C’è una domanda semplice che oggi il mondo della pesca dovrebbe farsi: se in un Paese extracomunitario dove l’Unione Europea non ha accordi di pesca, oggi chiamati Sustainable Fisheries Partnership Agreements, esistono comunque possibilità per lavorare, perché nessuno ha mai provato seriamente a percorrere questa strada?
La verità è che queste possibilità esistono per davvero. Quelle legali ovviamente. Le norme europee e internazionali non chiudono le porte anzi le favoriscono. Dove non ci sono accordi pubblici tra Stati, possono comunque nascere collaborazioni tra imprese, joint venture, partenariati privati e progetti organizzati, sempre nel rispetto delle autorizzazioni, delle regole locali e della sostenibilità.
Quindi il problema non è sempre la legge, come spesso si racconta. Il problema, molto più spesso, è la mancanza di idee e di volontà.
I Paesi nordafricani che si affacciano sul Mediterraneo sono davanti a noi. Sono vicini, hanno risorse, porti, mercati e una posizione naturale per costruire rapporti economici con la Sicilia e con la marineria italiana. Pensare di operare lì con bandiera italiana, dentro regole precise, non è fantasia. È una possibilità concreta, legalmente realizzabile.
E allora perché non si è fatto mai nulla?
Per anni il settore è rimasto fermo sempre sugli stessi problemi: caro gasolio, crisi del pescato, aiuti pubblici, proteste, richieste urgenti. Problemi veri, per carità. Ma intanto nessuno ha lavorato seriamente per aprire nuove strade.
Sarebbe stato più utile investire soldi e tempo in studi tecnici, rapporti internazionali, consulenze legali, missioni economiche, progetti con partner stranieri e assistenza agli armatori interessati a crescere. Invece si sperperano milioni di euro per inutili progetti, per promozioni che hanno il sapore di marchette, a cominciare da quella del Gambero Rosso uno spreco di denaro senza precedenti, con l’aggravante che vengono riproposti in continuazione.
Bisogna chiedere ma a vantaggio di chi? Delle imprese? Neanche per sogno.
Poi c’è un altro tema che molti evitano: chi rappresenta davvero oggi la categoria?
Si vedono sempre le stesse persone, da anni, da decenni, gli stessi nomi, gli stessi gruppi che cambiano veste ma restano al loro posto. Eppure, i risultati, dopo tanti anni, non si vedono: poche prospettive, pochi giovani, poche innovazioni, redditi sempre più bassi.
Non è un attacco personale a qualcuno di specifico. È solo una constatazione: se continui a proporre gli stessi metodi che non hanno funzionato, difficilmente cambierà qualcosa.
Però la responsabilità non è solo di chi guida. È anche di chi continua ad accettare tutto senza chiedere competenza, risultati e una visione nuova.
Il mare offre ancora occasioni. Ma bisogna avere il coraggio di guardare oltre.
