Brusca frenata del governo danese sullo sviluppo dell’acquacoltura in alto mare. Attualmente sono 19 gli allevamenti ittici offshore danesi, che continueranno regolarmente la propria attività. Tuttavia, lo stop deciso dal governo riguarderà solo i progetti per nuovi vivai in oceano aperto.
L’annuncio è arrivato a fine agosto dal ministro dell’ambiente Lea Wermelin, che ha affermato come la Danimarca abbia ormai raggiunto il limite di quanti pesci possano essere allevati in mare senza rischi per l’ambiente. “Come Paese, dobbiamo essere un pioniere verde quando si parla di acquacoltura e dunque dobbiamo concentrarci sullo sviluppo sostenibile del settore,” ha detto il ministro, giustificando la posizione del governo.
La decisione è stata accolta positivamente dai gruppi ambientalisti, che hanno da sempre mosso critiche alla maricoltura per gli effetti che scarti e granulato alimentare non consumato avrebbero sull’ecosistema marino. Ma sotto accusa da parte dei movimenti verdi c’è anche il trasferimento di malattie e parassiti, come il pidocchio di mare, dai pesci allevati a quelli selvaggi.
Critiche sono, comprensibilmente, piovute dal lato degli allevatori, il cui indotto annuale è attestato attorno al miliardo e mezzo di corone, circa 200 milioni di euro. Una somma ancora ridotta rispetto ai numeri del vicino colosso norvegese, ma in netta crescita. Secondo Brian Thomsen, a capo della Federazione di acquacoltura danese, lo stop bloccherà definitivamente la costante espansione del settore.
La Federazione europea d’acquacoltura (FEAP) stima in 35.272 tonnellate il volume di specie acquatiche coltivate in Danimarca nel 2016, quasi esclusivamente trota salmonata. La Danimarca è oggi l’ottavo produttore Ue di pesce allevato, in una classifica guidata da Spagna, Regno Unito, Francia, Italia e Grecia.
La decisione della Danimarca potrebbe avere un effetto domino nel settore, avviando un processo di ripensamento dell’attività di maricoltura. In Scozia, dove gli allevamenti ittici in mare aperto di salmone sono particolarmente rinomati, il Partito verde ha già inoltrato un’interrogazione parlamentare per chiedere di seguire il modello danese. Anche nella Repubblica di Irlanda, il capo del dipartimento di Pesca Ciaran Byrne è tentato dal ritorno a un’acquacoltura principalmente onshore, perché più sostenibile per il settore.
L’acquacoltura, sia in mare aperto che in acqua dolce, è un’attività significativa nei Paesi europei, con circa 1,3 milioni di tonnellate prodotte ogni anno per un indotto di circa 4 miliardi. È, tuttavia, di gran lunga residuale rispetto alla produzione mondiale di acquacoltura, rappresentando una fetta di mercato dell’1,23% in termini di volume e del 2,82% in termini di valore.
Gerardo Fortuna
