Scognamiglio: la pesca deve adattarsi al clima che cambia

Il presidente di UNCI AgroAlimentare: ricerca, monitoraggio e innovazione devono diventare strumenti accessibili anche alle cooperative più piccole. Piccoli pelagici e mitilicoltura al centro del progetto GiraRe.

Gennaro Scognamiglio, presidente nazionale di UNCI AgroAlimentare

Per Gennaro Scognamiglio, presidente nazionale di UNCI AgroAlimentare, pesca e acquacoltura devono affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici con strumenti concreti di adattamento. Monitoraggio, innovazione, formazione e investimenti devono diventare accessibili anche alle cooperative più piccole. È su questo passaggio, dalla ricerca alla sua applicazione nelle imprese, che lavora anche il progetto GiraRe.

Per le cooperative della pesca e dell’acquacoltura, gli effetti dei cambiamenti climatici non sono più una prospettiva futura, ma una variabile che incide già su produzione, costi e continuità operativa.

È da qui che parte il confronto con Gennaro Scognamiglio, presidente nazionale di UNCI AgroAlimentare: non dalla sola emergenza, ma dalla capacità delle imprese di adattarsi attraverso monitoraggio, innovazione, nuovi modelli produttivi e un rapporto più diretto tra ricerca scientifica e attività quotidiana.

Quando il clima entra nella gestione dell’impresa

Presidente, quali effetti dei cambiamenti climatici stanno già riscontrando le cooperative della pesca e dell’acquacoltura?

Come associazione di categoria constatiamo quotidianamente che la crisi climatica non è un’ipotesi astratta per il futuro, ma una realtà economica drammatica che impatta sui bilanci e sulla continuità operativa delle nostre cooperative.

L’aumento delle temperature marine altera i cicli riproduttivi delle specie autoctone, modifica gli habitat e incide sulla stagionalità delle campagne di pesca. A questo si aggiunge la proliferazione di specie aliene invasive, come il granchio blu e la noce di mare, con conseguenze sulle risorse, sugli attrezzi e sui banchi naturali dei molluschi.

Ci sono poi gli eventi meteomarini estremi, con danni strutturali alle marinerie e agli impianti, mentre l’aumento delle temperature nelle acque costiere e lagunari può favorire episodi di anossia e compromettere le produzioni dell’acquacoltura.

Tutto questo ha ricadute economiche negative sul comparto. Per questo riteniamo necessario mettere mano a un vero Fondo di solidarietà che supporti concretamente pescatori e imprese. Alla riduzione delle giornate di pesca derivante dalle misure di gestione si aggiungono quelle perse per il maltempo, con effetti diretti sulla redditività delle cooperative e degli armatori.

Piccoli pelagici e mitilicoltura sotto osservazione

Piccoli pelagici e mitilicoltura sono particolarmente esposti. Quali problemi specifici stanno affrontando questi due comparti?

Si tratta di due settori pilastro della nostra marineria. Proprio su questi comparti UNCI AgroAlimentare sta portando avanti il progetto GiraRe, finanziato nell’ambito del Piano triennale della pesca del MASAF.

Stiamo studiando, in tre diverse GSA, 17, 16 e 10, gli effetti dei cambiamenti climatici sui piccoli pelagici e sulla mitilicoltura con il supporto dell’Università Politecnica delle Marche.

Per i piccoli pelagici, a metà percorso disponiamo già di elementi sulla variazione della catena alimentare marina e delle temperature e sulle possibili conseguenze per la disponibilità di fitoplancton e zooplancton, per le taglie commerciali e per la biomassa.

Dalle attività di monitoraggio con i pescatori emerge però anche il peso della pressione normativa e gestionale. I limiti allo sforzo di pesca e alle catture si sommano al calo del valore del pescato e ai costi di carburante, equipaggi e manutenzioni.

Per la mitilicoltura, invece, l’aumento prolungato delle temperature dell’acqua può compromettere sia il prodotto maturo sia il seme. A questo si aggiunge la predazione da parte di specie invasive come il granchio blu e di specie autoctone presenti in quantità elevate, come le orate.

Dall’osservazione agli strumenti per adattarsi

Quali strumenti concreti servono oggi alle imprese per adattarsi: tecnologie, investimenti, monitoraggio, formazione o nuovi modelli produttivi?

L’adattamento richiede un approccio integrato, nel quale la difesa della redditività deve andare di pari passo con l’innovazione tecnologica e gestionale.

Un primo capitolo riguarda l’economia circolare. Il riutilizzo degli scarti della pesca e dell’acquacoltura, dai gusci ai sottoprodotti della lavorazione fino alle reti dismesse, può rappresentare un’opportunità per integrare il reddito delle cooperative, ridurre i costi di smaltimento e creare nuove filiere ad alto valore aggiunto.

C’è poi il monitoraggio. Stiamo lavorando sulla possibilità di utilizzare boe mareografiche, sonde multiparametriche e sistemi IoT negli impianti e a bordo delle imbarcazioni per controllare in tempo reale temperatura, salinità, ossigeno e correnti e consentire interventi preventivi.

Un altro capitolo riguarda la diversificazione produttiva e la valorizzazione di nuove specie, con strumenti e autorizzazioni più rapide per adattare gli attrezzi da pesca e trasformare, dove possibile, un problema in una nuova opportunità di filiera.

Per l’acquacoltura bisogna inoltre ragionare su strutture più resilienti, anche offshore o sommerse, capaci di affrontare meglio mareggiate e variazioni delle condizioni ambientali. E, naturalmente, servono formazione e nuove competenze digitali.

La ricerca deve arrivare sulla banchina

Come si può fare in modo che ricerca e innovazione arrivino davvero alle cooperative e siano utilizzabili anche dalle imprese più piccole?

L’innovazione non deve rimanere confinata nei laboratori universitari; deve diventare uno strumento di lavoro quotidiano sulla banchina.

Con la sperimentazione partecipata, attraverso modelli di co-design e co-management, stiamo coinvolgendo pescatori e mitilicoltori già nella fase di progettazione della ricerca scientifica.

Sono loro le vere sentinelle del mare. La loro conoscenza empirica è fondamentale per orientare la ricerca applicata ed è anche un’opportunità per disporre di informazioni aggiornate e non vecchie di due o tre anni.

Come associazione di categoria sentiamo l’esigenza di agire da hub di innovazione e da facilitatori, traducendo i risultati scientifici in soluzioni tecniche semplici, standardizzate ed economicamente accessibili anche alla pesca artigianale e alle piccole cooperative.

È anche l’impostazione che abbiamo dato al progetto GiraRe: mostrare sul piano pratico i benefici economici ed ecologici delle nuove soluzioni, dalla tracciabilità al recupero degli scarti fino al monitoraggio ambientale, riducendo la distanza tra sperimentazione e adozione da parte delle imprese.

Resta poi il problema della burocrazia. Continueremo a chiedere procedure più semplici per l’accesso ai fondi europei e nazionali, compreso il FEAMPA, affinché anche una piccola cooperativa possa partecipare a progetti con enti di ricerca senza essere soffocata dagli oneri amministrativi.

Cosa dovrebbe fare la politica nazionale per accompagnare pesca e acquacoltura nell’adattamento ai cambiamenti climatici?

Chiediamo innanzitutto l’istituzione di un Fondo nazionale permanente per la gestione del rischio climatico e delle calamità nella pesca e nell’acquacoltura, con strumenti capaci di coprire i danni provocati da eventi estremi, anossia e proliferazione di specie aliene, superando la logica dell’emergenza continua.

Serve poi maggiore flessibilità gestionale su licenze, zone di pesca, cambio degli attrezzi e concessioni demaniali, per consentire alle imprese di adattarsi ai mutamenti ecologici.

Un altro punto è la pianificazione dello spazio marittimo. Bisogna garantire aree adeguate per la pesca e l’acquacoltura sostenibili, coordinando i diversi usi del mare, dall’energia offshore al turismo fino alla tutela ambientale, evitando che pescatori e imprese vengano penalizzati o estromessi dalle proprie aree storiche.

Chiediamo inoltre un piano straordinario per il ricambio generazionale e l’imprenditoria giovanile, con incentivi per chi vuole rilevare o avviare cooperative tecnologicamente avanzate.

Servono infine strumenti fiscali e incentivi per la transizione ecologica ed energetica, dalle nuove motorizzazioni alle strumentazioni di bordo fino agli impianti per la valorizzazione circolare degli scarti.

La semplificazione delle procedure per l’accesso ai fondi europei FEAMPA resta uno degli obiettivi sui quali da tempo chiediamo un intervento delle istituzioni.

Il passaggio indicato da Scognamiglio è netto: l’adattamento non può iniziare quando il danno si è già verificato.

La sfida è portare monitoraggio, ricerca e innovazione dentro la gestione ordinaria delle imprese, rendendoli accessibili anche alle cooperative di minori dimensioni. È qui che la resilienza climatica smette di essere un principio generale e diventa una questione di capacità produttiva.

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