Deep-sea mining, gli USA aprono l’iter sulla prima domanda di estrazione commerciale

La NOAA esamina la richiesta di The Metals Company per raccogliere noduli ricchi di metalli dal fondo del Pacifico. Il permesso non è ancora stato concesso

Fondali oceanici e deep-sea mining

Fondali oceanici e deep-sea mining

Gli Stati Uniti hanno avviato l’esame della prima domanda che potrebbe portare al recupero commerciale di minerali dai fondali oceanici profondi. La richiesta arriva da The Metals Company USA e riguarda una zona del Pacifico ricca di noduli polimetallici, formazioni naturali simili a piccoli sassi che contengono manganese, nichel, rame e cobalto. La NOAA ha dichiarato completa la documentazione presentata, ma non ha ancora autorizzato l’estrazione. Prima di un eventuale permesso dovranno essere valutati il progetto, gli impatti ambientali e le osservazioni del pubblico.

Per la prima volta negli Stati Uniti entra nella fase di esame una richiesta che potrebbe portare al recupero commerciale di minerali dal fondo dell’oceano.

A gestire il procedimento è la NOAA, National Oceanic and Atmospheric Administration, l’agenzia federale statunitense che si occupa di oceani, atmosfera, clima, pesca e gestione di diverse attività marine.

La domanda è stata presentata da The Metals Company USA (TMC USA) e riguarda una parte della Clarion-Clipperton Zone, una vasta regione del Pacifico centrale compresa tra Hawaii e Messico, in acque internazionali.

Il primo punto da chiarire è però fondamentale: la NOAA non ha ancora autorizzato l’estrazione.

Ha stabilito soltanto che la domanda contiene le informazioni necessarie per essere esaminata secondo la normativa statunitense. Il progetto entra quindi nella fase di valutazione vera e propria.

Cosa sono i noduli polimetallici

L’oggetto dell’interesse minerario non sono giacimenti sotterranei nel senso tradizionale.

Sul fondo delle grandi pianure abissali si trovano infatti milioni di noduli polimetallici, formazioni naturali che possono ricordare piccoli sassi scuri o patate irregolari.

Si formano molto lentamente, nell’arco di milioni di anni, attraverso l’accumulo progressivo di minerali presenti nell’acqua marina e nei sedimenti.

Al loro interno si concentrano soprattutto manganese e ferro, ma anche metalli di forte interesse industriale come nichel, rame e cobalto.

Sono proprio questi ultimi ad attirare l’attenzione: vengono utilizzati in batterie, elettronica, tecnologie energetiche e applicazioni considerate strategiche.

La NOAA indica per questi noduli tassi di crescita estremamente ridotti, nell’ordine di pochi centimetri per milione di anni. Questo significa che, su scala umana, si tratta di una risorsa praticamente non rinnovabile.

Come avverrebbe la raccolta

Il principio è relativamente semplice, almeno sulla carta.

Veicoli e sistemi meccanici opererebbero a migliaia di metri di profondità, percorrendo il fondale e raccogliendo i noduli dalla superficie dei sedimenti. Il materiale verrebbe poi trasferito verso una nave attraverso sistemi di risalita e successivamente lavorato.

Ed è proprio questo passaggio a concentrare gran parte delle preoccupazioni ambientali.

La raccolta non riguarda infatti soltanto i minerali. I noduli fanno parte dell’habitat di numerosi organismi bentonici e si trovano all’interno di ecosistemi profondi caratterizzati da tempi biologici molto lenti.

Rimuoverli significa quindi intervenire direttamente sul fondale.

Il permesso non è stato ancora concesso

TMC USA ha presentato una richiesta che comprende sia una licenza di esplorazione sia un permesso per il recupero commerciale.

La NOAA ha verificato che la documentazione presentata risponde ai requisiti informativi previsti dal Deep Seabed Hard Mineral Resources Act, la legge statunitense che disciplina questo tipo di attività.

Ma questa verifica non equivale a un’autorizzazione.

Prima di arrivare a un eventuale via libera, l’agenzia dovrà valutare la solidità finanziaria del proponente, le capacità tecniche, il progetto operativo e soprattutto gli effetti ambientali.

È inoltre aperta una fase di consultazione pubblica che si concluderà il 19 ottobre 2026, mentre il 13 ottobre è prevista un’udienza pubblica virtuale.

La documentazione ufficiale della NOAA sul deep-sea mining chiarisce che negli Stati Uniti, al momento, non è ancora stato rilasciato alcun permesso di recupero commerciale per l’estrazione mineraria dai fondali profondi.

Il nodo ambientale

La questione più delicata riguarda gli effetti sugli ecosistemi.

Il passaggio dei mezzi sul fondale potrebbe modificare i sedimenti, rimuovere habitat e produrre pennacchi di particelle che possono disperdersi nell’acqua.

A questi effetti si aggiungono rumore, illuminazione artificiale, presenza di infrastrutture e alterazione di ambienti che la ricerca scientifica conosce ancora solo in parte.

Non è possibile affermare oggi quali saranno gli effetti specifici del progetto TMC. Proprio per questo la valutazione ambientale rappresenta uno dei passaggi centrali del procedimento.

La Clarion-Clipperton Zone è del resto una delle aree più studiate al mondo per il possibile sviluppo del deep-sea mining e ospita anche zone destinate alla tutela ambientale nell’ambito della gestione internazionale dei fondali.

Per gli Stati aderenti alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, le attività minerarie nelle aree internazionali sono disciplinate attraverso l’International Seabed Authority. Gli Stati Uniti non hanno ratificato la Convenzione e utilizzano invece la propria normativa nazionale per le imprese statunitensi.

Per la filiera ittica il tema non implica conseguenze dirette e immediate sulla pesca commerciale. Ma apre una questione più ampia.

Pesca, acquacoltura, energia offshore, trasporti, conservazione e nuove attività industriali stanno aumentando la pressione sullo spazio marino. Una dinamica già evidente nella competizione crescente tra usi produttivi e tutela dello spazio marittimo.

Il caso TMC va quindi letto soprattutto come un precedente.

Il deep-sea mining non è ancora partito commercialmente negli Stati Uniti, ma per la prima volta una richiesta concreta è entrata nel percorso che potrebbe portare a un’autorizzazione.

E prima di decidere se quei minerali potranno essere raccolti, sarà necessario stabilire quanto è possibile intervenire su ecosistemi oceanici profondi senza comprometterne struttura e funzionamento.

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