Il China Summit 2026 dell’IFFO, svoltosi a Shanghai il 10 e 11 giugno scorsi, ha confermato un dato ormai strutturale: la Cina continua a essere il baricentro mondiale degli ingredienti marini. Ma il messaggio più interessante emerso dal confronto non riguarda solo la dimensione della domanda cinese. Riguarda il modo in cui quella domanda sta cambiando.
Al summit hanno partecipato 221 delegati provenienti da 27 Paesi e regioni, un numero record che racconta quanto farina e olio di pesce siano oggi al centro delle strategie globali dell’acquacoltura. Non si tratta più soltanto di materie prime per mangimi, ma di ingredienti strategici per sostenere crescita produttiva, efficienza nutrizionale, salute animale, omega-3, tracciabilità e sostenibilità delle filiere.
Secondo le stime OCSE-FAO richiamate dall’IFFO, entro il 2034 la Cina dovrebbe rappresentare il 42% del consumo globale di farina di pesce. È un dato enorme, ma da leggere con attenzione. La Cina non è un mercato indistinto che assorbe tutto in modo automatico. È un insieme di segmenti produttivi molto diversi, dall’anguilla ai gamberi, dai pesci marini alle specie d’acqua dolce, ciascuno con esigenze tecniche e dinamiche di costo differenti.
Il punto, quindi, non è che la domanda cinese scomparirà. Al contrario, resterà centrale. Ma sarà una domanda più selettiva, più disciplinata, più attenta al rapporto tra valore nutrizionale, sicurezza dell’approvvigionamento e controllo dei costi. I mangimifici cinesi non stanno eliminando la farina di pesce: la stanno usando in modo più preciso.
È qui che il mercato cambia passo. La disponibilità globale di farina e olio di pesce resta in linea con la media dell’ultimo decennio, ma la composizione delle materie prime si sta modificando. A livello mondiale, quasi il 35% della farina di pesce e circa il 57% dell’olio di pesce derivano già da sottoprodotti. In Asia queste percentuali salgono ulteriormente, arrivando al 44% per la farina e al 74% per l’olio.
Il dato è rilevante perché sposta il tema dalla semplice produzione alla valorizzazione integrale della risorsa. Gli scarti di lavorazione di specie come pangasio, tonno e tilapia diventano una componente sempre più importante dell’offerta. Non è solo economia circolare raccontata come slogan: è industria, organizzazione della filiera, capacità di raccogliere, trasformare e certificare materia prima che altrimenti avrebbe un valore molto più basso.
Resta però una fragilità strutturale. L’Asia presenta ancora un deficit stimato di circa 1,2 milioni di tonnellate di farina di pesce e 80.000 tonnellate di olio di pesce per acquafeed e consumo umano diretto. Questo significa che, almeno nel breve periodo, la dipendenza dalle importazioni resterà alta.
A complicare il quadro ci sono i fattori ambientali. Il Perù, primo fornitore mondiale di ingredienti marini, continua a essere strategico per la Cina e per i mercati internazionali, ma la pesca dell’acciuga è esposta alla variabilità climatica e agli effetti di El Niño. Una gestione precauzionale e basata su dati scientifici può ridurre gli sbarchi quando le condizioni ambientali lo richiedono. È una scelta necessaria per proteggere la risorsa, ma rende evidente un limite: l’offerta non può crescere semplicemente perché il mercato lo chiede.
Anche in Europa e Cile la domanda dell’acquacoltura, in particolare del salmone, continua a influenzare gli equilibri della farina e dell’olio di pesce. Una quota crescente di materia prima viene inoltre indirizzata verso il consumo umano diretto o utilizzi a maggiore valore aggiunto. Il risultato è un mercato più competitivo, dove ogni tonnellata disponibile acquista un peso maggiore.
In questo scenario, certificazione e tracciabilità diventano condizioni sempre più importanti. L’aumento dei sottoprodotti nella produzione di ingredienti marini richiede garanzie chiare sull’origine, sulla legalità delle fonti, sulla qualità dei processi e sulla conformità agli standard internazionali. Per mangimisti, allevatori e buyer, non basterà sapere che un ingrediente è disponibile: sarà sempre più importante sapere da dove arriva, come è stato prodotto e con quali garanzie.
Il China Summit 2026 restituisce quindi una fotografia precisa: farina e olio di pesce restano centrali per l’acquacoltura globale, ma il mercato entra in una fase più matura. La Cina continuerà a orientare gli equilibri internazionali, senza però rappresentare una domanda illimitata. I sottoprodotti diventeranno sempre più strategici. La volatilità ambientale condizionerà l’offerta. La certificazione peserà di più nelle scelte commerciali.
Per la filiera ittica il messaggio è netto: il futuro degli ingredienti marini non si giocherà solo sulla quantità disponibile, ma sulla capacità di trasformare risorse limitate in valore tracciabile, sostenibile e tecnicamente indispensabile.










