Come l’uscita dall’UE del Regno Unito condizionerà il settore ittico

Tra circa due mesi, giovedì 23 giugno per la precisione, nel Regno Unito avrà luogo un referendum per decidere se il paese resterà nell’Unione europea.

Secondo i sondaggi, il mondo della politica è piuttosto diviso così come l’opinione pubblica. Il governo suggerisce che stare nell’ UE è nell’interesse del paese e che l’uscita creerebbe incertezza economica. I vari movimenti pro uscita credono che questo sarebbe un benefico sotto alcuni aspetti e che sarebbe possibile per il paese sostenere un “divorzio” amichevole dal blocco Europa, con gli altri 27 Stati membri ancora vogliosi di mantenere forti relazioni commerciali con il Regno Unito.

Non a caso, il periodo che precede il referendum è sempre più dominato dalle affermazioni circa i risultati positivi e negativi dell’uscita della Gran Bretagna, o Brexit, come è stato soprannominato. Un punto di particolare attenzione riguarda benefici e minacce all’economia dell’UK. Naturalmente, prevedere dati precisi a riguardo è un compito difficile, se non impossibile, in quanto non vi è alcun modo di sapere come l’UE e gli investitori stranieri risponderanno al ritiro.

La gestione della pesca è un settore dell’economia che è diventato oggetto del Brexit, in particolare per le carenze della Politica comune della pesca (PCP) da parte dell’UE, che ha portando molti nel settore a mettere in discussione l’efficacia dei regimi di gestione centralizzata. Tuttavia, l’autorità di gestione della pesca attuale ha compiuto passi importanti affrontando le carenze delle precedenti politiche, compresa l’attuazione graduale dell’obbligo di sbarco o di divieto di rigetto. Vi è però un punto conflittuale in riferimento allo sviluppo del settore al di fuori della burocrazia centralizzata del blocco.

Anche in questo caso, è estremamente difficile prevedere esattamente cosa potrebbe succedere alla pesca e al settore ittico senza conoscere i termini completi e le più ampie implicazioni delle politiche dell’UE. E’ chiaro che il referendum solleva un sacco di domande per le industrie della pesca e dei prodotti ittici. Probabilmente, la più urgente di queste è se il Regno Unito continuerà a consentire alle navi da pesca straniere di accedere alla sua zona economica esclusiva (ZEE). In tal caso, i limiti di cattura dovrebbero essere concordati e monitorati. In caso contrario, si pone la questione se l’UE debba limitare i diritti della pesca UK. Inoltre, circa il 40% dei prodotti catturati dalla flotta UK sono esportati all’estero, una caratteristica del settore che potrebbe anche cambiare.

Mentre molte delle questioni relative alla conservazione e alla gestione delle attività di pesca rimarranno in gran parte immutate, perché il Regno Unito è tra i firmatari della legge delle Nazioni Unite della Convenzione del Mar, il che rende il paese necessario per prendersi cura di tali risorse e anche a “collaborare per conservare e gestire scorte specifiche”, in particolare gli stock ittici transzonali e le specie altamente migratorie, ci sono preoccupazioni a livello commerciale. Per esempio, che cosa significherebbe Brexit per le esportazioni e le importazioni UK? Questo è di particolare importanza dal momento che il paese esporta in UE gran parte dei suoi prodotti catturati in natura. Allo stesso modo, importa circa il 70 per cento del pesce che entra nelle sue catene di fornitura, con grandi volumi provenienti dall’Europa. E, dal punto di vista pratico, il settore potrebbe avere difficoltà a mantenere una forza lavoro qualificata a vari livelli della catena di fornitura.

Dieci settimane prima di decidere se la Gran Bretagna rimarrà nell’ UE o diventerà il primo stato-nazione a lasciare mai il blocco, c’è molto di più di semplici congetture di cui venire a capo, da entrambi i lati. Ma come la maggior parte di altre industrie del paese, il settore ittico dovrà aspettare in sordina, vedere come l’elettorato voterà e poi reagire di conseguenza.

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