l’iniziativa direttamente nelle caletas, le comunità e aree di sbarco legate alla pesca artigianale cilena. Sono previste esposizioni, degustazioni e punti vendita per favorire un contatto più diretto tra produzione locale e consumatori.
È probabilmente questo il banco di prova più concreto della nuova politica. Il Cile dispone già della materia prima e di una filiera capace di competere sui mercati internazionali. La questione è capire quanto di questa forza possa essere trasferito sul mercato domestico attraverso maggiore accessibilità, distribuzione più efficace e un’offerta capace di entrare stabilmente nelle abitudini alimentari.
Portare il consumo da 15 ad almeno 17 kg pro capite sarà il primo indicatore misurabile. Ma il risultato più significativo sarà verificare se il Paese riuscirà a trasformare una parte della propria forza produttiva in una domanda interna più ampia, diversificata e continuativa.













