Biondo: ridurre ancora la pesca aumenta la dipendenza dall’estero

La direttrice generale di Federpesca, intervistata da Pesceinrete, sul confronto UE per il 2027, il caro gasolio e i ritardi negli aiuti: "Un intervento giusto ma tardivo non salva un’impresa".

Francesca Biondo, direttrice generale di Federpesca

Francesca Biondo, direttrice generale di Federpesca

Nell’intervista a Pesceinrete, Francesca Biondo, direttrice generale di Federpesca, chiede all’Unione europea una tregua dopo anni di riduzioni delle giornate e delle quote di pesca e, in Italia, interventi più rapidi su aiuti e liquidità. Biondo avverte inoltre che un’ulteriore riduzione della capacità produttiva aumenterebbe la dipendenza dalle importazioni di prodotti ittici.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha riconosciuto il gesto di solidarietà dei pescatori di Francia, Italia e Finlandia, che hanno donato moltissime tonnellate di reti da pesca per salvare vite umane in Ucraina – un progetto che Federpesca ha sostenuto e guidato nelle marinerie di Mazara del Vallo, Fiumicino e Civitavecchia, in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio.

È un gesto di straordinaria solidarietà, che racconta molto su chi sono i pescatori europei: persone che, pur attraversando una fase di enorme difficoltà, hanno messo a disposizione della collettività i propri strumenti di lavoro per proteggere vite umane. Ma questo riconoscimento racconta purtroppo anche di una Commissione Europea lontana dal settore, che si ricorda del loro ruolo fondamentale solo quando fa comodo. Mentre a Strasburgo Von Der Leyen li elogia, nelle riunioni tecniche in corso in questi giorni, in vista degli accordi sulle possibilità di pesca 2027, continua a proporre tagli alle giornate di pesca, colpendo le stesse donne e gli stessi uomini appena celebrati.

Un contrasto piuttosto netto. Cosa chiede concretamente Federpesca all’Europa, a questo punto?

Chiediamo coerenza. I pescatori hanno fatto la loro parte. Ora è il momento che l’Unione Europea faccia la propria, proteggendo e tutelando chi nutre l’Europa e riconoscendo il valore della pesca, ponendo fine a un approccio che in questi anni ha desertificato le nostre marinerie. E chiediamo una tregua, dopo anni di sacrifici in termini di giornate e quote, e alla luce dell’attuale crisi energetica in corso, chiediamo un anno per poter valutare realmente gli effetti delle misure di gestione di questi anni e non continuare a proporre tagli precauzionali, basati su dati non aggiornati e pregiudizi nei confronti del settore. Non si può continuare a chiedere sacrifici a un settore già ridotto all’osso — negli ultimi trent’anni abbiamo perso quasi il 40% delle imbarcazioni, il 55% degli occupati, oltre il 50% delle catture rispetto ai primi anni ’90 — e pensare che regga altri tagli senza che ciò rappresenti un colpo di grazia.

Restando in Italia: al di là del fronte europeo, qual è oggi l’emergenza più immediata per le imprese di pesca?

Senza dubbio la crisi del gasolio, che nelle ultime settimane ha avuto una nuova e significativa impennata: in diverse marinerie italiane abbiamo raggiunto punte di 1,60 euro al litro. Sono livelli che rendono economicamente insostenibile l’uscita in mare. E non è più una minaccia potenziale: in alcune realtà locali si registrano già casi di sospensione volontaria dell’attività da parte di imprenditori che non riescono a coprire i costi operativi con i ricavi di mercato. Il carburante, che per molte imbarcazioni è la principale voce di costo, oggi assorbe una quota tale dei ricavi da rendere ogni uscita in mare un atto economicamente irrazionale. Non è una crisi di prospettiva: è una crisi in atto, oggi.

Il Governo è intervenuto con delle misure di sostegno. Non bastano?

Siamo ben consapevoli di quanto il Governo abbia già fatto per il settore in questa difficile congiuntura e non era scontato. Le misure adottate, i tavoli di confronto avviati e la disponibilità al dialogo dimostrata dalle istituzioni hanno rappresentato segnali importanti, che il comparto ha riconosciuto e apprezzato. Ma proprio a rendere più grave il quadro concorre il fatto che queste misure non sono ancora riuscite a raggiungere concretamente le imprese, a causa di lungaggini procedurali che ne stanno ritardando sensibilmente l’erogazione. E qui andiamo al nodo del problema: questa mancanza di liquidità, protratta nel tempo, ha costretto la maggior parte degli operatori ad aumentare il proprio indebitamento per far fronte alle spese correnti, erodendo ulteriormente la già fragile solidità finanziaria delle aziende – e non consentendo a molti di accedere ai contributi della misura FEAMPA erogata dalle Regioni o al bando del credito d’imposta, proprio a causa di irregolarità dovute alla mancanza di liquidità. Un meccanismo paradossale che rischia di concentrare il sostegno sulle imprese che si trovano in condizioni meno critiche, lasciando senza copertura quelle maggiormente esposte. Un effetto certamente non voluto dal Governo, ma che è necessario affrontare esplicitamente se si vuole che le risorse stanziate raggiungano l’insieme del comparto.

In alcuni casi, l’impossibilità di anticipare i costi di esercizio ha determinato il fermo di imbarcazioni che, pur in condizioni operative, non sono in grado di sostenere i costi necessari per tornare in mare. È un paradosso che pesa tanto sugli imprenditori quanto sulle comunità marinare che da queste attività dipendono.

Per questo avete scritto al Ministro Lollobrigida.

Esattamente. Federpesca ha inviato una lettera formale chiedendo la convocazione urgente di una nuova riunione del Tavolo di crisi per il settore della pesca. E voglio essere chiara su un punto: questa richiesta non nasce da una contrapposizione con il Governo, tutt’altro. È proprio nello spirito di collaborazione che ha sempre guidato i nostri confronti, e certi della sensibilità che il Ministro e il suo Ministero hanno dimostrato nei confronti della pesca professionale, che oggi torniamo a chiedere un nuovo atto di attenzione. Non stiamo dicendo che non sia stato fatto nulla – anzi, riconosciamo e apprezziamo quanto fatto finora. Stiamo dicendo però che la gravità della situazione attuale impone che il confronto sia costante e possa portare a individuare con priorità assoluta gli interventi più immediati.

Quali sono, in concreto, le richieste che avete messo sul tavolo?

Sbloccare e accelerare l’erogazione delle risorse già stanziate, perché una misura attivata ma non ancora arrivata nelle tasche delle imprese non serve a chi sta chiudendo oggi; prorogare gli interventi già in essere; semplificare le procedure di accesso ai contributi, a partire dal nodo DURC; e individuare strumenti di liquidità rapida per le imprese in difficoltà. Solo un’azione tempestiva potrà evitare che la crisi in corso provochi danni irreversibili al tessuto produttivo della pesca professionale italiana.

Ha parlato anche di indebitamento delle imprese. Quanto è preoccupante la situazione?

Molto. Il problema più serio è che le risorse purtroppo arrivano con tempi molto diversi rispetto alle reali necessità operative delle imprese. Quando un’azienda ha bisogno di liquidità subito per pagare il gasolio e gli aiuti arrivano mesi dopo, nel frattempo si indebita. E l’indebitamento sta aumentando in maniera molto preoccupante, al punto che alcune imbarcazioni hanno già deciso di sospendere l’attività produttiva. Non stiamo parlando di un rischio teorico: è già in corso, ed è la ragione per cui insistiamo sulla necessità di interventi immediati. Sono richieste concrete, fatte nello spirito di collaborazione che ci ha sempre contraddistinto, ma sono anche richieste urgenti: la differenza, oggi, la fa il tempo. Un intervento giusto ma tardivo non salva un’impresa che sta già tirando su le reti per l’ultima volta.

L’UE dipende già molto dalle importazioni di prodotti ittici. Se la flotta europea continua a ridursi, come si concilia questo con gli obiettivi di sicurezza alimentare e resilienza delle filiere?

Troppo spesso ci siamo confrontati con approcci ideologici che hanno criminalizzato in maniera pregiudizievole il settore della pesca — una visione miope che non dobbiamo stancarci di condannare. Il settore della pesca italiano ed europeo, in questi anni, ha fatto passi da gigante sulla tutela del mare, della biodiversità e del ripopolamento delle risorse biologiche.

Oggi in Italia produciamo con la nostra flotta meno del 20% del fabbisogno nazionale di prodotto ittico. Ridurre ulteriormente la produttività significherebbe dipendere ancora di più da importazioni prive di tutele sul lavoro, sulla sicurezza e sulla qualità alimentare: un modo, da parte dell’Europa, di delocalizzare irresponsabilmente il proprio impatto ambientale e sociale. Un’Europa che si immagina come un eden da salvaguardare, ignorando cosa accade fuori dai propri confini, non salva il Pianeta: condanna sé stessa a dipendere sempre di più dall’estero.

 

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