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Home Acquacoltura

La pesca in Tunisia tra patrimonio dell’umanità e innovazione

La pesca tunisina ritrova la propria importanza internazionale grazie alla “charfia”

Domenico Letizia by Domenico Letizia
12 Gennaio 2021
in Acquacoltura, In evidenza, News, Pesca, Sostenibilità
pesca Tunisia patrimonio umanità innovazione

pesca Tunisia patrimonio umanità innovazione

Il continente europeo rappresenta uno dei mercati più importanti per la diffusione e la promozione del pescato e le società europee riescono facilmente ad ottenere l’accesso alle licenze di pesca in acque che confinano con il continente, come avviene nel Mediterraneo e al largo dell’Africa Occidentale.

Le tecniche di pesca industrializzate, massive e spesso illegali stanno però minacciando i mezzi di sussistenza delle popolazioni ubicate sulle coste del Mediterraneo meridionale, facendo scomparire la pesca tradizionale delle comunità a causa dei nuovi processi commerciali e industrializzati che rischiano di divenire una minaccia per i paesi in via di sviluppo.

Tra i paesi del Mediterraneo che stanno analizzando e affrontando il fenomeno della pesca illegale proponendo, in alternativa, cooperazione internazionale, tracciabilità e innovazione sostenibile, ritroviamo la Tunisia. In questo contesto già delicato, la pesca illegale sta mettendo in pericolo la foresta sottomarina delle posidonie del Mediterraneo e il pescato locale sta registrando delle diminuzioni molto preoccupanti. La pesca tunisina ritrova la propria importanza internazionale grazie alla “charfia”.

In Tunisia, la charfia è una sorta di labirinto fisso costruito allineando migliaia di foglie di palma, che grazie alle correnti indirizza i pesci verso le camere di cattura. Si tratta di un sistema di gestione unico in ambito marittimo arabo-musulmano ed è un’antichissima tecnica di pesca il cui uso risale addirittura all’era punica.  L’eccezionale tecnica di pesca alla charfia, praticata soprattutto presso le isole Kerkenna in Tunisia, è nella lista del patrimonio immateriale dell’umanità dell’Unesco.

Il risultato e l’attenzione internazionale raggiunta è frutto di una stretta collaborazione tra l’Istituto Nazionale del Patrimonio tunisino (Inp) e Webport (il porto digitale del Mediterraneo ideato e curato dal Ciheam Bari nell’ambito del progetto Nemo, avviato nel 2014 con il sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e in collaborazione con i Ministeri di Agricoltura e Pesca di Libano, Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco), per la riscoperta e la valorizzazione della società e delle tradizioni della Tunisia che richiamano l’attenzione internazionale sulla pesca locale e sulle opportunità di occupazione dei pescatori tunisini.

Nel paese nordafricano attualmente vanno diffondendosi iniziative di cooperazione locale di pescatori artigianali impegnati ad utilizzare i metodi della pesca tradizionale e a integrare la pesca con l’agricoltura, prendendosi cura anche della vegetazione locale e valorizzando le tradizioni agrarie autoctone. Alcuni di questi progetti sono sostenuti dalla Fondazione Lighthouse che promuove la scienza e la ricerca, l’insegnamento, la cultura, i principi dell’ecologia e dello sviluppo internazionale per tutelare e monitorare i mari e gli oceani del mondo, con l’intuizione che l’attuale sviluppo incontrollato dell’umanità genererà tantissime problematiche sociali ed ambientali. La Fondazione pone attenzione al messaggio lanciato dalla prima e della seconda conferenza di Rio e dagli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 che l’umanità ha deciso di intraprendere. Un messaggio chiaro che mira a rafforzare il lavoro locale di quelle comunità che vogliono rafforzare la resilienza dei territori e intraprendere nuove prospettive di valorizzazione e tutela del mare. La sostenibilità e la cooperazione diventano iniziativa e proposta per le autorità locali tunisine che vogliono incentivare l’occupazione preservando il territorio.

Rafforzare la cooperazione transfrontaliera in campo marittimo e sostenere le buone pratiche di vicinato fra la Tunisia e le regioni del Meridione italiano può rappresentare un ulteriore tassello per lo sviluppo dell’occupazione sostenibile per i paesi del Sud. Nel paese nordafricano, il settore della pesca impiega circa 100.000 persone e rappresenta quasi il 10% dell’export agroalimentare della nazione.

L’ammodernamento del settore della pesca, dell’acquacoltura e la riabilitazione del porto di Kelibia sono priorità che il governo di Tunisi vuole affrontare in un clima di cooperazione con l’Italia.

Progetto estremamente interessante è quello lanciato dal Programma “PRASOC”, per la realizzazione di una linea di credito di 57 milioni di euro, di cui 50 milioni a credito d’aiuto e 7 milioni a dono, che è dedicato ai settori agricolo, della pesca e a quello dell’economia sociale e solidale. Quest’iniziativa si configura come la prima operazione di credito misto tra la Cooperazione italiana e la Cassa Depositi e Prestiti che contribuirà con fondi propri alla realizzazione dell’iniziativa ed è stata recentemente descritta durante un webinar, organizzato dalla piattaforma WestMed Initiative, con l’Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo di Tunisi, la Delegazione dell’Unione Europea in Tunisia e l’Ambasciata d’Italia in Tunisia, con la partecipazione dell’Ambasciatore Lorenzo Fanara, sul tema “Agricoltura e Pesca”.

Tra i progetti più innovativi recentemente avviati ritroviamo Surefish, vincitore del Bando PRIMA Observatory on Innovation, che vede lavorare assieme partner di cinque Paesi: Italia, Egitto, Libano, Spagna e Tunisia con il coordinamento dell’Italia da parte di ENCO SRL e l’Università degli Studi di Napoli Federico II. I partner tunisini che lavorano al progetto sono Didon Marée Sarl, Institut National des Sciences et Technologies de la Mer – I.N.S.T.M e Slow Food Tebourba Association assieme a Gi.&Me. Association, presieduta dall’ingegnere Franz Martinelli.

L’obiettivo del progetto è quello di valorizzare il patrimonio ittico del Mediterraneo, attraverso il monitoraggio e l’analisi della tracciabilità, della sostenibilità e dell’autenticità del pescato in tutto il Mediterraneo. Una sinergia tra associazioni, società e pescatori locali che si avvale dell’utilizzo delle più innovative tecnologie e competenze su ICT, blockchain, etichettatura e imballaggi intelligenti, adoperando strumenti sensoriali innovativi per la tracciabilità e la valutazione della pesca. Inoltre, il progetto intende sviluppare strategie di comunicazione e informazione per promuovere la fiducia dei consumatori, con marchi di certificazione, lo sviluppo di applicazioni informatiche, per tutelare le specie in pericolo nel Mediterraneo e per condividere i dati delle ricerche con tutti i protagonisti coinvolti. Una progettualità che in Tunisia vede il protagonismo delle comunità locali e delle famiglie dei pescatori.

Lo sviluppo sostenibile del Mediterraneo e dei paesi della sponda sud del nostro bacino richiede un’azione a lungo termine e un approccio multidisciplinare che guarda alla valorizzazione del territorio non in termini di puro sfruttamento ma analizzando le opportunità e l’utilizzo di approcci sostenibili e regolati delle risorse marine.

Tags: charfiapescapesca illegalepesca Nediterraneopesca Tunisia patrimonio umanità innovazionesettore ittico
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Domenico Letizia

Domenico Letizia

Giornalista e autore Pesceinrete Domenico Letizia scrive per Pesceinrete occupandosi di pesca, mercati, sostenibilità, geopolitica del mare e relazioni internazionali della filiera ittica. Nei suoi articoli legge il seafood come settore produttivo, economico e strategico, collegando le dinamiche del mare ai cambiamenti che attraversano imprese, istituzioni e territori.

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