La capacità della flotta, oggi espressa attraverso stazza lorda e potenza motrice, è diventata uno dei punti più controversi della revisione della PCP. Europêche ritiene che l’attuale definizione ostacoli gli investimenti necessari alla transizione energetica; Seas At Risk afferma che i margini disponibili siano già sufficienti. La Commissione dovrà stabilire se e come escludere dagli attuali limiti gli spazi destinati a sicurezza e tecnologie energetiche senza consentire un aumento della pressione di pesca.
Il voto del Parlamento europeo sulla Politica comune della pesca ha aperto un confronto che va oltre la contrapposizione generale tra riformare le norme e applicarle meglio. Il punto più concreto riguarda come l’Unione europea misura la capacità della flotta e se gli attuali parametri siano compatibili con la sostituzione dei motori, l’installazione di nuove tecnologie e il miglioramento delle condizioni a bordo.
Europêche e Seas At Risk condividono la necessità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, ma arrivano a conclusioni opposte. Per la rappresentanza del settore, le regole devono cambiare. Per l’organizzazione ambientalista, modificarle non è necessario e potrebbe indebolire una delle garanzie introdotte per evitare il ritorno alla sovraccapacità.
La transizione energetica produce due diagnosi opposte
La capacità delle flotte nazionali viene contabilizzata principalmente attraverso stazza lorda, espressa in GT, e potenza dei motori, espressa in kW. Il problema nasce perché molte soluzioni alternative al gasolio richiedono più spazio rispetto agli apparati convenzionali.
Batterie, serbatoi per combustibili alternativi, sistemi di sicurezza e nuove configurazioni degli impianti possono aumentare il volume dell’imbarcazione senza accrescere automaticamente la quantità di pesce che quella nave è in grado di catturare. È su questa distinzione che si concentra lo scontro.
Europêche: la definizione attuale ostacola il rinnovo
Europêche considera la risoluzione approvata dal Parlamento europeo la conferma che una migliore applicazione delle norme esistenti non sia più sufficiente. La PCP del 2013, secondo l’associazione, non sarebbe stata progettata per affrontare contemporaneamente crisi energetica, decarbonizzazione, cambiamenti climatici, sicurezza degli equipaggi e crescente competizione per lo spazio marittimo.
Tra le disposizioni considerate inadeguate viene indicata proprio l’attuale definizione della capacità di pesca. Se ogni aumento di volume necessario a installare una tecnologia meno dipendente dai combustibili fossili viene conteggiato allo stesso modo di uno spazio capace di rafforzare l’attività di cattura, il rischio è che la norma finisca per frenare gli investimenti che dovrebbe favorire.
La richiesta del settore non può tuttavia essere tradotta semplicemente in un aumento generalizzato delle dimensioni ammesse. Il nodo è costruire una distinzione verificabile tra volume aggiunto per sicurezza e transizione energetica e modifiche che aumentano l’efficienza o la potenza di pesca.
Per le marinerie italiane la questione è concreta: qualsiasi intervento europeo dovrà permettere l’ammodernamento delle imbarcazioni senza trasformare la decarbonizzazione in un percorso amministrativamente o economicamente impraticabile. Il voto del Parlamento europeo ha già delineato una revisione mirata della Politica comune della pesca, ma il confronto sulla capacità della flotta mostra quanto sia ancora complesso tradurre l’indirizzo politico in nuove regole.
Seas At Risk: i margini disponibili sarebbero sufficienti
Seas At Risk contesta il presupposto su cui poggia la richiesta di modificare i limiti. L’organizzazione richiama uno studio commissionato a Profundo sulla decarbonizzazione della flotta europea, secondo il quale la capacità inutilizzata all’interno dei massimali nazionali sarebbe sufficiente ad accogliere lo spazio aggiuntivo richiesto dalle tecnologie a basse emissioni.
La simulazione considera anche scenari nei quali metanolo, batterie e altri sistemi di propulsione richiedono serbatoi o volumi maggiori rispetto al diesel. Secondo lo studio, persino nello scenario di transizione più ambizioso la flotta europea rimarrebbe complessivamente sotto gli attuali limiti; soltanto la Polonia registrerebbe un superamento definito marginale.
Si tratta di un’analisi commissionata dalla stessa organizzazione che sostiene il mantenimento dei massimali e deve quindi essere valutata insieme agli altri contributi tecnici che entreranno nel processo europeo. Il dato, però, rafforza la domanda posta da Seas At Risk: se esiste già spazio sufficiente entro i limiti nazionali, perché modificare una salvaguardia contro la sovraccapacità?
Per l’organizzazione, il problema principale della PCP resta l’attuazione incompleta da parte degli Stati membri. Intervenire sui limiti senza avere prima dimostrato l’esistenza di un ostacolo reale potrebbe consentire aumenti di capacità non direttamente collegati alla transizione energetica.
La Commissione dovrà separare spazio e potenza di pesca
Le due posizioni non possono essere risolte scegliendo semplicemente tra aumento o mantenimento della capacità. Nel dibattito vengono infatti sovrapposti tre elementi diversi: la capacità amministrativa registrata in GT e kW, lo spazio tecnico richiesto dai nuovi impianti e la capacità effettiva di catturare pesce.
Una nave può aver bisogno di maggiore volume per batterie, serbatoi o dotazioni di sicurezza senza diventare più efficace nella cattura. Ma una deroga formulata in modo troppo ampio potrebbe essere utilizzata anche per interventi capaci di aumentare l’autonomia, l’efficienza operativa o la pressione esercitata sugli stock.
La revisione sarà credibile soltanto se la Commissione riuscirà a stabilire criteri che consentano di riconoscere le trasformazioni realmente necessarie alla decarbonizzazione, vincolandole alla loro destinazione e verificando che non producano un incremento della capacità di pesca.
È questo il passaggio che separa una modernizzazione controllata da un semplice allentamento dei limiti. Europêche deve dimostrare dove gli attuali parametri bloccano concretamente gli investimenti; Seas At Risk deve dimostrare che la capacità disponibile a livello nazionale sia utilizzabile anche dalle flotte e dai segmenti che devono realmente rinnovarsi.
Il confronto aperto dopo il voto del Parlamento europeo non riguarda quindi soltanto quanta capacità autorizzare, ma come misurarla senza penalizzare la transizione e senza riaprire la strada alla sovraccapacità. Da questa distinzione dipenderà una delle parti più delicate dell’eventuale revisione della PCP.
