[{"@context":"https:\/\/schema.org\/","@type":"NewsArticle","@id":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/qfp-2028-2034-pesca-europea-rischi-risorse\/#NewsArticle","mainEntityOfPage":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/qfp-2028-2034-pesca-europea-rischi-risorse\/","headline":"Il futuro della pesca europea passa dal bilancio UE","name":"Il futuro della pesca europea passa dal bilancio UE","description":"Un rapporto commissionato dal Parlamento europeo mette sotto esame la proposta della Commissione sul prossimo bilancio pluriennale dell\u2019Unione. Il budget vincolato alla pesca si riduce, il settore rischia di perdere visibilit\u00e0 nei piani nazionali e il Fondo per la competitivit\u00e0 resta una possibilit\u00e0, non una garanzia. 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Il budget vincolato alla pesca si riduce, il settore rischia di perdere visibilit\u00e0 nei piani nazionali e il Fondo per la competitivit\u00e0 resta una possibilit\u00e0, non una garanzia. Domani, 6 maggio, la Commissione PECH apre il confronto a Bruxelles.Ci sono passaggi istituzionali che sembrano lontani dalla vita quotidiana delle imprese, dei porti e delle marinerie. In realt\u00e0, alcune decisioni prese nei palazzi europei finiscono per incidere concretamente sul lavoro di chi pesca, alleva, trasforma, commercializza e tiene in piedi intere comunit\u00e0 costiere.Per la pesca e l\u2019acquacoltura europee, uno di quei passaggi \u00e8 il nuovo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Non \u00e8 soltanto una discussione sul bilancio dell\u2019Unione. \u00c8 il terreno su cui si decider\u00e0 quante risorse saranno disponibili, con quali regole, con quale grado di tutela e con quale capacit\u00e0 di raggiungere davvero le imprese del settore.Domani dunque la Commissione per la pesca del Parlamento europeo si riunir\u00e0 a Bruxelles, nell\u2019edificio Altiero Spinelli, dalle 9:45 alle 18:30. All\u2019ordine del giorno ci sono votazioni, audizioni e diversi confronti tecnici. Ma il nodo politico pi\u00f9 rilevante riguarda proprio il futuro finanziario della pesca e dell\u2019acquacoltura nel prossimo ciclo di programmazione europea.A rendere il confronto particolarmente delicato \u00e8 uno studio commissionato dalla Commissione PECH a Pavel Salz, Tim Haasnoot e Tamar Poppelier. Il documento analizza la proposta della Commissione europea per il QFP 2028-2034 e ne valuta gli effetti potenziali sui settori della pesca e dell\u2019acquacoltura. Non \u00e8 un manifesto politico, ma un lavoro tecnico costruito su comparazioni finanziarie, analisi normativa, consultazioni con autorit\u00e0 di gestione e stakeholder, e tabelle di raccordo tra il quadro attuale e quello proposto.Proprio per questo, le criticit\u00e0 che emergono meritano attenzione. Lo studio non si limita a dire che serviranno pi\u00f9 risorse. Mostra dove il nuovo impianto pu\u00f2 creare incertezza, quali parti della Politica comune della pesca rischiano di perdere copertura e quali condizioni dovrebbero essere chiarite prima che il nuovo sistema diventi operativo.Addio al fondo dedicatoIl primo cambiamento \u00e8 strutturale. Nel nuovo QFP non sarebbe pi\u00f9 previsto un fondo separato e dedicato alla pesca e all\u2019acquacoltura. L\u2019attuale FEAMPA, il Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l\u2019acquacoltura, verrebbe assorbito nel pi\u00f9 ampio Fondo per i partenariati nazionali e regionali, indicato nello studio come NRP Fund.\u00c8 una trasformazione rilevante. Il nuovo fondo avrebbe una dotazione complessiva molto ampia e coprirebbe politiche diverse: coesione territoriale, sviluppo regionale, agricoltura, politiche sociali, sicurezza interna e altri ambiti di intervento. La pesca, quindi, non avrebbe pi\u00f9 un contenitore finanziario autonomo, ma entrerebbe in un sistema pi\u00f9 grande, nel quale dovr\u00e0 competere con molte altre priorit\u00e0 nazionali e regionali.La Commissione europea presenta questa architettura come una strada per ridurre la frammentazione, semplificare la gestione e rendere i fondi pi\u00f9 flessibili rispetto alle esigenze dei territori. Sono obiettivi comprensibili. Il problema, messo in evidenza dallo studio, \u00e8 capire se un settore economicamente piccolo ma strategico come la pesca riuscir\u00e0 davvero a mantenere visibilit\u00e0, continuit\u00e0 e capacit\u00e0 di accesso alle risorse.Il rischio \u00e8 che la flessibilit\u00e0, senza adeguate garanzie, si trasformi in incertezza.Il nodo delle risorseIl dato pi\u00f9 sensibile riguarda il budget vincolato. Nell\u2019attuale periodo 2021-2027, il FEAMPA dispone di circa 6,1 miliardi di euro complessivi, di cui circa 5,3 miliardi in gestione condivisa tra Unione europea e Stati membri. Nel nuovo NRP Fund, invece, la quota esplicitamente vincolata alla pesca e all\u2019acquacoltura ammonterebbe a 2 miliardi di euro per l\u2019intero periodo 2028-2034.Il confronto diretto tra 6,1 miliardi e 2 miliardi sarebbe troppo semplice e rischierebbe di non cogliere tutte le differenze tra i due sistemi. Lo studio, infatti, costruisce un confronto pi\u00f9 prudente, basato sulle attivit\u00e0 comparabili e corretto anche rispetto all\u2019inflazione. Anche con questa lettura pi\u00f9 tecnica, il risultato resta pesante: le risorse effettivamente protette per il settore risulterebbero ridotte di circa la met\u00e0.Non \u00e8 solo una questione di cifra. \u00c8 una questione di destinazione. Alcuni compiti finanziati dal fondo non sono opzionali, ma derivano da obblighi della legislazione europea. \u00c8 il caso della raccolta dati e del controllo della pesca, attivit\u00e0 indispensabili per applicare la Politica comune della pesca, monitorare gli stock, contrastare la pesca illegale e garantire un sistema di gestione fondato su dati affidabili.Secondo lo studio, per mantenere nel prossimo ciclo un livello adeguato di finanziamento per raccolta dati e controllo servirebbero circa 1,9 miliardi di euro complessivi, di cui circa 1,5 miliardi di contributo europeo. Se queste risorse dovessero essere assorbite dalla quota vincolata di 2 miliardi, resterebbero margini estremamente ridotti per tutto il resto: modernizzazione, decarbonizzazione, acquacoltura, trasformazione, commercializzazione, sicurezza a bordo, ricambio generazionale e sviluppo delle comunit\u00e0 costiere.\u00c8 questo uno dei punti pi\u00f9 forti del rapporto. Il budget vincolato, cos\u00ec come proposto, rischia di non essere sufficiente a coprire insieme gli obblighi essenziali e le politiche di sviluppo del settore.Il confronto con l\u2019agricolturaLo studio richiama anche il confronto con l\u2019agricoltura, non per mettere artificialmente in competizione due comparti diversi, ma per misurare il peso relativo assegnato alla pesca nella nuova architettura finanziaria europea. Nel QFP 2028-2034, la proposta della Commissione riserva alla Politica agricola comune 293 miliardi di euro. Alla pesca e all\u2019acquacoltura, invece, il budget vincolato nel nuovo NRP Fund ammonterebbe a 2 miliardi di euro. Il rapporto \u00e8 di circa 1 a 146.Naturalmente agricoltura e pesca non sono settori sovrapponibili. L\u2019agricoltura coinvolge molte pi\u00f9 imprese, pi\u00f9 occupati e un valore produttivo decisamente superiore. Lo studio, per\u00f2, osserva che il settore agricolo europeo impiega circa 42 volte pi\u00f9 persone della pesca e dell\u2019acquacoltura, escludendo la trasformazione, e genera un valore della produzione circa 53 volte superiore. Il divario finanziario, quindi, risulta proporzionalmente molto pi\u00f9 ampio del divario economico e occupazionale.Secondo questa lettura, il sostegno agricolo previsto dalla proposta sarebbe circa tre volte pi\u00f9 intenso rispetto a quello destinato alla pesca, sia per addetto sia per euro di produzione. \u00c8 un dato che non va letto come una contrapposizione tra agricoltori e pescatori, ma come un segnale politico: la pesca, proprio perch\u00e9 pesa meno in termini macroeconomici, rischia di diventare residuale se viene inserita in fondi molto ampi senza una protezione finanziaria adeguata.La pesca europea incide per una quota ridotta sul PIL complessivo dell\u2019Unione e sull\u2019occupazione totale, ma il suo valore non pu\u00f2 essere misurato soltanto in termini quantitativi. Produce alimento, sostiene comunit\u00e0 costiere, mantiene competenze professionali difficilmente sostituibili, alimenta filiere di trasformazione e distribuzione, contribuisce alla sicurezza alimentare e alla gestione sostenibile delle risorse marine.Se questa specificit\u00e0 non viene riconosciuta nei meccanismi finanziari, il rischio \u00e8 che il settore perda forza proprio nel momento in cui gli vengono chiesti investimenti pi\u00f9 impegnativi: transizione energetica, selettivit\u00e0 degli attrezzi, digitalizzazione, sicurezza, tracciabilit\u00e0 e adattamento ai cambiamenti climatici.Il rischio dei piani nazionaliNel nuovo sistema, le risorse dovrebbero passare attraverso i Piani di partenariato nazionali e regionali. Ogni Stato membro elaborerebbe il proprio piano, all\u2019interno del quale dovrebbe essere inserito anche un capitolo dedicato alla pesca.Anche qui, la criticit\u00e0 non riguarda solo il principio, ma il modo in cui il sistema viene costruito. Secondo lo studio, il capitolo dedicato alla pesca rischia di essere troppo sintetico e troppo poco vincolante. Il formato previsto non garantirebbe un livello sufficiente di dettaglio, n\u00e9 una reale comparabilit\u00e0 tra Stati membri. Le categorie di intervento sono ampie e potrebbero essere interpretate in modo diverso da paese a paese.Questo pu\u00f2 offrire maggiore adattabilit\u00e0 ai contesti nazionali, ma pu\u00f2 anche produrre frammentazione. Uno Stato potrebbe privilegiare alcune misure, un altro potrebbe ridurne la portata. Alcuni paesi potrebbero dare peso alla piccola pesca costiera, altri concentrarsi su segmenti pi\u00f9 strutturati. Alcuni potrebbero investire sull\u2019acquacoltura, altri considerarla marginale. Senza criteri pi\u00f9 chiari, la Politica comune della pesca rischia di dipendere in misura crescente da scelte nazionali non sempre omogenee.Per l\u2019Italia il tema \u00e8 particolarmente sensibile. Il Paese ha una pesca diffusa, articolata, composta da molte imprese di piccola dimensione, con marinerie che rappresentano non solo un\u2019attivit\u00e0 economica, ma anche un presidio sociale e culturale nei territori costieri. In questo contesto, l\u2019assenza di un fondo dedicato potrebbe rendere pi\u00f9 difficile difendere le esigenze specifiche del comparto all\u2019interno di piani nazionali chiamati a rispondere a molte altre priorit\u00e0.Il rischio non \u00e8 che la pesca venga esclusa formalmente. Il rischio \u00e8 che venga inserita, ma con risorse insufficienti, obiettivi generici e strumenti poco misurabili.Governance, Consigli consultivi e controlliTra i punti da chiarire ci sono anche alcuni elementi di governance. Lo studio segnala, ad esempio, che il nuovo impianto non menziona in modo esplicito i Consigli consultivi, cio\u00e8 gli organismi che coinvolgono rappresentanti del settore, organizzazioni della societ\u00e0 civile e altri portatori di interesse nel confronto sulle politiche della pesca.Nell\u2019attuale sistema, il loro finanziamento trova un riferimento pi\u00f9 chiaro. Nel nuovo quadro, secondo quanto riportato dallo studio, la Commissione avrebbe indicato la possibilit\u00e0 di continuare a sostenerli attraverso strumenti di gestione diretta. Tuttavia, resta da chiarire con quali risorse, con quali modalit\u00e0 e con quale grado di stabilit\u00e0.Un discorso analogo riguarda la cooperazione con le guardie costiere e le attivit\u00e0 di controllo. Sono aspetti apparentemente tecnici, ma fondamentali per il funzionamento della Politica comune della pesca. Senza controlli efficaci, senza dati affidabili e senza strumenti di coordinamento adeguati, anche gli obiettivi ambientali e gestionali rischiano di restare sulla carta.Una possibile apertura per le navi oltre i 24 metriIl rapporto non contiene solo elementi critici. Tra le novit\u00e0 segnalate c\u2019\u00e8 anche una possibile apertura per le imbarcazioni oltre i 24 metri, che nell\u2019attuale quadro incontravano limiti pi\u00f9 stringenti per l\u2019accesso ad alcune misure di sostegno, come la sostituzione o l\u2019ammodernamento dei motori e gli interventi per la sicurezza a bordo.Nel nuovo sistema, questa soglia verrebbe meno. \u00c8 un cambiamento che potrebbe interessare una parte della flotta di media e grande dimensione, compresi alcuni segmenti che operano in contesti pi\u00f9 complessi o lontani dalla costa.Anche in questo caso, per\u00f2, il punto decisivo sar\u00e0 l\u2019equilibrio. L\u2019ampliamento dell\u2019accesso pu\u00f2 essere positivo se accompagnato da regole chiare, controlli adeguati e criteri coerenti con gli obiettivi della Politica comune della pesca. Senza un quadro ben definito, il rischio \u00e8 che la maggiore flessibilit\u00e0 produca differenze applicative tra Stati membri e possibili squilibri competitivi.Il Fondo per la competitivit\u00e0 non basta da soloUn altro elemento centrale dello studio riguarda il Fondo europeo per la competitivit\u00e0, indicato come possibile canale per sostenere innovazione, transizione energetica e decarbonizzazione. Sulla carta, il potenziale \u00e8 rilevante. Il fondo dovrebbe mobilitare risorse importanti per settori strategici dell\u2019economia europea e la pesca viene richiamata in alcune aree collegate alla transizione pulita, alla bioeconomia e alla competitivit\u00e0.Il problema \u00e8 che il potenziale non equivale a un accesso garantito. Lo studio evidenzia che la pesca e l\u2019acquacoltura non risultano identificate in modo sufficientemente forte come settori strategici prioritari. Non sono previste, almeno nella proposta analizzata, risorse vincolate specificamente al comparto ittico, n\u00e9 procedure calibrate sulle caratteristiche delle piccole e medie imprese del settore.Questo \u00e8 un punto cruciale. Molte imprese della pesca e dell\u2019acquacoltura hanno dimensioni ridotte, strutture amministrative limitate e difficolt\u00e0 ad affrontare bandi complessi. Se il Fondo per la competitivit\u00e0 resta costruito principalmente per grandi filiere industriali, tecnologie avanzate e progetti ad alta capacit\u00e0 progettuale, una parte significativa del settore ittico potrebbe rimanere ai margini.La decarbonizzazione della flotta, inoltre, \u00e8 una sfida ancora pi\u00f9 complessa. Le tecnologie alternative non sono sempre mature, disponibili o economicamente sostenibili per le diverse tipologie di pesca. Nel breve e medio periodo, gli interventi pi\u00f9 realistici potrebbero riguardare efficienza energetica, digitalizzazione, miglioramenti tecnici, retrofit mirati e sperimentazioni progressive. Ma anche queste misure richiedono strumenti accessibili, non solo risorse teoricamente disponibili.Il Patto europeo sugli oceani e il problema delle risorseLo studio collega il nuovo QFP anche al Patto europeo sugli oceani, il documento con cui la Commissione ha delineato una visione strategica per la governance marina. Gli obiettivi sono ampi: tutela della salute degli oceani, economia blu sostenibile, resilienza delle comunit\u00e0 costiere, ricerca, innovazione, sicurezza marittima e ruolo internazionale dell\u2019Unione.La visione \u00e8 importante, ma il nodo resta finanziario. Il Patto, da solo, non dispone di una dotazione propria. La sua attuazione dipende quindi dalla capacit\u00e0 di essere integrato nei programmi europei e nelle scelte degli Stati membri. Secondo lo studio, l\u2019allineamento tra il Patto e la proposta di QFP appare solo parziale. Alcuni obiettivi risultano meglio rappresentati, altri ricevono un supporto pi\u00f9 indiretto o meno evidente.Anche qui emerge lo stesso tema: senza strumenti finanziari chiari, una strategia pu\u00f2 indicare una direzione, ma non necessariamente produrre effetti concreti nelle marinerie, nelle imprese acquicole, nei porti e nelle comunit\u00e0 costiere.Indicatori poco adatti a misurare l\u2019impattoUno degli aspetti pi\u00f9 tecnici ma pi\u00f9 importanti riguarda il sistema di monitoraggio. Il nuovo quadro punta a una maggiore attenzione alle performance, cio\u00e8 ai risultati ottenuti dai programmi finanziati. In teoria \u00e8 un passo positivo. In pratica, lo studio evidenzia alcune debolezze.Il rischio \u00e8 che gli indicatori misurino soprattutto il numero di operazioni finanziate, senza riuscire a distinguere in modo sufficiente tra pesca, acquacoltura, trasformazione e commercializzazione. Ancora pi\u00f9 delicato \u00e8 il tema della piccola pesca costiera, che non sembra avere indicatori specifici adeguati.Questo significa che, alla fine del periodo di programmazione, potrebbe essere difficile capire se le risorse hanno raggiunto davvero i segmenti pi\u00f9 fragili, se hanno favorito il ricambio generazionale, se hanno sostenuto la transizione energetica o se hanno migliorato le condizioni di lavoro e sicurezza.Misurare quante operazioni sono state finanziate non basta. Bisogna sapere quali effetti hanno prodotto.Le correzioni necessarieLo studio propone numerose raccomandazioni, sia per il Fondo dei partenariati nazionali e regionali sia per il Fondo europeo per la competitivit\u00e0. Il messaggio di fondo \u00e8 chiaro: il nuovo sistema pu\u00f2 funzionare solo se vengono introdotte garanzie pi\u00f9 solide per il settore ittico.Le priorit\u00e0 pi\u00f9 evidenti sono l\u2019aumento del budget vincolato, la copertura certa delle attivit\u00e0 obbligatorie di raccolta dati e controllo, la definizione pi\u00f9 precisa delle misure finanziabili, l\u2019inclusione esplicita della trasformazione e commercializzazione dei prodotti ittici, indicatori specifici per pesca, acquacoltura, trasformazione e piccola pesca costiera, e un accesso reale al Fondo per la competitivit\u00e0.Particolarmente importante \u00e8 anche il tema della decarbonizzazione. Se la transizione energetica della flotta viene lasciata solo a strumenti troppo generali, il rischio \u00e8 che resti una priorit\u00e0 dichiarata ma difficilmente praticabile. Per molte imprese servono misure graduali, concrete e compatibili con la realt\u00e0 tecnica ed economica delle imbarcazioni.Lo studio chiede inoltre maggiore chiarezza sulla divisione delle responsabilit\u00e0 tra gestione diretta della Commissione e gestione condivisa degli Stati membri. \u00c8 un punto essenziale, perch\u00e9 la complessit\u00e0 amministrativa non deve diventare un ulteriore ostacolo per chi gi\u00e0 oggi fatica a orientarsi tra regole, adempimenti e procedure.Cosa succede il 6 maggio a BruxellesLa riunione della Commissione PECH del 6 maggio non sar\u00e0 dedicata solo al QFP. La mattinata prevede anche un\u2019audizione pubblica sulla competitivit\u00e0 della pesca e dell\u2019acquacoltura e sulla riduzione della burocrazia. Interverranno rappresentanti delle Cofrad\u00edas spagnole, dei produttori europei di molluschi, di Legacoop Agroalimentare, della maricoltura croata e della rete LIFE dei pescatori a basso impatto.\u00c8 un confronto importante, perch\u00e9 la competitivit\u00e0 non dipende soltanto dai finanziamenti. Dipende anche dal peso degli adempimenti amministrativi, dalla chiarezza delle regole, dalla proporzionalit\u00e0 degli obblighi e dalla capacit\u00e0 delle istituzioni di ascoltare chi lavora ogni giorno nel settore.Nel pomeriggio, per\u00f2, l\u2019attenzione si sposter\u00e0 sul nuovo QFP e sullo studio commissionato dal Parlamento europeo. Sar\u00e0 l\u00ec che il confronto entrer\u00e0 nel cuore della questione: quante risorse saranno davvero protette per pesca e acquacoltura, con quali garanzie e con quali possibilit\u00e0 concrete di accesso.Per l\u2019Italia la posta in gioco \u00e8 reale. Il settore ittico nazionale \u00e8 fatto di marinerie storiche, piccola pesca costiera, imprese acquicole, mercati, trasformatori, distributori e comunit\u00e0 che hanno spesso poche alternative economiche. Parlare di fondi europei, quindi, non significa discutere di un tema astratto. Significa capire se nei prossimi anni ci saranno strumenti sufficienti per accompagnare il settore in una fase di cambiamento profondo.Il nuovo QFP 2028-2034 pu\u00f2 diventare un\u2019occasione per rendere pesca e acquacoltura pi\u00f9 competitive, sostenibili e capaci di innovare. Ma perch\u00e9 questo accada, il settore non pu\u00f2 essere lasciato ai margini di fondi troppo grandi, troppo generici e troppo difficili da intercettare.La Commissione PECH avr\u00e0 il compito di portare nel negoziato una posizione chiara. Servono risorse adeguate, regole leggibili, indicatori utili e strumenti realmente accessibili alle imprese. Senza queste condizioni, la semplificazione rischia di trasformarsi in perdita di tutela, e la flessibilit\u00e0 in una nuova forma di incertezza.Il futuro della pesca europea non si gioca solo in mare. In parte, si decide adesso, dentro il prossimo bilancio dell\u2019Unione."},{"@context":"https:\/\/schema.org\/","@type":"BreadcrumbList","itemListElement":[{"@type":"ListItem","position":1,"name":"Il futuro della pesca europea passa dal bilancio UE","item":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/qfp-2028-2034-pesca-europea-rischi-risorse\/#breadcrumbitem"}]}]