La biosecurity in acquacoltura non coincide con l’impiego di un disinfettante. È l’insieme di procedure, controlli e barriere utilizzati per ridurre il rischio che un agente patogeno entri nell’allevamento, si diffonda tra i lotti o venga trasferito all’esterno. Acqua, animali, personale, attrezzature, mezzi e movimentazioni devono essere gestiti come parti dello stesso sistema.
Il mercato sembra aver già intercettato il cambiamento. Secondo una stima pubblicata da DataIntelo, il valore mondiale dei disinfettanti destinati all’acquacoltura potrebbe passare da 1,82 miliardi di dollari nel 2025 a 3,41 miliardi nel 2034, con una crescita media annua del 7,2%.
La previsione proviene da una società privata di ricerca e non deve essere letta come una statistica ufficiale. Il dato, tuttavia, segnala una direzione precisa: la prevenzione sanitaria sta diventando una componente strutturale degli investimenti in acquacoltura, insieme all’automazione, al trattamento dell’acqua e al monitoraggio degli impianti.
La biosecurity entra nella gestione quotidiana dell’allevamento
Nel 2024 l’acquacoltura mondiale ha prodotto 103 milioni di tonnellate di animali acquatici, superando per la prima volta la soglia dei 100 milioni e raggiungendo il 53% dell’intera produzione acquatica animale. È una crescita che aumenta il peso economico degli allevamenti e, con esso, il costo potenziale di ogni interruzione sanitaria.
Quando un problema entra in un impianto, le conseguenze non si esauriscono nell’eventuale mortalità. Possono tradursi in rallentamenti della crescita, maggiore disomogeneità dei lotti, peggioramento delle prestazioni alimentari, ritardi nelle consegne, vuoti produttivi e costi aggiuntivi per pulizia, trattamento e ripristino delle strutture.
Per questo la biosecurity comincia molto prima della disinfezione. Riguarda la provenienza e lo stato sanitario degli animali introdotti, la qualità dell’acqua, la separazione dei lotti, il controllo degli accessi, la pulizia di reti e attrezzature, la gestione delle mortalità, la formazione del personale e la registrazione degli eventi.
Il capitolo WOAH dedicato alla biosecurity negli stabilimenti di acquacoltura raccomanda infatti piani costruiti sull’analisi dei rischi, integrati nelle procedure aziendali, documentati e sottoposti a verifiche periodiche.
La disinfezione è quindi uno strumento della biosecurity. Non può sostituire la progettazione del sistema, la sorveglianza sanitaria o una corretta gestione dell’allevamento.
Nei RAS il controllo deve essere ancora più preciso
La questione diventa particolarmente delicata nei sistemi di acquacoltura a ricircolo. Nei RAS l’acqua attraversa diverse unità di trattamento, compreso il filtro biologico, per essere successivamente riutilizzata. Questo permette un controllo più accurato dell’ambiente di allevamento, ma richiede competenze, monitoraggio e procedure coerenti con il funzionamento dell’intero impianto.
La strategia di disinfezione deve ridurre la presenza di microrganismi indesiderati senza compromettere il benessere dei pesci o l’attività dei batteri utili presenti nel biofiltro. Prodotto, concentrazione, tempo di contatto, punto di applicazione e caratteristiche dell’acqua non possono quindi essere stabiliti in modo generico.
Le ricerche condotte da Nofima sui sistemi RAS sottolineano proprio la necessità di trovare un equilibrio tra il controllo dei patogeni e la tutela delle comunità microbiche che rendono possibile la filtrazione biologica. Non esiste una procedura universale valida per ogni specie, impianto e fase produttiva.
La stessa logica riguarda l’ossigenazione. Come già evidenziato da Pesceinrete nell’approfondimento sul controllo dell’ossigeno negli impianti di acquacoltura, nei sistemi più intensivi la tecnologia produce risultati soltanto quando viene accompagnata dalla capacità di leggere i dati e intervenire tempestivamente.
Il mercato si sposta dal prodotto al protocollo
Il rapporto DataIntelo individua tra le tendenze emergenti i sistemi di dosaggio automatico, il monitoraggio di pH e potenziale di ossidoriduzione, le formulazioni destinate ai RAS e l’integrazione tra trattamento dell’acqua e sensoristica.
Il segnale più interessante per la filiera è commerciale: gli allevamenti non hanno bisogno soltanto di acquistare una sostanza, ma di sapere dove utilizzarla, in quali condizioni, con quali limiti e con quale sistema di verifica.
Si apre così uno spazio per produttori di disinfettanti, fornitori di tecnologie UV e ozono, imprese specializzate nel trattamento dell’acqua, aziende di sensoristica, costruttori di impianti RAS, laboratori, veterinari e consulenti di sanità animale.
Per distinguersi, però, non sarà sufficiente promettere un prodotto più potente, naturale o innovativo. Le imprese dovranno fornire indicazioni applicative chiare, assistenza tecnica, formazione e dati coerenti con le condizioni operative dell’allevamento.
Un protocollo credibile dovrebbe chiarire almeno il bersaglio dell’intervento, la specie e lo stadio biologico interessati, le caratteristiche dell’acqua, i tempi di contatto, la compatibilità con materiali e biofiltri, le misure di sicurezza per gli operatori e le modalità di registrazione dei trattamenti.
Il valore si sposta così dal contenitore al risultato: non vendere più chimica, ma maggiore controllo del processo produttivo.
Più prevenzione non significa più chimica
La crescita della biosecurity non deve essere interpretata come un invito ad aumentare indiscriminatamente l’impiego di sostanze chimiche.
La sanificazione di una superficie, il trattamento dell’acqua e la somministrazione di un medicinale agli animali sono operazioni differenti, con finalità e condizioni di utilizzo che possono ricadere in quadri autorizzativi diversi. La scelta deve sempre dipendere dal rischio identificato, dal prodotto autorizzato, dalle indicazioni tecniche e, quando necessario, dalla valutazione veterinaria.
Anche il rapporto con gli antimicrobici richiede precisione. Il Regolamento europeo 2019/6 stabilisce che i medicinali antimicrobici non possano essere utilizzati abitualmente per compensare una scarsa igiene, pratiche di allevamento inadeguate o carenze nella gestione. L’impiego profilattico è limitato a circostanze eccezionali.
La prevenzione può dunque contribuire a ridurre la necessità di ricorrere ai medicinali veterinari, ma un disinfettante non sostituisce una diagnosi, un piano sanitario o un intervento terapeutico appropriato.
La previsione di crescita del mercato dei disinfettanti racconta, in definitiva, una trasformazione più ampia. L’acquacoltura sta passando dalla risposta all’emergenza a una gestione fondata sulla prevenzione, sulla misurazione e sulla continuità dei controlli.
Per gli allevatori significa proteggere salute animale, stabilità produttiva e investimenti. Per i fornitori significa affrontare clienti più preparati ed esigenti.
La biosecurity diventa davvero una leva economica quando riesce a prevenire il problema senza crearne di nuovi.
