Pesca, il nodo del reddito: sindacati uniti sulla CISOA

Le interviste di Pesceinrete ad Antonio Castellucci, reggente nazionale FAI-CISL, e Antonio Pucillo, responsabile del Dipartimento Pesca FLAI-CGIL, lette insieme alle posizioni già espresse da Maria Laurenza, segretaria generale UILA Pesca, restituiscono una convergenza precisa: superare il sostegno deciso anno per anno e costruire un ammortizzatore realmente aderente al lavoro nella pesca.

CISOA pesca

CISOA pesca

L’indennità per il fermo pesca continua a essere legata a provvedimenti annuali, con importi e tempi considerati inadeguati dalle organizzazioni sindacali. FAI-CISL, FLAI-CGIL e UILA Pesca convergono sulla necessità di rendere operativa la CISOA per il settore, ma chiedono che lo strumento sia costruito sulle peculiarità della pesca: retribuzione “alla parte”, discontinuità del lavoro e differenti cause di inattività. La nuova proposta europea sul FEAMPA può aggiungere strumenti finanziari, ma non sostituisce la necessità di una tutela nazionale stabile del reddito.

Anche nel 2026 il fermo pesca mette in evidenza una contraddizione che il settore si trascina da anni: la sospensione dell’attività viene disciplinata, mentre la tutela economica dei lavoratori continua a dipendere da un passaggio successivo.

L’articolo 7 del decreto sul fermo 2026 rinvia infatti a un successivo provvedimento interministeriale la definizione della misura sociale destinata al personale imbarcato. Il precedente intervento, riferito al fermo 2025 e definito con il decreto interministeriale n. 1603 del 19 maggio 2026, ha previsto un’indennità giornaliera onnicomprensiva fino a un massimo di 30 euro.

È dentro questo scarto tra il momento in cui il lavoro si ferma e quello in cui il sostegno viene definito ed erogato che si collocano le posizioni raccolte da Pesceinrete.

Un fermo programmato, un reddito senza tempi certi

Per Antonio Castellucci, reggente nazionale della FAI-CISL, le criticità sono due e riguardano direttamente importo e tempi.

“Il primo, è dovuto all’importo dell’indennità omnicomprensiva, che è di solamente 30 euro lordi giornalieri, tra l’altro come importo massimo. Il secondo elemento assolutamente critico è dato dal fattore tempo: i pescatori riscuoteranno questa indennità dopo circa un anno dal periodo di fermo.”

La risposta indicata dalla FAI-CISL è l’estensione della CISOA alla pesca, perché, sottolinea Castellucci, consentirebbe “un sostegno più elevato con tempi decisamente più celeri”.

Antonio Pucillo, responsabile del Dipartimento Pesca della FLAI-CGIL, individua nello stesso meccanismo annuale una debolezza strutturale. Il sistema attuale, osserva, richiede il coinvolgimento di più ministeri e può portare i tempi di riscossione a “12/14 mesi”.

Il problema, nella lettura di Pucillo, precede quindi la singola annualità: è la “mancanza strutturale di un ammortizzatore sociale per la pesca” che, ricorda, viene atteso da oltre un decennio.

Su questo terreno si inserisce anche la posizione della UILA Pesca. Il 20 maggio, commentando l’avvio delle domande per l’indennità relativa al fermo 2025, la segretaria generale Maria Laurenza aveva denunciato la lentezza nell’erogazione dei sostegni, indicando tempi che per l’indennità ai lavoratori potevano arrivare a 18 mesi e chiedendo una “decisa accelerazione” sull’attuazione della CISOA.

In un precedente approfondimento di Pesceinrete, Laurenza aveva posto proprio il rapporto tra tempi amministrativi e tutela del reddito al centro della questione.

Le tre posizioni non nascono oggi come un fronte costruito a posteriori. FAI-CISL, FLAI-CGIL e UILA Pesca si erano già espresse congiuntamente nel 2026 a favore dell’estensione della CISOA alla pesca, chiedendo però modifiche capaci di adattarla alle caratteristiche effettive del settore.

Il punto, dunque, non è soltanto sostituire un’indennità con un altro istituto. È costruire un sistema che intervenga quando il reddito viene meno, senza dover ricominciare ogni anno dall’individuazione delle risorse e dalla definizione delle procedure.

La retribuzione “alla parte” cambia il problema

C’è poi una specificità che rende difficile trasferire alla pesca strumenti pensati per altri comparti: il sistema retributivo “alla parte”.

Una componente della remunerazione degli equipaggi è collegata all’andamento dell’attività e al risultato economico della battuta di pesca. Per questo una somma giornaliera uniforme può non rappresentare la perdita di reddito effettivamente subita dal lavoratore.

Castellucci pone con chiarezza il problema: “È evidente la difficoltà operativa nel considerare questa variabile ma, secondo noi, sarebbe opportuno che gli indennizzi nei periodi di fermo tenessero conto anche di questo particolare aspetto”.

Pucillo arriva alla stessa questione da un’altra prospettiva. La tutela, sostiene, dovrebbe consentire alle imprese anche uno sgravio economico e contributivo ed essere “da calcolare sulla retribuzione reale”, proprio in relazione al metodo “alla parte” previsto dai contratti applicati nel settore.

È uno dei passaggi più rilevanti dell’intero confronto. Una tutela strutturale per la pesca non può essere soltanto permanente: deve anche essere tecnicamente capace di misurare un reddito che non segue gli stessi meccanismi di altri lavori dipendenti.

La CISOA alla prova delle specificità della pesca

La legge sulla “Valorizzazione della risorsa mare” ha aperto il percorso verso l’estensione della CISOA al settore. Ma proprio su come questa estensione debba essere realizzata si concentra oggi il confronto.

Castellucci avverte che il richiamo alla disciplina esistente porta con sé condizioni e limiti che, se non corretti, rischiano di rendere lo strumento poco aderente alla realtà della pesca. La conclusione della FAI-CISL è netta: serve “un diverso percorso normativo o, in alternativa, un processo emendativo rispetto all’attuale disposizione legislativa in materia di Cisoa”.

Pucillo guarda soprattutto al perimetro della protezione. La richiesta della FLAI-CGIL è quella di un sistema capace di coprire i lavoratori “nei momenti di inattività di qualunque natura”.

È una formulazione importante perché sposta la questione dal solo fermo annuale alla costruzione di un vero sistema di welfare del settore. Non significa attribuire automaticamente alla CISOA qualsiasi causa di sospensione: significa stabilire normativamente quali eventi debbano essere coperti, evitando che la tutela dipenda ogni volta da un intervento straordinario.

Anche la posizione espressa congiuntamente da FAI-CISL, FLAI-CGIL e UILA Pesca nei mesi scorsi andava in questa direzione: sì alla CISOA per la pesca, ma con correttivi che la rendano realmente utilizzabile. La convergenza riguarda quindi sia la necessità di uno strumento permanente sia l’esigenza di non applicare meccanicamente al lavoro in mare una disciplina costruita per contesti produttivi differenti.

Il nuovo 40% europeo non sostituisce il welfare nazionale

Nel frattempo, il quadro europeo sta cambiando.

La Commissione europea ha proposto il 21 settembre una modifica mirata del regolamento FEAMPA che introduce, tra le altre misure, un nuovo regime di arresto temporaneo destinato ad attenuare l’impatto socioeconomico derivante da una riduzione di almeno il 40% delle possibilità di pesca assegnate all’operatore. La proposta prevede inoltre la rimozione del tetto di bilancio per le misure di arresto temporaneo.

È un passaggio significativo, ma occorre distinguere i piani. Quello della Commissione è uno schema di finanziamento europeo collegato a una specifica riduzione delle possibilità di pesca; non è un ammortizzatore sociale nazionale e, allo stato attuale, è ancora una proposta di modifica regolamentare.

Le richieste poste dalle organizzazioni sindacali riguardano invece una tutela del reddito capace di funzionare stabilmente nell’ordinamento italiano e di accompagnare le diverse condizioni di inattività che il legislatore deciderà di riconoscere.

I due livelli possono quindi integrarsi, ma non devono essere confusi.

La questione è tanto più rilevante perché il welfare è soltanto una parte del problema del lavoro nella pesca.

Pucillo richiama altri nodi ancora aperti: riconoscimento del lavoro usurante, malattie professionali, sicurezza e tutela della malattia nella pesca artigianale. Castellucci collega invece la qualità del lavoro anche alle condizioni della flotta e chiede politiche capaci di favorire il rinnovo delle imbarcazioni, utilizzando transizione energetica e digitale anche per migliorare la sicurezza a bordo.

Sono aspetti diversi di uno stesso problema: rendere nuovamente sostenibile e attrattivo lavorare nella pesca.

Per questo il vero banco di prova della CISOA non sarà la sua introduzione formale. Sarà la sua capacità di funzionare nella realtà.

Un lavoratore dovrebbe poter sapere, prima che inizi il periodo di inattività, quale tutela potrà ricevere, su quale retribuzione verrà calcolata e con quali tempi. Un’impresa dovrebbe poter contare su un sistema definito e non su una misura da ricostruire anno dopo anno.

È su questo terreno che oggi le posizioni di Castellucci, Pucillo e Laurenza finiscono per incontrarsi: il fermo può interrompere l’attività di pesca; non può continuare a lasciare sospesa anche la certezza del reddito.

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