L’arresto temporaneo obbligatorio della pesca a strascico resta una componente centrale delle misure di gestione, ma il suo valore va letto dentro una strategia più ampia che comprende riduzione dello sforzo, limiti a catture e giornate, raccolta dati e contrasto alla pesca illegale.
In questo periodo il settore della pesca professionale sta affrontando una delle più gravi crisi legate ai costi energetici ma si sta anche esaurendo l’annuale programmazione dell’arresto temporaneo obbligatorio delle attività di pesca a strascico nelle GSA che interessano le coste italiane, argomento preso da me recentemente come spunto per illustrare l’attuale strategia dei Piani di gestione pluriennali che fungono ormai da motore per qualsiasi iniziativa nel campo della pesca professionale.
Visto il rilevante impatto non soltanto dal punto di vista biologico ma anche sociale ed economico, di frequente nel settore ci si chiede se, a distanza di decenni dalla sua introduzione, il fermo temporaneo obbligatorio si possa considerare ancora una strategia valida.
Per tentare di dare una risposta a questo quesito occorre ricordare la notevole longevità e la continua evoluzione di questa strategia, nata a metà degli anni 80 sull’onda del miracolo in Indonesia prima e successivamente nell’isola di Cipro nel nostro Mediterraneo, con modalità estremamente semplificate all’inizio fino ad arrivare alle più complesse e articolate procedure dei nostri giorni che collocano questa misura nel più ampio e generale obiettivo della gestione delle risorse ittiche comprendente anche altre misure quali l’arresto definitivo delle unità da pesca, il blocco delle licenze di pesca, la limitazione delle giornate di pesca e la limitazione delle catture per aree marittime.
Nel corso della mia professione sono stato direttamente coinvolto sulla questione sin dal nascere del “fermo biologico” nel 1985 e fino al recentissimo periodo post-covid, talvolta anche come componente della Commissione Regionale Siciliana sulla Pesca vivendone pertanto costantemente tutte le sfaccettature e le opinioni spesso contrastanti tra tutti i soggetti coinvolti.
Tre punti di vista sul fermo biologico
Al tavolo di discussione sono tre i punti di vista che vengono sempre messi in campo: quello delle istituzioni chiamate ad attuare le iniziative gestionali, quello della comunità scientifica deputata al monitoraggio e quello degli operatori della pesca chiamati al rispetto della regolamentazione.
Il punto di vista delle istituzioni
Sulla scia delle sperimentazioni in Indonesia e a Cipro, come sopra ricordato, nel 1984 la FAO, per affrontare un potenziale collasso delle risorse ittiche a causa della notevole espansione delle flotte pescherecce a strascico, organizzò a Roma la storica Conferenza Mondiale sulla Gestione e lo Sviluppo della Pesca impegnando gli Stati membri a regolare lo sforzo di pesca con l’adozione soprattutto del fermo biologico temporaneo finalizzato al ripopolamento ittico.
Questa strategia venne poi sempre più strutturata grazie all’adozione dei Piani di gestione pluriennali di cui si è accennato all’inizio e che rappresentano a livello globale la moderna concezione gestionale.
Da qui ne discende che dal punto di vista istituzionale le regole messe in campo sono supportate da una certa visione ottimistica sul potenziale raggiungimento degli obiettivi di salvaguardia.
Il punto di vista degli operatori
Il fronte si capovolge se prendiamo come riferimento il punto di vista degli operatori della pesca.
Il pescatore moderno si trova a dover operare per GSA che rappresentano in pratica delle aree marittime caratterizzate da una certa coerenza biologica.
Tuttavia esse, spesso, non corrispondono alla realtà operativa dei pescatori che lavorano su aree storiche, con conseguenti particolari tradizioni di pesca e dinamiche di mercato, i cui confini possono essere anche molto più ampi.
La flotta peschereccia d’altura di Mazara del Vallo ne costituisce l’esempio più emblematico con un continuo districarsi tra varie regolamentazioni e comunque, in generale, la flotta d’altura siciliana ha quasi sempre cercato di proporre articolazioni diverse rispetto agli annuali periodi di fermo imposti dalle norme.
A complicare i rapporti istituzionali intervengono poi i cronici problemi burocratici che non consentono agli operatori di avere rapido accesso agli appositi indennizzi previsti dai Fondi strutturali comunitari.
In questo quadro si rileva che l’Unione Europea prende atto che i pescatori sono esposti a rischi economici e ambientali crescenti, anche a causa dei cambiamenti climatici e della volatilità dei prezzi, e attraverso il FEAMPA cerca di sostenere azioni che rafforzino la resilienza del settore della pesca.
Anche la Commissione Generale della Pesca nel Mediterraneo (CGPM) nella sua strategia 2030, con l’obiettivo 4, sostiene i mezzi di sussistenza attraverso un’occupazione dignitosa e l’impegno dei pescatori.
È quindi evidente che, accanto all’imposizione delle misure restrittive, le Istituzioni internazionali dedichino una certa attenzione alle problematiche che si riversano sugli operatori della pesca ma la realtà sembra mostrare la medaglia prevalentemente dalla stessa faccia e gli operatori della pesca hanno sempre reclamato un maggior peso partecipativo alle decisioni internazionali che li riguardano soprattutto per i non trascurabili sacrifici cui sono obbligati a sostenere.
Il nodo scientifico e la qualità dei dati
A questo punto si inserisce il terzo punto di vista, quello del mondo scientifico che dovrebbe, almeno in teoria, costituire la sintesi delle problematiche esposte.
Bisogna dire che la nuova Politica Comune della Pesca (PCP) della UE prevede che per garantire una gestione della pesca basata sui migliori pareri scientifici disponibili è necessario poter disporre di serie di dati armonizzati, affidabili e precisi.
Da qui si può ricavare che la UE chiede un maggior rigore al mondo scientifico tenuto conto che l’attuazione dell’arresto temporaneo comporta direttamente l’attivazione di un impegno finanziario da parte della stessa UE.
Pertanto la PCP demanda gli Stati membri ad effettuare una efficace raccolta di dati sulle flotte e sulle loro attività di pesca, in particolare dei dati biologici sulle catture, inclusi i rigetti, e di informazioni provenienti da indagini sugli stock ittici e sull’impatto ambientale potenziale delle attività di pesca sull’ecosistema marino.
Sulla scorta delle pregresse esperienze, già con la Dichiarazione di Malta del 2017 gli Stati membri della CGPM avevano concordato di garantire una efficace unità d’azione delle attività scientifiche tramite il coordinamento della valutazione degli stock, linee guida comuni sulla raccolta dati e metodologie di valutazione per garantire riproducibilità e qualità dei dati, nonché lo scambio dati secondo necessità tramite l’interconnessione efficace delle banche dati, tenendo conto dei sistemi esistenti e dei requisiti di protezione dei dati.
Se si esplora la letteratura scientifica al riguardo non sembra però che emergano delle indicazioni che certifichino inconfutabili risultati direttamente riconducibili, sia in negativo che in positivo, all’arresto temporaneo, se non magari in un ristrettissimo ambito marino, per cui l’impressione che si ricava è che a prevalere sia sempre il principio di presunzione.
Inoltre, la stessa letteratura scientifica da qualche parte sostiene che il fermo temporaneo da solo non sia sufficiente e che gli obiettivi si potrebbero raggiungere solo se si attuano più misure contemporaneamente.
Questa, per altro, è proprio la linea seguita da tempo dalle Istituzioni internazionali le quali, tuttavia, abbiamo visto che chiedono maggiore impegno dei Governi nazionali ad ottenere delle banche dati più precise.
Per quanto ci riguarda bisogna rilevare che dal 2021 giace ancora ferma la procedura ministeriale di selezione nazionale di esperti per l’espletamento delle attività di supporto tecnico e scientifico nell’attuazione dei compiti di raccolta, gestione e uso di dati nei settori della pesca e dell’acquacoltura in adesione al corrispondente programma pluriennale dell’Unione Europea EUMAP, facendo ritenere che quel salto di qualità su questo tipo di attività fondamentali nel nostro Paese non è stato ancora compiuto o comunque completato.
Per chiudere questa parte tematica vorrei citare quanto sostenuto da Ragonese (*) per il quale i Piani di Gestione Nazionale rappresentano una sorta di laboratorio e una sfida per sapere sino a che punto si riesca a trasformare i dati raccolti e le conoscenze qualitative acquisite in termini quantitativi (valutazione), cioè in una forma utilizzabile al fine di gestire in modo razionale gli stock ittici.
Al termine di questa disamina si può quindi concludere che l’orientamento generale sia incentrato su una visione multi interventistica e che la singola misura dell’arresto temporaneo obbligatorio della pesca a strascico nei nostri mari costituisca una parte, magari la più importante, del più ampio ventaglio di azioni che comprenda la dismissione progressiva delle flotte pescherecce, la limitazione per catture, giornate ed aree marittime, alle quali aggiungerei, come affermato anche da più parti, un energico contrasto alla pesca illegale.
A mio avviso questa collocazione potrebbe dare forse maggiore potere “contrattuale” ai pescatori potendosi calmierare in tal modo su più fronti le varie iniziative riduttive.
(*) Ragonese S. (2018) Riflessioni sui Piani di Gestione Nazionali (2018 – 2020) relativi alle flotte di pesca per la cattura delle risorse demersali nell’ambito delle Aree Geografiche Italiane. NTR-ITPP, sr90: 92 pp.
