[{"@context":"https:\/\/schema.org\/","@type":"NewsArticle","@id":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/strascico-fondo-costi-europa-16-miliardi\/#NewsArticle","mainEntityOfPage":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/strascico-fondo-costi-europa-16-miliardi\/","headline":"Un recente studio stima che lo strascico di fondo possa costare all\u2019Europa fino a 16 miliardi di euro l\u2019anno","name":"Un recente studio stima che lo strascico di fondo possa costare all\u2019Europa fino a 16 miliardi di euro l\u2019anno","description":"La pesca a strascico di fondo \u00e8 una delle attivit\u00e0 pi\u00f9 importanti e controverse della pesca europea. \u00c8 una pratica storica, radicata in molte marinerie, capace di alimentare filiere complesse e di portare sui mercati specie ittiche di largo consumo. 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Allo stesso tempo \u00e8 una tecnica sottoposta da anni a una crescente attenzione per gli effetti sugli habitat bentonici, sulla selettivit\u00e0 delle catture, sui consumi energetici, sui rigetti e sul rapporto con le aree marine protette.Un nuovo studio, intitolato The value of bottom trawling in Europe e pubblicato su Ocean and Coastal Management, entra nel cuore di questo dibattito con un approccio economico: quanto vale davvero la pesca a strascico di fondo se, accanto ai ricavi e all\u2019occupazione, si considerano anche i costi ambientali e sociali?La domanda \u00e8 semplice solo in apparenza. Perch\u00e9 lo strascico non pu\u00f2 essere raccontato soltanto come un problema ambientale, ma nemmeno pu\u00f2 essere difeso soltanto in nome della produzione. Dentro questa attivit\u00e0 convivono lavoro, imprese, prodotto alimentare, comunit\u00e0 costiere, sussidi pubblici, impatti sugli ecosistemi e, secondo gli autori dello studio, anche una componente climatica ancora difficile da quantificare con precisione ma potenzialmente rilevante.Lo studio \u00e8 firmato da Katherine D. Millage, Juan Mayorga, Sara Orofino, Trisha B. Atwood, Alan M. Friedlander, Louise S.L. Teh, Maria L.D. Palomares, U. Rashid Sumaila ed Enric Sala. Gli autori appartengono a realt\u00e0 di ricerca internazionali, tra cui Pristine Seas della National Geographic Society, l\u2019Environmental Markets Lab dell\u2019Universit\u00e0 della California Santa Barbara e l\u2019Institute for the Oceans and Fisheries della University of British Columbia.Per trasparenza, va riportato anche il dato sul finanziamento. Lo studio dichiara di essere stato finanziato dalla National Geographic Society e da un donatore anonimo. Nella dichiarazione sui potenziali interessi concorrenti, gli autori precisano inoltre che Enric Sala ha ricevuto supporto finanziario dalla National Geographic Society, mentre gli altri firmatari dichiarano di non avere interessi concorrenti noti. \u00c8 un elemento importante da indicare, non per delegittimare il lavoro, ma per consentire al lettore di inquadrare correttamente la fonte, soprattutto su un tema destinato ad avere ricadute nel dibattito pubblico e nelle politiche europee della pesca.L\u2019analisi prende in esame la pesca a strascico di fondo e le draghe in un\u2019area ampia, che comprende i Paesi dell\u2019Unione europea, il Regno Unito, la Norvegia, l\u2019Islanda, le Isole Faroe e altri territori del Nord Atlantico. Il periodo considerato va dal 2016 al 2021. La ricerca utilizza anche dati AIS, cio\u00e8 i segnali di tracciamento automatico delle imbarcazioni, per stimare lo sforzo di pesca. Questo aspetto \u00e8 centrale, perch\u00e9 gli stessi autori precisano che alcune unit\u00e0 pi\u00f9 piccole, in particolare nel Mediterraneo, potrebbero non essere pienamente rappresentate nel campione. La cautela, quindi, \u00e8 necessaria fin dall\u2019inizio.Il cuore dello studio \u00e8 il tentativo di mettere nello stesso quadro benefici privati, benefici pubblici e costi collettivi. Da un lato ci sono i ricavi della pesca, il valore dell\u2019occupazione diretta e il contributo alimentare delle proteine destinate al consumo umano. Dall\u2019altro ci sono i sussidi pubblici, il valore delle catture rigettate, le emissioni dovute al consumo di carburante e quelle che lo studio attribuisce alla possibile risospensione e trasformazione del carbonio organico presente nei sedimenti marini.Secondo gli autori, il bilancio netto medio della pesca a strascico di fondo in Europa sarebbe negativo, con una perdita stimata tra 2,07 e 15,97 miliardi di euro all\u2019anno. La forbice \u00e8 ampia perch\u00e9 dipende soprattutto dal valore economico attribuito alle emissioni di CO\u2082 e dalle ipotesi utilizzate per stimare il rilascio di carbonio dai sedimenti. Ma il messaggio dello studio \u00e8 chiaro: una parte rilevante dei benefici sarebbe catturata dal settore privato, mentre i costi maggiori ricadrebbero sulla collettivit\u00e0.Il dato pi\u00f9 immediato riguarda la distribuzione tra benefici e costi. La ricerca stima un beneficio netto medio per il settore privato pari a circa 180 milioni di euro l\u2019anno. Sul versante pubblico, invece, il costo netto sarebbe compreso tra 2,25 e 16,15 miliardi di euro all\u2019anno. Gli autori stimano ricavi annui medi per 4,41 miliardi di euro, un valore delle proteine prodotte per il consumo umano pari a 2,46 miliardi e un valore dell\u2019occupazione diretta pari a 1,78 miliardi. Sono numeri che confermano il peso economico e sociale dello strascico e impediscono qualunque lettura superficiale.Il problema, secondo lo studio, \u00e8 che questi benefici non esauriscono il conto complessivo. I sussidi pubblici destinati alla pesca a strascico vengono stimati in media in 1,17 miliardi di euro all\u2019anno, mentre il valore delle catture rigettate \u00e8 calcolato in circa 220 milioni di euro. La voce pi\u00f9 pesante, per\u00f2, riguarda le emissioni atmosferiche associate al carbonio dei sedimenti disturbati dagli attrezzi trainati sul fondo. In questo caso il costo annuale stimato varia tra 4,87 e 18,15 miliardi di euro, a seconda del costo sociale del carbonio utilizzato nel modello.\u00c8 proprio qui che il tema diventa pi\u00f9 delicato. La relazione tra pesca a strascico, sedimenti marini e carbonio \u00e8 una materia scientificamente complessa. Gli autori riconoscono che esistono incertezze importanti, soprattutto sui parametri che descrivono la degradazione del carbonio organico dopo il disturbo del fondale. Non tutti i sedimenti reagiscono allo stesso modo, non tutti gli habitat hanno la stessa capacit\u00e0 di accumulare carbonio e non tutti gli attrezzi hanno il medesimo impatto. La ricerca, quindi, non va letta come una sentenza uniforme su ogni flotta, ogni area e ogni segmento produttivo.Questa prudenza \u00e8 decisiva. Il rischio, nel dibattito pubblico, \u00e8 trasformare uno studio complesso in uno slogan. La pesca a strascico non \u00e8 uguale ovunque. Cambiano le specie bersaglio, le profondit\u00e0, la composizione dei fondali, l\u2019intensit\u00e0 dello sforzo, le dimensioni delle imbarcazioni, le tecnologie utilizzate e le regole di gestione. Lo stesso vale per gli impatti. Un modello su scala europea pu\u00f2 offrire una fotografia utile, ma non sostituisce le valutazioni territoriali e gestionali necessarie per assumere decisioni equilibrate.Allo stesso tempo, il lavoro non pu\u00f2 essere liquidato solo perch\u00e9 utilizza scenari e parametri oggetto di discussione scientifica. Anche adottando ipotesi pi\u00f9 conservative, gli autori sostengono che il costo climatico associato al disturbo dei sedimenti resti significativo. In altre parole, il punto non \u00e8 affermare che ogni uscita in mare produca lo stesso effetto, ma riconoscere che il disturbo dei fondali potrebbe avere un peso economico e climatico maggiore di quanto finora considerato nelle politiche della pesca.Lo studio affronta anche il rapporto tra pesca a strascico e aree marine protette. Secondo l\u2019analisi, il 13,04% dello sforzo annuo di pesca a strascico, misurato in kilowattora, si svolgerebbe all\u2019interno di aree marine protette implementate o designate nell\u2019area considerata. Se si guarda al tempo trascorso in pesca, la quota sale al 23,17%. Allo stesso tempo, le aree con protezione piena o elevata contro le attivit\u00e0 pi\u00f9 impattanti rappresenterebbero appena lo 0,07% dell\u2019area marina analizzata.Questo dato tocca un nervo scoperto della politica europea del mare. Un\u2019area formalmente protetta non \u00e8 necessariamente un\u2019area sottratta alle attivit\u00e0 di pesca pi\u00f9 invasive. Molte aree marine protette, in Europa, consentono ancora forme di utilizzo produttivo anche rilevanti. Per gli autori, una progressiva eliminazione dello strascico dalle aree marine protette potrebbe generare benefici ambientali e climatici, ma solo se accompagnata da misure capaci di evitare un semplice spostamento dello sforzo di pesca verso altre zone.Il rischio della delocalizzazione dello sforzo \u00e8 decisivo. Chiudere un\u2019area senza ridurre davvero la pressione complessiva pu\u00f2 produrre risultati inferiori alle attese. Se lo sforzo di pesca viene semplicemente trasferito altrove, magari verso fondali ugualmente sensibili o verso aree gi\u00e0 sottoposte a pressione, il beneficio ambientale pu\u00f2 ridursi in modo significativo. Per questo lo studio richiama l\u2019esigenza di una gestione pi\u00f9 ampia, fatta non solo di restrizioni spaziali, ma anche di riduzione dello sforzo, programmi di riconversione, dismissione volontaria delle licenze, formazione e sostegno alle comunit\u00e0 coinvolte.La parte forse pi\u00f9 politica della ricerca riguarda i sussidi. Gli autori suggeriscono che le risorse pubbliche oggi destinate a sostenere la pesca a strascico potrebbero essere ripensate per accompagnare una transizione graduale verso metodi meno impattanti. Non si tratta di una questione semplice. La pesca non \u00e8 un settore astratto, ma un insieme di imprese, equipaggi, famiglie e territori. Ogni scelta restrittiva, se non costruita con attenzione, rischia di scaricare i costi sui soggetti pi\u00f9 fragili della filiera.Per questo, il messaggio pi\u00f9 utile per il settore ittico non \u00e8 \u201cchiudere tutto\u201d, ma misurare meglio. Misurare meglio gli impatti, distinguere tra flotte, aree, attrezzi e habitat, capire quali segmenti hanno margini di miglioramento e quali richiedono politiche di accompagnamento. Una transizione senza dati solidi diventa ideologia. Una difesa dello status quo senza contabilit\u00e0 ambientale rischia invece di non reggere pi\u00f9 davanti alle nuove priorit\u00e0 europee su clima, biodiversit\u00e0 e sostenibilit\u00e0.Per il Mediterraneo e per l\u2019Italia, il tema richiede una lettura ancora pi\u00f9 prudente. Le flotte sono diverse da quelle del Nord Europa, molte imprese hanno dimensioni ridotte, la pesca costiera ha un forte valore sociale e le alternative economiche non sono sempre immediate. La sostenibilit\u00e0, in questo contesto, non pu\u00f2 essere ridotta a uno slogan. Deve diventare una politica industriale, capace di tenere insieme conservazione, redditivit\u00e0, sicurezza alimentare e dignit\u00e0 del lavoro.Il punto di equilibrio \u00e8 difficile, ma inevitabile. Da una parte, il settore ittico deve poter continuare a produrre cibo, occupazione e valore. Dall\u2019altra, le politiche pubbliche non possono pi\u00f9 limitarsi a misurare soltanto le catture e i ricavi. Devono interrogarsi anche sui costi indiretti: habitat degradati, fondali alterati, emissioni, perdita di biodiversit\u00e0, conflitti con altri segmenti della pesca e utilizzo delle risorse pubbliche.La pesca a strascico rester\u00e0 al centro del confronto europeo nei prossimi anni. Lo studio pubblicato su Ocean and Coastal Management non chiude il dibattito, ma lo rende pi\u00f9 difficile da affrontare con argomenti semplificati. Il valore di una pesca non si misura pi\u00f9 soltanto dal pesce sbarcato, dal fatturato generato o dai posti di lavoro sostenuti. Si misura anche da ci\u00f2 che accade sotto la superficie: agli habitat, ai sedimenti, agli stock, alle altre attivit\u00e0 di pesca e al capitale naturale da cui dipende il futuro stesso della filiera.La sfida, per l\u2019Europa e per il settore ittico, \u00e8 tutta qui: costruire una pesca capace di continuare a produrre valore senza trasferire alla collettivit\u00e0 costi che diventano sempre pi\u00f9 difficili da ignorare. Una sfida che non si vince con le contrapposizioni, ma con dati migliori, politiche pi\u00f9 intelligenti e una transizione costruita insieme agli operatori, non contro di loro."},{"@context":"https:\/\/schema.org\/","@type":"BreadcrumbList","itemListElement":[{"@type":"ListItem","position":1,"name":"Un recente studio stima che lo strascico di fondo possa costare all\u2019Europa fino a 16 miliardi di euro l\u2019anno","item":"https:\/\/www.pesceinrete.com\/strascico-fondo-costi-europa-16-miliardi\/#breadcrumbitem"}]}]