Nel primo semestre 2026 la Cina ha importato circa 2,31 milioni di tonnellate di prodotti ittici per 10,1 miliardi di dollari. Il mercato resta fortemente competitivo, ma una parte della domanda sta attribuendo maggiore peso a qualità costante, origine, tracciabilità, praticità e riconoscibilità del prodotto. È in questi segmenti a maggiore valore aggiunto che possono aprirsi gli spazi più interessanti per la filiera ittica italiana.

La Cina rimane innanzitutto una potenza produttiva. Nel 2025 ha raggiunto 76,57 milioni di tonnellate di prodotti acquatici, il 4,1% in più rispetto all’anno precedente, di cui 63,24 milioni provenienti dall’acquacoltura.
Le importazioni non vanno quindi interpretate come la risposta a una generica insufficienza dell’offerta interna. Servono anche a integrare il mercato con specie, origini, formati e livelli di servizio differenti, destinati a consumatori e canali sempre più segmentati.
Ed è proprio questa segmentazione a rendere la Cina più interessante per le imprese italiane rispetto a una semplice lettura dei volumi importati.
Il mercato cinese diventa più selettivo
L’analisi del mercato ittico cinese pubblicata da VASEP evidenzia una maggiore attenzione verso freschezza, provenienza, tracciabilità, qualità costante, sostenibilità e certificazioni, soprattutto nei segmenti medio-alti.
Sta cambiando anche la forma del consumo. Accanto al seafood vivo e fresco, ancora molto importante soprattutto nella Cina meridionale, aumentano gli spazi per surgelati, semilavorati, prodotti puliti e porzionati, preparazioni marinate e ready-to-eat.
La praticità pesa in particolare tra i consumatori più giovani. Contemporaneamente e-commerce, piattaforme digitali e nuovi modelli distributivi stanno modificando il modo in cui il prodotto viene presentato, raccontato e acquistato.
Nel salmone questa evoluzione è già evidente. Nel primo semestre 2026 la Cina è diventata il secondo mercato complessivo dell’export ittico norvegese, dietro la Polonia e davanti agli Stati Uniti, mentre la crescita del consumo di salmone in Cina è sostenuta anche dall’espansione della distribuzione moderna e dei canali digitali.
Il prezzo resta decisivo nei prodotti di massa
La crescita dei segmenti a maggiore valore non significa però che il mercato cinese abbia smesso di essere estremamente sensibile al prezzo.
Gamberi, pangasio e numerose commodity continuano a muoversi attraverso grandi flussi internazionali, sui quali pesano costi di produzione, scala, logistica e continuità delle forniture. In queste categorie Paesi come Ecuador, India e Vietnam dispongono di strutture produttive difficilmente confrontabili con quelle italiane.
Anche il dato complessivo del primo semestre richiede cautela: le quantità importate sono aumentate del 6%, mentre il valore è cresciuto soltanto dello 0,3%. La differenza non permette di ricavare automaticamente un andamento dei prezzi, perché cambia anche la composizione dei prodotti acquistati, ma conferma l’elevata pressione competitiva.
VASEP segnala inoltre margini compressi, concorrenza crescente e consumatori ancora prudenti nella spesa.
Per l’Italia, quindi, la possibilità commerciale non nasce dalla capacità di competere su ogni segmento. Nasce dalla possibilità di selezionare quelli nei quali il prezzo non è l’unico criterio di scelta.
Dove può entrare in gioco la filiera italiana
È qui che la parola “eccellenza” deve essere utilizzata con precisione.
Non basta che un prodotto sia italiano perché abbia automaticamente un vantaggio sul mercato cinese. Il valore deve essere riconoscibile nel prodotto: qualità costante, lavorazione, sicurezza alimentare, tracciabilità, origine, presentazione, servizio e capacità di rispondere alle esigenze del canale distributivo.
Sono caratteristiche sulle quali l’industria agroalimentare italiana ha costruito nel tempo una parte importante della propria presenza internazionale.
Anche nella filiera ittica esistono competenze nella trasformazione e nella valorizzazione della materia prima: conserve e semiconserve, affumicati, marinati, preparazioni, prodotti porzionati, specialità territoriali e referenze premium.
Non significa che queste categorie abbiano automaticamente uno sbocco in Cina. Significa che l’evoluzione della domanda cinese rende più coerente una strategia basata sulla differenziazione, rispetto a una competizione fondata esclusivamente sul volume.
Un primo dato commerciale offre un’indicazione concreta.
Nei primi sei mesi del 2026 la Cina ha importato tonno per 73,782 milioni di dollari, contro 73,133 milioni nello stesso periodo del 2025: una crescita dello 0,9%.
Nello stesso periodo le forniture provenienti dall’Italia sono passate da 482 mila a 1,081 milioni di dollari, con un aumento del 124,3%.
La dimensione resta limitata: l’Italia rappresenta circa l’1,5% del valore delle importazioni cinesi di tonno considerate dalla statistica. Parlare di boom sarebbe quindi improprio.
Il confronto resta però significativo: mentre il mercato complessivo del tonno cresce meno dell’1%, il valore delle forniture italiane risulta più che raddoppiato.
La statistica disponibile non consente di identificare quali specifiche tipologie di prodotto abbiano determinato l’aumento. Non è quindi corretto attribuirlo al tonno rosso, al fresco, al congelato o alle preparazioni senza ulteriori dati.
In Cina il Made in Italy deve dimostrare il proprio valore
È probabilmente questo il punto decisivo.
Il Made in Italy diventa un vantaggio commerciale soltanto quando l’origine corrisponde a una differenza che l’importatore può riconoscere e il consumatore è disposto a pagare.
La bandiera sulla confezione non basta. Servono qualità ripetibile, sicurezza, tracciabilità, lavorazioni distintive, packaging adeguato, continuità delle forniture e conoscenza dei canali distributivi.
L’accesso al mercato richiede inoltre il rispetto delle procedure sanitarie previste per l’esportazione verso la Repubblica Popolare Cinese, comprese le condizioni applicabili agli stabilimenti e ai prodotti interessati.
La Cina non è dunque diventata improvvisamente un mercato semplice per il seafood italiano. Sta però diventando un mercato nel quale alcune caratteristiche tradizionalmente associate alle produzioni italiane acquistano maggiore rilevanza commerciale.
Il +124,3% registrato dal tonno nel primo semestre 2026 resta un dato ancora piccolo in valore assoluto e non dimostra l’esistenza di una tendenza consolidata. Offre però un primo riscontro concreto.
La vera opportunità, per la filiera italiana, non è vendere genericamente “più pesce” in Cina. È individuare quali prodotti possano essere riconosciuti e remunerati per una qualità, una lavorazione e un’identità che li distinguano dall’offerta di massa.
È lì che le eccellenze italiane possono avere un mercato.
Credito foto: Ittica Sud












