[{"@context":"https:\/\/schema.org\/","@type":"NewsArticle","@id":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/flotta-peschereccia-ue-report-cinea-2026-pesca-italiana\/#NewsArticle","mainEntityOfPage":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/flotta-peschereccia-ue-report-cinea-2026-pesca-italiana\/","headline":"Meno barche, stessi problemi: l&#8217;equazione che Bruxelles non risolve","name":"Meno barche, stessi problemi: l&#8217;equazione che Bruxelles non risolve","description":"Negli ultimi vent&#8217;anni la flotta peschereccia italiana ha perso tra il trenta e il quaranta per cento della propria capacit\u00e0. Stesso esito per Spagna e Francia. Eppure molti stock del Mediterraneo continuano a essere in sofferenza, le imprese armatoriali arrancano sui margini e di ricambio generazionale a bordo non se ne parla. 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Stesso esito per Spagna e Francia. Eppure molti stock del Mediterraneo continuano a essere in sofferenza, le imprese armatoriali arrancano sui margini e di ricambio generazionale a bordo non se ne parla. Trenta per cento in meno di barche, stessi problemi sul molo. Qualcosa, evidentemente, non torna.Il report European Union&#8217;s fishing fleet: evolution, challenges and future, pubblicato a marzo dalla CINEA per conto della Commissione europea, dedica 417 pagine a questo paradosso. Cinque casi studio europei, sette benchmark internazionali, un consorzio scientifico che include un nutrito gruppo di ricercatori italiani. La conclusione \u00e8 destinata a far discutere: la flotta UE non pu\u00f2 limitarsi a chiedere pi\u00f9 capacit\u00e0. Prima va dimostrato, segmento per segmento, se quella capacit\u00e0 serva davvero e se possa essere usata senza aumentare la pressione sugli stock. La capacit\u00e0 effettiva, del resto, in molti dei ventidue Paesi costieri dell&#8217;Unione risulta gi\u00e0 abbondantemente al di sotto dei tetti di stazza e di potenza fissati dai regolamenti.Aprire le maglie senza prima aver fatto i conti significherebbe rischiare di riaprire la porta della sovracapacit\u00e0 che proprio le riforme della PCP hanno faticosamente chiuso. Anche per la transizione energetica, sostengono gli autori, non \u00e8 scontato che serva nuova capacit\u00e0: in molti casi il margine sotto i tetti nazionali esiste gi\u00e0, mentre per gli interventi pi\u00f9 complessi servono valutazioni puntuali.In teoria, \u00e8 un ragionamento difficile da contestare. In pratica racconta solo met\u00e0 della storia.Quello che i tetti di stazza non possono risolvereIl vero problema dello strascico italiano non \u00e8 il volume dello scafo, e nemmeno la potenza del motore. Il vero problema \u00e8 che il nasello del Mediterraneo occidentale, dopo anni di piani pluriennali e di sforzo di pesca tagliato, \u00e8 ancora sotto la biomassa target. Il vero problema \u00e8 che il gasolio \u00e8 esploso dopo l&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraina e nessun carburante alternativo &#8211; idrogeno, ammoniaca, HVO &#8211;\u00a0 \u00e8 oggi disponibile a prezzi competitivi sul mercato armatoriale. Il vero problema \u00e8 che le marinerie storiche, da Mazara a Chioggia, dalla Versilia a San Benedetto, non trovano pi\u00f9 equipaggi sotto i quarant&#8217;anni. Sono problemi che i tetti di GT e kW non hanno creato e che, da soli, non possono risolvere.Va detto che il report mostra di rendersene conto. Il caso studio sul Mediterraneo occidentale \u00e8 tra i pi\u00f9 franchi dell&#8217;intero documento: gli stakeholder italiani lamentano, e gli autori riportano, che la valutazione dell&#8217;equilibrio della flotta resta troppo sbilanciata sugli indicatori biologici, mentre gli aspetti economici e sociali continuano a essere considerati alla stregua di un fastidio. Eppure, quando si arriva alle raccomandazioni finali alla Commissione, lo studio ricade sul terreno familiare della governance di capacit\u00e0: pi\u00f9 precisione nei segmenti, pi\u00f9 strumenti di mercato, pi\u00f9 scomposizione della stazza in sotto-componenti tecniche per sicurezza, transizione, benessere dell&#8217;equipaggio e capacit\u00e0 di cattura. Tutte misure sensate. Nessuna che parli, davvero, alle famiglie che oggi smontano un peschereccio non perch\u00e9 ce lo impone Bruxelles, ma perch\u00e9 il conto non torna pi\u00f9.Il buco nero della capacit\u00e0 tecnologicaC&#8217;\u00e8 poi un secondo punto, ancora pi\u00f9 scomodo, che riguarda la natura stessa della &#8220;capacit\u00e0&#8221;. Il report ammette nero su bianco che la potenza effettiva di pesca cresce in modo invisibile attraverso elettronica di bordo, software di posizionamento, attrezzi pi\u00f9 performanti, scafi idrodinamicamente ottimizzati.Una verifica della Commissione del 2019, riportata dallo studio, ha trovato che nel 51% delle ispezioni la potenza motore misurata superava quella certificata, con il 16% dei battelli non conformi. \u00c8 il vero buco nero della politica europea della flotta: si controlla ci\u00f2 che si misura facilmente, i kilowatt sulla targhetta e la stazza sui registri, e si lascia correre ci\u00f2 che davvero conta, cio\u00e8 la capacit\u00e0 reale di catturare pesce. Il nuovo regolamento Controllo introdurr\u00e0 dispositivi di monitoraggio continuo della potenza dal 2028, finalmente. Ma sui guadagni di efficienza tecnologica, quelli che non passano dal motore ma dall&#8217;algoritmo, nessuno tiene il conto.Per la flotta italiana il messaggio operativo \u00e8 dunque ambivalente. Da un lato la buona notizia: lo spazio sotto i tetti nazionali esiste, e parte della modernizzazione, dai retrofit per l&#8217;efficienza al miglioramento delle condizioni di vita a bordo fino ai sistemi di abbattimento delle emissioni, pu\u00f2 essere finanziata dal FEAMPA per i segmenti in equilibrio. Dall&#8217;altro un dato meno rassicurante: per i segmenti fuori equilibrio, l&#8217;accesso ad alcune misure decisive per aumentare la stazza a fini di sicurezza, condizioni di lavoro o efficienza energetica resta fortemente limitato. Si crea cos\u00ec un cortocircuito tipico delle politiche europee sulla pesca: chi sta meglio modernizza, chi sta peggio sopravvive. Senza percorsi intermedi, senza una strategia di accompagnamento per i segmenti pi\u00f9 fragili, la transizione rischia di trasformarsi in una selezione darwiniana, e nelle marinerie pi\u00f9 esposte sanno gi\u00e0 chi rester\u00e0 fuori.La domanda da cui ripartireLa verit\u00e0, alla fine delle 417 pagine, \u00e8 che il futuro della flotta italiana non si gioca a Bruxelles, sui sotto-componenti della stazza lorda. Si gioca in mare. Se gli stock torneranno a livelli biologicamente pi\u00f9 solidi, allora le imprese di pesca, quelle che resteranno, potranno davvero investire in emissioni pi\u00f9 basse, sale macchine moderne e nuovi equipaggi.Senza pesce, qualsiasi raccomandazione tecnica sui tetti di stazza \u00e8 un esercizio di stile.Il rapporto CINEA, in fondo, suggerisce esattamente questo quando ricorda, in una delle poche righe davvero memorabili, che \u00absenza stock ittici sostenibili, gli sforzi di transizione saranno inefficienti\u00bb. Era forse il caso di scriverlo all&#8217;inizio. E di costruire le raccomandazioni intorno a quella frase."},{"@context":"https:\/\/schema.org\/","@type":"BreadcrumbList","itemListElement":[{"@type":"ListItem","position":1,"name":"Meno barche, stessi problemi: l&#8217;equazione che Bruxelles non risolve","item":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/flotta-peschereccia-ue-report-cinea-2026-pesca-italiana\/#breadcrumbitem"}]}]