[{"@context":"https:\/\/schema.org\/","@type":"NewsArticle","@id":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/mito-come-la-fontana-della-giovinezza-o-possibile-realta\/#NewsArticle","mainEntityOfPage":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/mito-come-la-fontana-della-giovinezza-o-possibile-realta\/","headline":"Mito (come la Fontana della giovinezza) o possibile realt\u00e0?","name":"Mito (come la Fontana della giovinezza) o possibile realt\u00e0?","description":"La cronica, persistente e apparentemente irreversibile criticit\u00e0 della pesca marittima italiana che nel nuovo secolo ha visto crollare le catture e la flotta, ha dato impulso ad un ragionamento (Aristotele lo avrebbe assimilato ai suoi celebri sillogismi) che gi\u00e0 serpeggiava fra i portatori di interesse (oggi diciamo stakeholder) quando, giovane ricercatore presso il neonato CNR [&hellip;]","datePublished":"2021-11-08","dateModified":"2021-11-08","author":{"@type":"Person","@id":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/author\/sergio-ragonese\/#Person","name":"Sergio Ragonese","url":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/author\/sergio-ragonese\/","identifier":2227,"image":{"@type":"ImageObject","@id":"https:\/\/secure.gravatar.com\/avatar\/14d53bc5a6555b9d8f16ebc41912f7c19e638d00149c6c9d8b27bdd0dd52670e?s=96&d=mm&r=g","url":"https:\/\/secure.gravatar.com\/avatar\/14d53bc5a6555b9d8f16ebc41912f7c19e638d00149c6c9d8b27bdd0dd52670e?s=96&d=mm&r=g","height":96,"width":96}},"publisher":{"@type":"Organization","logo":{"@type":"ImageObject","@id":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/pesceinrete.png","url":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/pesceinrete.png","width":600,"height":60}},"image":{"@type":"ImageObject","@id":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/Mito.jpg","url":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/Mito.jpg","height":375,"width":640},"url":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/mito-come-la-fontana-della-giovinezza-o-possibile-realta\/","about":["L'opinionista","News"],"wordCount":3671,"keywords":["acquacoltura","Sergio Ragonese"],"articleBody":"La cronica, persistente e apparentemente irreversibile criticit\u00e0 della pesca marittima italiana che nel nuovo secolo ha visto crollare le catture e la flotta, ha dato impulso ad un ragionamento (Aristotele lo avrebbe assimilato ai suoi celebri sillogismi) che gi\u00e0 serpeggiava fra i portatori di interesse (oggi diciamo stakeholder) quando, giovane ricercatore presso il neonato CNR di Mazara del Vallo, chi scrive frequentava i mercati ittici e le varie occasioni di incontri sulla pesca.A met\u00e0 degli anni ottanta del secolo scorso, con l\u2019inizio della crisi della pesca marittima (ma con i porti italiani ancora pieni di pescherecci e di pescato), il suggerimento pi\u00f9 gettonata (oggi diremmo \u201cl\u2019uovo di Colombo\u201d) per superare le difficolt\u00e0 del settore consisteva nell\u2019invocare l\u2019ampiamento del ventaglio delle specie allevate (\u201cdiversificazione\u201d; cfr. il progetto https:\/\/www.diversifyfish.eu\/): In sintesi, l\u2019idea \u00e8 quella di produrre la quantit\u00e0 necessaria di molluschi, pesci e crostacei in grandi allevamenti a terra o in mare in modo da proteggere (e magari ripopolare) gli stock selvatici, abbassare i costi di produzione (e i prezzi al consumo per le specie pi\u00f9 pregiate) e garantire un flusso pi\u00f9 costante di prodotto.In altri termini, si poneva il dilemma se cercare di salvare la pesca dei selvatici o puntare decisamente all\u2019allevamento (per i colleghi anglosassoni, capture fisheries vs aquaculture \/ mariculture).Ricordo che i miei interlocutori ci rimanevano molto male quando cercavo di spiegare che allevare spigole (branzini) e orate era un conto ma allevare, dall\u2019uovo all\u2019esemplare di pezzatura commerciabile, specie come polpi maiolini, aragoste, gamberoni rossi, scampi, dentici, cernie e molte altre specie presentava notevoli (talvolta insormontabili) difficolt\u00e0 e elevati rischi imprenditoriali (per esempio, spuntare un prezzo di vendita pi\u00f9 basso di quello dei corrispondenti selvatici) date le limitate conoscenze scientifiche e tecnologie disponibili all\u2019epoca.Come esempio pi\u00f9 eclatante, facevo gentilmente notare che i gamberoni rossi mazaresi (Figura 1) vivevano a centinaia di metri di profondit\u00e0, in acque fredde e semibuie, con una pressione idrostatica di gran lunga superiore a quella atmosferica, muovendosi come matti a caccia delle loro prede preferite (altri gamberi) e liberando nel mare aperto le uova fecondate per iniziare una nuova generazione (le reclute) che avrebbe impiegato almeno due \u2013 tre anni per diventare \u201cgamberoni\u201d di seconda scelta e molti pi\u00f9 anni per raggiungere la costosa prima categoria. Analoghe difficolt\u00e0 si presentavano per un altro pregiatissimo crostaceo \u201cmazarese\u201d: lo scampo (Figura 1).Inoltre, aggiungevo, solo lo strascico di fondo poteva rifornire i mercati di gamberoni e scampi in quantit\u00e0 (anche se a un prezzo elevato), mentre la capacit\u00e0 di cattura di questi crostacei con altri attrezzi, come le nasse o le reti fisse, era cos\u00ec irrisoria che, eliminando lo strascico, il prezzo al dettagli sarebbe schizzato a livelli tali da poter essere gustati solo dai pi\u00f9 facoltosi consumatori.Figura 1 \u2013 Due specie pregiate pescate oltre i 200m dai pescherecci mazaresi: il gamberone rosso (a sinistra, scala in cm) e lo scampo (a destra) che, almeno nel prossimo futuro, difficilmente si potranno trovare sui mercati provenienti da allevamenti. Da notare che nei gamberi rossi il rostro corto permette l\u2019identificazione dei maschi adulti che raggiungono taglie massime di ca 5 \u2013 6 cm (lunghezza del carapace), mentre le femmine possono superare i 7 cm di (pi\u00f9 di 22 cm di lunghezza totale!). Negli scampi, invece, sono i maschi a raggiungere le taglie pi\u00f9 grandi (in passato, sino a 400 &#8211; 500 grammi).Contestualizzare ai giorni d\u2019oggi e per la situazione italiana, il ragionamento di cui prima pu\u00f2 essere sintetizzato nei tre seguenti passaggi.A) La pesca marittima sfrutta le risorse rinnovabili selvatiche di molluschi, crostacei e pesci, ma \u00e8 aleatoria, richiede ingenti sforzi sia in termini di naviglio e pescatori che di controllo e sanzioni, solleva contenziosi sia nazionali che internazionali, assorbe sempre pi\u00f9 risorse economiche per studiarla e raccogliere i dati necessari per cercare di arrivare ad una gestione razionale (oggi diciamo sostenibile) e, in ogni caso, ha degli impatti negativi notevoli sull\u2019ambiente che possono essere solo in parte mitigati se si vuole continuare a pescare.B) Da millenni, gli esseri umani hanno imparato a selezionare gli organismi che gli servono per nutrirsi, vestirsi e commerciare fra loro coltivando le piante ed allevando conigli, polli, maiali, mucche ed altro (fra cui le lumache).C) Dato che gli organismi che vivono nel mare di cui al punto A (escludendo le tartarughe e i mammiferi marini perch\u00e9 oggigiorno \u00e8 impensabile pensare a mangiarli o usarli in qualche modo commerciale, almeno in Italia) sono assimilabili agli organismi terrestri di cui al punto B, forse \u00e8 il caso di finirla con la pesca e passare all\u2019allevamento in mare, ovvero ricorrere a 360\u00b0 alla maricoltura.Come si vede, il percorso A -&gt; B -&gt; C non sembra fare una piega ed \u00e8 estremamente allettante (specialmente per i non specialisti) pur nella semplificazione introdotta in questa sede di limitarci a considerare solo l\u2019ipotesi di allevamento di organismi prettamente marini.Si sta parlando dello scenario in cui, individuate le pi\u00f9 importanti specie marine (attualmente oggetto di sfruttamento allo stato selvatico) da \u201ccoltivare \/ allevare\u201d, il ciclo produttivo si deve realizzare principalmente con impianti localizzati a mare lasciando sulla terraferma le strutture di supporto, magari necessarie per mantenere lo stock dei riproduttori (anche detto \u201cparco\u201d o \u201cbroodstock\u201d) e produrre le relative uova e reclute \/ giovanili (avannotti \/ fingerlins nel gergo della acquacoltura in generale).Come sempre, la precedente precisazione \u00e8 lo spunto per definire meglio cosa si intenda per maricoltura almeno in questa sede. Una branca dell\u2019acquacoltura finalizzata alla produzione di organismi marini secondo il seguente ciclo: riproduttori -&gt;uova fecondate -&gt; avannotti -&gt; intervallo di taglie ritenute non commerciabili (ingrasso) -&gt; taglia (pezzatura) ritenuta commercializzabile nell\u2019ambito della domanda dei mercati nazionali o internazionali. Da notare che in questa definizione, il precedente ciclo deve avvenire completamente sotto il controllo degli operatori, cio\u00e8 senza alcun ricorso agli stock selvatici della stessa specie una volta formato lo stock riproduttore.Fatte queste debite premesse, vediamo a che punto siamo con la maricoltura in Italia, premettendo che chi scrive non \u00e8 uno specialista e quindi sarebbe auspicabile un intervento divulgativo di qualche collega esperto.Certo, a questo punto, qualche lettore potrebbe giustamente chiedersi perch\u00e9 un \u201cpescatore\u201d si esprima sulla maricoltura. La ragione \u00e8 che, al momento, pesca marittima e maricoltura sono interconnesse e non a caso sono spesso trattate insieme nei vari regolamenti e piani d\u2019azione (per esempio, il programma operativo 2014 \u2013 2020 del Piano del Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca, FEAMP, del 2015, o il documento CREA, 2015).A parte la competizione per i finanziamenti pubblici a ricerca e sviluppo, la maricoltura attuale \u00e8 attenzionata perch\u00e9 utilizza anche stock selvatici (per esempio, come avviene nelle stabulazioni del Tonno rosso), \u00e8 invocata perch\u00e9 si spera possa ridurre (se non annullare) l\u2019impatto della pesca sugli stock selvatici e sul loro ambiente e possa dare lavoro ai pescatori che si trovano disoccupati a causa delle riduzioni delle flotte (cio\u00e8 si spera che i pescatori possano riconvertirsi in allevatori).Ovviamente, non \u00e8 questa la sede dove approfondire la tematica acquacoltura \/ maricoltura con tutte le possibili articolazioni (vallicoltura, piscicoltura, molluschicoltura, d\u2019acqua dolce, salata e salmastra, impianti a \u201cterra\u201d e a mare, le varie tipologie di costi etc.) e problematiche anche terminologiche (per esempio, cosa si intende con precisione quando si parla di \u201cproduzione\u201d) e legislative (per esempio, la relativa recente equiparazione alle attivit\u00e0 \u201cagricole\u201d).Di contro, lo scopo di questa nota vorrebbe essere quello di dare una minima risposta all\u2019interrogativo iniziale:In che misura la maricoltura italiana potr\u00e0 sostituire la pesca degli stock selvatici nel prossimo futuro? Stiamo parlando di una possibile realt\u00e0 o di un mito come la Fontana della giovinezza?Per rispondere ci si limiter\u00e0 a richiamare sinteticamente alcuni documenti fra cui il voluminoso (pi\u00f9 di 400 pagine!) e approfondito 5\u00b0capitolo del rapporto sulla Pesca e Acquacoltura Italiana del 2011, il Piano strategico per l\u2019acquacoltura in Italia per il periodo 2014-2020 e altri pochi documenti riportati nella bibliografia essenziale.Per iniziare, cominciamo a vedere cosa ci dicono i documenti di cui prima (iniziando dalla Figura 2) riguardo le pi\u00f9 rilevanti specie prodotte dall\u2019acquacoltura (in generale) italiana, con la precisazione che probabilmente mancano informazioni relative agli anni pi\u00f9 recenti che non si \u00e8 riusciti a trovare.&nbsp;Figura 2 \u2013 Le cinque specie ittiche al top per l\u2019acquacoltura italiana (in generale) per quantit\u00e0 di prodotto e valore economico circa 20 anni fa. Dal capitolo 5\u00b0 del rapporto del 2011 (AA.VV., 2011).Come si percepisce immediatamente dalla Figura 2, la parte del leone della produzione d\u2019allevamento di pesci la fanno spigole e orate, specie per\u00f2 considerate eurialine, cio\u00e8 che sopportano bene diminuzioni e fluttuazioni della salinit\u00e0.Il rapporto del 2011 ci parla anche di un po&#8217; di alghe, delle notevoli produzioni di molluschi bivalvi e di specie che potremmo definire \u201cdi nicchia\u201d, cio\u00e8 la cui produzione non \u00e8 generalizzata e risulta di gran lunga inferiore ai 5 top in Figura 2. Da notare che, a parte i cefali, queste specie di nicchia sono pi\u00f9 legate al mare (cd stenoaline) e riguardano saraghi, ombrine, dentici, pagri, gallinelle (i cd cocci), pesci piatti (sogliole e rombi) e, last but not least, il Tonno rosso. Per quest\u2019ultimo \u00e8 opportuno rimarcare, a parte le produzioni relativamente modeste e irregolari nel tempo, che si tratta di esemplari catturati da giovani dagli stock selvatici e stabulati in vasche per il cd \u201cingrasso\u201d.Ma che succede se disponiamo in un unico grafico a torta i precedenti 5 pesci con cozze \/ mitili e vongole filippine?La risposta ce la da un documento del CREA (2015) dove si trova la Figura 3.Figura 3 \u2013 Produzione dell\u2019acquacoltura italiana nel 2012 per categorie. Le % dei grafici a torta fanno riferimento a 191181 tonnellate (sinistra) e 465 milioni di euro (destra). Da CREA (2015).Il documento ci dice anche che nel 2012 a livello nazionale si allevavano 30 specie di pesci, molluschi e crostacei, ma che effettivamente il 97% della produzione si basava su sole cinque \u201cvoci\u201d: la trota (acque dolci), la spigola e l\u2019orata (acque marine \/ salmastre), mitili e vongole veraci.Insomma, \u00e8 evidente che 10 anni fa la maricoltura rappresentava un settore minoritario dell\u2019acquacoltura e non solo per l\u2019Italia sulla base del grafico riportato in Figura 4.Figura 4 \u2013 L\u2019evoluzione temporale nel mondo delle produzioni (esclusi vegetali e prodotti non destinati al consumo) ricavate dagli allevamenti di organismi acquatici. Dai due profili, si vede chiaramente come la maricoltura, anche se in crescita, sia un settore minoritario. Da Anon. (2014 \u2013 2020).Tornando al voluminoso rapporto del 2011, tralasciando il cenno alle specie cd \u201cornamentali\u201d, lo stesso riporta e descrive i promettenti sviluppi sperimentali con alcune produzioni pilota su specie pregiate e molto richieste dai consumatori (disposti a pagarle a caro prezzo) come ricci di mare, gamberi mazzancolle, aragoste, polpi, cernie e addirittura dei tentativi con ibridi \/ incroci di specie (come il cd Pantice).Tuttavia dalla Figura 5, \u00e8 chiaro che almeno uno dei problemi per le specie innovative in Italia (sempre ai tempi del rapporto di cui prima) era dato dalla limitata capacit\u00e0 di procacciarsi o produrre gli \u201cavannotti\u201d (insomma i giovanili).Figura 5 \u2013 Confronto fra produzioni nazionali di \u201cavannotti\u201d per specie innovative nel 2007. Legenda: Puntazzo e Sargus: Saraghi; Pagrus, Pagellus, Dentex (Pagri, Pagelli fragolini &amp; Dentici); Sciaena, Umbrina, Argyrosomus (corvine, ombrina e ombrina boccadoro). Da Barazi-Yeroulanos (2010).C\u2019\u00e8 da notare nella Figura 5 l\u2019assenza di giovanili di tonno e ricciole specie trattate qualche anno dopo in altri studi fra i quali abbiamo selezionato il documento AA.VV. (2013) dedicato principalmente proprio ai due grandi pelagici considerati specie sia strategiche sia ottime candidate per l\u2019acquacoltura marina innovativa.Fra le 185 pagine del rapporto, spiccano affermazioni molto promettenti per le ricciole.\u201c\u2026 il progetto ha segnato uno dei migliori successi internazionali nella produzione massiva di questa specie, non solo per il numero prodotto, ma soprattutto per la qualit\u00e0 dei giovanili prodotti \u2026. (cfr. la successiva Figura 6)Un po&#8217;meno promettenti (ma comunque incoraggianti secondo gli Autori) le affermazioni relative al tonno.\u201cIn conclusione, questo studio \u2026 ha comunque fornito un contributo originale all\u2019ampliamento delle conoscenze sullo sviluppo ontogenetico del tonno rosso. Ha permesso infatti di \u2026 evidenziare l\u2019esigenza di modificare le condizioni di allevamento delle larve al fine di migliorarne lo sviluppo\u201d.Figura 6 &#8211; La ricciola (Seriola dumerili) allevata (in senso orario) dallo stadio larvale (12 giorni) a giovanili e infine ad adulti. Da AA.VV. (2013).La Figura 6, oltre che corrispondere perfettamente alla definizione di maricoltura proposta in questa sede, avrebbe dovuto essere suggellata dalla successiva produzione commerciale della ricciola in Italia come sembra essere avvenuto recentemente in altri paesi. Un\u2019azienda del nord Europa (cfr. Pesceinrete, 20 ottobre 2021) \u00e8 riuscita a produrre qualche centinaio di tonnellate \/ anno di ricciole allevate (per\u00f2 a terra) in parte conferite ad una famosa catena di supermercati italiani presente anche a Mazara (dove per\u00f2 nessuna circolare sembra essere giunta ai responsabili e quindi la ricciola di allevamento ancora non si trova nei banconi).Per cercare di capire il motivo per il quale i supermercati italiani sembrano intenzionati a vendere la ricciola allevata in altri paesi vediamo cosa ci dicono altri due documenti selezionati, entrambi successivi (di poco e di qualche anno) al rapporto del 2011 ed entrambi latori di un quadro un po&#8217; meno promettente per la diversificazione delle specie nella maricoltura in Italia.Il primo (Santulli, 2013), nell\u2019evidenziare il rapido e profondo tracollo del settore siciliano dopo il 2000, riporta per\u00f2 anche alcune prove di allevamento su specie nuove come i ricercatissimi ricci di mare (Figura 7) o lo scorfano rosso.Figura 6 \u2013 Prove di allevamento del riccio di mare, una specie ricercatissima dai siciliani e fonte di continui conflitti fra pescatori professionali, ricreativi e abusivi (che ne fanno strage). Da Santulli (2013).Il secondo documento (Mirto et al., 2017), pur prospettando uno scenario positivo per l\u2019acquacoltura italiana in generale (\u201cnel periodo 2014-2030 si stima un incremento medio del 38% del volume di produzione, sia per un aumento della capacit\u00e0 produttiva degli impianti operanti, sia per la realizzazione di nuovi impianti\u201d e \u201c\u2026 \u00e8 attesa una crescita pi\u00f9 sostenuta della piscicoltura in ambiente marino\u201d) tuttavia non cita alcuna nuova specie in generale per l\u2019Italia e nemmeno conferma il proseguimento dell\u2019allevamento dei ricci di mare o l\u2019avvio dell\u2019allevamento commerciale dello scorfano rosso entrambi i casi citati da Santulli (2013).Di fatto, il documento di Mirto et al. (2017), riconoscendo che \u201cDai tempi della Legge 41\/82 e dell\u2019introduzione dello strumento dei Piani Triennali \u2026 non sono stati fatti grandi passi in tema di diversificazione delle specie commercializzate\u201d sembra confermare che spigola e orata rimarranno nei prossimi anni pi\u00f9 del 90% dei pesci di mare allevati, mentre un ruolo minoritario e alternante sar\u00e0 rappresentato dalle specie gi\u00e0 viste nel 2011 come ombrina boccadoro, sarago pizzuto e Tonno rosso. Per quest\u2019ultima specie, per\u00f2, il documento del 2017 ci dice anche che non c\u2019\u00e8 stata produzione nel biennio 2012-2013 e che il suo allevamento ha subito una profonda crisi a causa delle restrizioni della politica comunitaria, i costi di gestione non sostenibili e le difficolt\u00e0 commerciali nell\u2019export del prodotto principalmente verso il Giappone.In sintesi, negli ultimi 10 anni la maricoltura italiana sembra non essere riuscita ad avviare una produzione commerciale di specie marine innovative appena appena comparabile con la consolidata produzione di spigole e orate e tutto ci\u00f2 nonostante gli ingenti investimenti pubblici al settore per la ricerca di specie nuove. Detto in altri termini, il confronto attuale fra pesca marittima e maricoltura in Italia sembra ricordare un celeberrimo motto (forse apocrifo, ma sempre molto suggestivo ed efficace)\u201cSe Atene piange, Sparta non ride!\u201dPer completezza c\u2019\u00e8 da dire che le criticit\u00e0 si percepiscono su una scala geografica pi\u00f9 ampia dato che anche a livello mondiale il contributo della maricoltura alla produzione sembra rimanere minoritario rispetto alla pesca nonostante una tendenziale crescita negli ultimi 20 anni (Figura 8).Figura 8 &#8211; Confronto fra le produzioni mondiali di organismi derivanti dalla pesca dei selvatici (Capture fisheries) e dagli allevamenti (Acquaculture nelle acque interne e in mare). Piante, mammiferi acquatici e alcune specie di rettili non sono state inclusi. Da FAO (2020).In effetti, sia la pesca che la maricoltura sono affetti da notevoli problemi (vedi Tabella in appendice); per la maricoltura, in particolare, le prime delle principali problematiche sono presentate in Figura 9.Figura 9 \u2013 Due delle principali problematiche della maricoltura in gabbie. Rischio dell\u2019arricchimento organico sul fondale \/ sedimento e sulla colonna d\u2019acqua. Il rischio per il sedimento \u00e8 una delle ragioni per la quale le gabbie non dovrebbero essere collocate sopra le praterie di Posidonia oceanica. Da AA.VV. (2011)Certo, la Figura 9 non esplicita le altre principali problematiche che sembrano attanagliare la maricoltura italiana e che sono integrate fra altre nella Tabella in appendice.\u2022 Costituire lo stock riproduttore che deve a sua volta produrre uova e larve.\u2022 Ridurre l\u2019elevatissima mortalit\u00e0 nei primi stadi di sviluppo (uova -&gt; larve -&gt; giovanili) e non solo in queste fasi perch\u00e9, in alcune specie, comportamenti aggressivi e financo di cannibalismo possono verificarsi lungo tutto il periodo della produzione (preingrasso e ingrasso).\u2022 Garantire lo spazio vitale! Per quanto grande possa essere una vasca a terra o gabbia a mare \u00e8 evidente che rappresentino un ambiente asfittico per specie abituate a vagare liberamente nell\u2019alto mare aperto (come i grandi pelagici, cio\u00e8 le varie specie di tonni, il pesce spada, le ricciole, le leccie, le lampughe ed altro, compresi i gamberoni rossi), a nuotare come forsennati in prossimit\u00e0 dei fondali (come i naselli) per finire con i piccoli pelagici come sardine e acciughe che amano stare insieme in banchi estesi.\u2022 Trovare fonti pi\u00f9 economiche per il mangime ricordando che pi\u00f9 la specie da allevare si colloca in alto nella piramide alimentare (detta anche piramide trofica; Figura 10) pi\u00f9 cresce la quantit\u00e0 di cibo necessaria per produrre una data quantit\u00e0 di prodotto finale.Figura 10 \u2013 La piramide alimentare (anche trofica \/energetica). Dal basso verso l\u2019alto, si procede dai Produttori primari (che convertono l\u2019energia solare in biomassa) ai consumatori apicali (che non hanno sostanzialmente predatori). Ad ogni gradino verso l\u2019alto, si perde (in verde) ca il 10% dell\u2019energia disponibile. La piramide spiega perch\u00e9 le immense balene e i giganteschi squali elefante si nutrono di plancton o minuti organismi come i gamberetti (tipo il krill) o piccoli pesci, mentre i pi\u00f9 voraci Capodogli scendano negli abissi per catturare i calamari giganti. Da https:\/\/biologydictionary.net\/trophic-level\/Il lettore arguto potr\u00e0 obiettare che sia le ricciole che le cernie sono voraci carnivori e quindi perch\u00e9 la prima \u00e8 pi\u00f9 promettente della seconda? La ragione \u00e8 che occorre considerare anche altri fattori del ciclo di vita di una specie fra cui la rapidit\u00e0 di crescita (in genere, di gran lunga pi\u00f9 alta nei pelagici che non nei demersali o bentonici come le cernie o gli scorfani) e le criticit\u00e0 del periodo larvale come la sua durata.Non a caso, fra le (poche) specie innovative considerate nel gi\u00e0 citato progetto sulla diversificazione (https:\/\/www.diversifyfish.eu\/) \u00e8 stata inclusa la cernia dei relitti (wreckfish, Polyprion americanus) che trascorre la fase iniziale della vita in acque superficiali, preferibilmente all\u2019ombra di formazioni naturali o artificiali galleggianti.Di contro, un recente esempio di promettente categoria di organismi marini da cercare di allevare in Italia \u00e8 dato dai cetrioli di mare o Oloturie (cfr. Ballatore, 2021), parenti dei ricci di mare, ricercatissimi dai consumatori asiatici; non a caso, si tratta di animali bentonici che ricavano il nutrimento dalle particelle di cibo nei sedimenti (detritivori). Come sempre, c\u2019\u00e8 l\u2019altro lato della medaglia che consiste nel fatto che si sa ancora poco sul ciclo di vita (crescita e mortalit\u00e0) delle oloturie mediterranee.In conclusione, i ghiottoni del mare italiani dovranno aspettare un po&#8217; di anni per trovare sui mercati in quantit\u00e0 apprezzabili e a prezzi competitivi specie pregiate come tonni, cernie, scorfani e simili, provenienti dalla maricoltura a ciclo completo (dalle uova al prodotto finale), mentre ci vorranno forse decenni di sviluppo scientifico e tecnologico per produrre nelle vasche specie pi\u00f9 \u201ccomplicate\u201d come calamari, aragoste, gamberoni rossi, scampi, acciughe, sardine, triglie, naselli, pesce San Pietro (o di Giove) e gli squali palombi.Questo scenario che, rimanendo in attesa di un articolo divulgativo di un collega specialista, appare, allo stato degli atti, come un\u2019evidenza incontrovertibile, dovrebbe fare riflettere tutti coloro i quali a gran voce chiedono di continuare a ridimensionare (addirittura chiudere del tutto) la pesca a strascico italiana e pi\u00f9 in generale la pesca marittima degli stock selvatici prospettando che a breve la maricoltura potr\u00e0 sopperire le mancate catture.Siccome le altre alternative sono consumare meno specie pregiate o aumentare ulteriormente le importazioni di pescato ed allevato dall\u2019estero, come scriveva un famoso ed evidentemente lungimirante autore siciliano, nel confronto pesca marittima \u2013 maricoltura in Italia dovrebbe ben valere il detto \u201cPensaci Giacomino!\u201dBibliografia essenzialeAA.VV. (2011) Capitolo 5 &#8211; L\u2019acquacoltura. Pagine 322 \u2013 413 in AA.VV. (2011), Lo stato della pesca e dell\u2019acquacoltura nei mari italiani a cura di Cataudella S. e M. Spagnolo. Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.AA.VV. (2013) Industrializzazione della produzione dei Grandi Pelagici in Sicilia attraverso tecniche di acquacoltura responsabile. Rapporto Finale, Febbraio 2013, S. Mazzola &#8211; responsabile del Progetto, S. Cataudella &#8211; Responsabile Scientifico.Anon. (2014-2020) Piano strategico per l\u2019acquacoltura in Italia 2014-2020. Mipaaf, Direzione Generale della Pesca e dell\u2019Acquacoltura PEMAC: 282 pp.Ballatore M. (2021) Oloturicoltura, un settore che sta influenzando fortemente l\u2019acquacoltura in UE. Pesceinrete, 13 Aprile 2021Barazi-Yeroulanos, L. (2010) Synthesis of Mediterranean marine finfish aquaculture \u2013 a marketing and promotion strategy. Studies and Reviews. General Fisheries Commission for the Mediterranean. 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