L’allerta legata ai casi di epatite A che ha interessato la Campania nelle ultime settimane ha già prodotto un effetto che il settore ittico conosce fin troppo bene: ha cancellato le distinzioni.
Decine di contagi, ricoveri ospedalieri, segnalazioni anche fuori regione. E nel racconto pubblico — tra titoli, social e conversazioni quotidiane — una sola parola è diventata dominante: cozze.
Non “cozze di provenienza non tracciata”.
Non “molluschi commercializzati fuori dai circuiti ufficiali”.
Solo “cozze”.
Il rischio sanitario esiste ed è corretto che venga affrontato con la massima attenzione e rigore.
Come se la mitilicoltura fosse, in quanto tale, un’attività a rischio. Come se ogni allevatore dei Campi Flegrei, di Taranto, del Golfo della Spezia o di Scardovari fosse, indistintamente, parte del problema.
Bisogna dirlo con chiarezza: quanto accaduto nell’area tra Bacoli e Varcaturo non può essere ricondotto in modo semplicistico alla mitilicoltura. Le evidenze emerse dalle verifiche sanitarie indicano piuttosto una possibile correlazione con criticità nella gestione delle acque reflue e degli scarichi, soprattutto in concomitanza con eventi meteorologici intensi e con la pressione su infrastrutture già fragili.
Il virus HAV, rilevato in una parte dei campioni analizzati, avrebbe raggiunto gli specchi d’acqua destinati agli allevamenti non per effetto dell’attività degli operatori, ma verosimilmente per fattori esterni alla filiera produttiva.
È qui che si gioca la distinzione che oggi manca nel dibattito pubblico.
Gli allevatori che operano nel circuito legale — registrati, sottoposti a controlli sanitari, inseriti in un sistema di classificazione delle acque e obbligati al rispetto dei processi di depurazione e tracciabilità previsti dalla normativa europea vigente — non rappresentano una criticità. Al contrario, sono parte integrante del sistema di garanzia della sicurezza alimentare.
Quando si verifica una contaminazione, significa che qualcosa ha funzionato male a monte. E quel “monte” non è generalmente l’allevamento, ma l’ambiente in cui l’allevamento insiste.
Eppure sono proprio questi operatori a pagare il prezzo più alto. Le cooperative, gli impianti autorizzati, i mercati ittici che lavorano con prodotto certificato e documentato stanno già registrando le conseguenze di una percezione distorta. Con l’avvicinarsi delle festività pasquali, momento chiave per il consumo di molluschi, il rischio è quello di un contraccolpo economico significativo.
C’è un elemento che merita di essere evidenziato con forza: il consumatore finale non distingue tra prodotto tracciato e prodotto fuori circuito. Reagisce alla notizia, non alla filiera. E quando la comunicazione è generica, l’effetto è sempre lo stesso: sfiducia diffusa.
Questo produce un paradosso pericoloso. Mettendo sullo stesso piano prodotto legale e prodotto irregolare, si finisce per indebolire proprio chi opera nel rispetto delle regole e, indirettamente, per lasciare spazio a chi quelle regole le aggira.
La tracciabilità non è un adempimento formale. È il principale strumento di tutela del consumatore.
Un mitilo proveniente da un impianto autorizzato, accompagnato da etichettatura completa, numero di lotto e indicazione della zona di produzione, non è assimilabile a un prodotto di origine incerta. Sono due realtà opposte, e confonderle è un errore che il settore non può più permettersi.
Questa vicenda dovrebbe riportare l’attenzione su un tema strutturale: la qualità delle acque. La sicurezza dei molluschi non si costruisce solo in allevamento o nei centri di depurazione, ma soprattutto a livello ambientale. Senza un controllo efficace degli scarichi e senza infrastrutture adeguate, ogni sforzo lungo la filiera rischia di essere vanificato.
I produttori che rispettano le regole non chiedono protezione. Chiedono che le responsabilità vengano individuate con precisione.
E, soprattutto, chiedono che si abbia il coraggio di guardare nella direzione giusta.
Non bisogna guardare al mare. Bisogna avere il coraggio di guardare a terra.












