I gamberi pescati in natura rappresentano oggi il 29% dell’offerta mondiale, mentre la parte restante proviene prevalentemente dall’acquacoltura. La Cina realizza circa un terzo delle catture selvatiche globali e la produzione indiana è in crescita. MSC segnala un aumento delle fisheries certificate, trainato anche dal gambero rosso argentino, ma il 76,6% delle catture mondiali rimane fuori dal suo programma. Il gambero rosso mediterraneo rientra nella categoria generale dei gamberi selvatici, ma non è stato uno dei casi approfonditi al summit.
La quota dei gamberi pescati in natura sul totale dell’offerta mondiale si è progressivamente ridotta negli ultimi vent’anni. Il dato più recente presentato dal Marine Stewardship Council durante il Wild-Caught Shrimp Summit di Utrecht la colloca al 29% della disponibilità globale.
La pagina ufficiale dell’evento utilizza una formulazione più arrotondata, indicando la pesca come responsabile di circa un quarto della produzione mondiale di gamberi. Il 29%, riportato nel resoconto degli interventi, rappresenta il valore più preciso illustrato durante il summit. Non è un dato riferito all’Europa, all’Italia o al commercio internazionale, ma alla ripartizione dell’offerta mondiale tra pesca e acquacoltura.
Anche il ruolo della Cina deve essere letto correttamente. Il Paese non assorbe un terzo di tutti i gamberi selvatici disponibili: realizza circa un terzo delle catture globali. L’India è stata invece indicata come uno dei produttori in maggiore crescita, senza che nel resoconto pubblico sia stato fornito un volume aggiornato direttamente confrontabile.
La pesca perde quota mentre cresce l’acquacoltura
Il ridimensionamento percentuale del prodotto selvatico non dimostra necessariamente una contrazione equivalente delle catture. Riflette soprattutto la forte espansione dell’acquacoltura, che ha reso disponibili volumi più programmabili, omogenei e continui durante l’anno.
La pesca conserva però un ruolo rilevante in numerosi segmenti del mercato. Riunisce specie molto diverse per caratteristiche, aree di origine, stagionalità e posizionamento commerciale: dai gamberi boreali a quelli del Golfo del Messico, fino al rosso argentino e ai gamberi mediterranei di profondità.
Il problema è che una parte consistente di queste produzioni presenta condizioni gestionali difficili da verificare. Secondo i dati illustrati da MSC al Wild-Caught Shrimp Summit, il 76,6% delle catture mondiali di gamberi selvatici non ricade attualmente sotto la certificazione MSC.
Tra le criticità indicate figurano l’impatto dello strascico sugli habitat, le catture accessorie associate alle maglie di piccole dimensioni, la condizione di sovrasfruttamento rilevata in alcune fisheries e, soprattutto, la carenza di dati biologici sufficientemente robusti. A questi fattori si aggiungono il riscaldamento delle acque, l’acidificazione e i cambiamenti nella distribuzione e nella capacità riproduttiva degli stock.
Il 29% racconta quindi soltanto la dimensione globale della pesca. Non dice quali specie stiano diminuendo, quali stock siano in buone condizioni né quanta parte del prodotto possa dimostrare una gestione conforme a uno standard di certificazione.
L’Argentina trasforma la certificazione in accesso al mercato
Il caso più significativo emerso a Utrecht riguarda il Pleoticus muelleri, il gambero rosso argentino. L’ingresso di importanti fisheries argentine nel programma MSC ha determinato, secondo il direttore per lo sviluppo del programma Camiel Derichs, un aumento consistente dei volumi certificati immessi sul mercato.
La situazione produttiva resta tuttavia instabile. Dopo lo sciopero che nel 2025 aveva ridotto fortemente le catture, la stagione 2026 ha registrato due mesi consecutivi su livelli record. La rapida disponibilità di prodotto ha spinto i prezzi verso il basso e potrebbe determinare una conclusione anticipata della campagna.
È proprio in un mercato così variabile che la certificazione sta acquistando un valore commerciale concreto. Fernando Lago, direttore commerciale di Iberconsa, ha annunciato il debutto di un prodotto argentino intero, con testa e guscio, certificato MSC presso il maggiore retailer cinese.
La certificazione non elimina la stagionalità, i problemi logistici o le oscillazioni dei prezzi. Permette però alla fishery di presentarsi ai grandi acquirenti con una valutazione ambientale indipendente e una tracciabilità riconoscibile. Da elemento reputazionale, il marchio diventa così uno strumento di differenziazione e accesso alla distribuzione.
Il gambero rosso mediterraneo è nel dato globale, non tra i casi citati
L’Aristaeomorpha foliacea non è escluso dalla categoria generale dei gamberi pescati in natura. Contribuisce, insieme alle altre specie, al perimetro statistico dal quale deriva il 29%. I dati divulgati durante il summit non forniscono però una ripartizione per specie e non permettono di stabilire quale sia il suo peso sul totale mondiale.
Nel programma e nel resoconto dell’incontro, l’attenzione è stata rivolta soprattutto a Cina, India, Argentina, Nord Europa e Golfo del Messico. Il gambero rosso mediterraneo non compare tra le fisheries approfondite.
È inoltre necessario evitare qualsiasi sovrapposizione con il prodotto argentino. In Italia la denominazione commerciale “gambero rosso” identifica l’Aristaeomorpha foliacea, mentre il rosso argentino appartiene alla specie Pleoticus muelleri. Si tratta di risorse differenti per biologia, zone di pesca, organizzazione produttiva e posizionamento commerciale.
L’A. foliacea è tra le specie di maggiore valore delle pesche mediterranee di profondità. Nel Canale di Sicilia è sottoposto al piano pluriennale adottato dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo, insieme all’Aristeus antennatus. Il sistema prevede limiti annuali di cattura, restrizioni alla capacità e allo sforzo della flotta, misure spazio-temporali, elenchi di imbarcazioni autorizzate, monitoraggio scientifico e una taglia minima di riferimento di 25 millimetri di lunghezza del carapace.
Per il 2026 il regolamento europeo assegna all’Italia, nelle aree GFCM dalla 12 alla 16 del Canale di Sicilia, un limite massimo di 794,4 tonnellate di Aristaeomorpha foliacea. È un tetto di cattura autorizzato, non un dato sulla produzione effettivamente sbarcata.
Su questo stesso stock la flotta italiana sta già discutendo la distribuzione delle quote per imbarcazione e un fermo 2027 costruito sui periodi biologici della risorsa. Il confronto nazionale riguarda quindi la qualità delle regole, la disponibilità dei dati e la possibilità di coniugare la tutela dello stock con la sostenibilità economica delle imprese.
Gestione pubblica e certificazione privata non sono equivalenti
Nel database pubblico MSC non emerge attualmente una fishery certificata che indichi esplicitamente l’Aristaeomorpha foliacea come specie oggetto della valutazione. Esistono realtà italiane inserite in altri programmi privati, ma gli schemi di certificazione adottano criteri, procedure e ambiti differenti e non possono essere considerati automaticamente equivalenti.
L’assenza di una certificazione MSC non dimostra che una pesca sia insostenibile. Significa che quella fishery non ha completato, o non ha intrapreso, il percorso di valutazione previsto dallo standard. Allo stesso modo, una certificazione privata non può sostituire quote, controlli, ricerca scientifica e provvedimenti capaci di adeguare lo sforzo di pesca alla consistenza dello stock.
Il confronto di Utrecht pone tuttavia una questione commerciale che interessa direttamente la filiera mediterranea. L’Argentina sta trasformando certificazione, tracciabilità e riconoscibilità della specie in strumenti per entrare nella grande distribuzione internazionale. Il gambero rosso del Mediterraneo dispone invece di un sistema pubblico di gestione articolato, ma non è ancora presente con la stessa forza nel racconto globale costruito attorno alle fisheries certificate.
La priorità resta il recupero biologico dello stock. Ma, se dati, controlli e sacrifici imposti alla flotta producono risultati verificabili, diventa strategico renderli riconoscibili anche al mercato. Altrimenti le restrizioni rischiano di rimanere soltanto un costo per le imprese, senza trasformarsi in un elemento distintivo per uno dei prodotti più preziosi della pesca italiana.













