Sul fronte oceanico il traguardo 30×30 è ancora lontano. A settembre 2026 le aree marine protette coprono il 9,81% dell’oceano globale; includendo le altre misure efficaci di conservazione basate sull’area, le OECM, la quota sale al 10,03%. Per terre e acque interne la copertura complessiva raggiunge invece il 18,45%. Il 23 settembre una nuova valutazione indipendente di Campaign for Nature farà il punto sugli impegni assunti e sulla loro effettiva attuazione.
Il conto alla rovescia verso il 30×30 entra nella fase in cui le percentuali, da sole, non bastano più. L’obiettivo concordato nel 2022 con il Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal chiede di conservare efficacemente almeno il 30% delle aree terrestri e delle acque interne e almeno il 30% delle aree marine e costiere entro il 2030. Ma chiede anche qualcosa di più difficile da misurare: gestione efficace, rappresentatività ecologica, connessione tra le aree e governance equa.
È su questa distanza tra superficie dichiarata e conservazione reale che si concentrerà la nuova valutazione globale annunciata da Campaign for Nature, sviluppata in collaborazione con Together for the Ocean e attesa il 23 settembre a New York, durante la settimana dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
I risultati della valutazione non sono ancora pubblici. Il punto di partenza, invece, lo è.
Gli oceani sono ancora fermi a un terzo dell’obiettivo
I dati aggiornati a settembre 2026 di Protected Planet, il sistema globale alimentato con informazioni trasmesse da governi, organizzazioni e altri soggetti e aggiornato mensilmente, indicano che le aree marine formalmente protette coprono il 9,81% dell’oceano. Considerando anche le OECM, cioè le altre misure efficaci di conservazione basate sull’area, si arriva al 10,03%.
Sulla terraferma il percorso è più avanzato: aree protette e OECM interessano il 18,45% delle terre e delle acque interne. Il divario oceanico resta quindi evidente. Per raggiungere il 30% non sarà sufficiente accelerare le designazioni: occorrerà dimostrare che le nuove aree producano effettivi risultati di conservazione.
Il vero obiettivo non è colorare il 30% di una mappa
Il Target 3 del Quadro di Kunming-Montreal è esplicito. Le aree devono essere efficacemente conservate e gestite, ecologicamente rappresentative, ben connesse e concentrate anche nei luoghi di particolare importanza per biodiversità, funzioni e servizi ecosistemici.
Questo sposta il confronto dalla quantità alla qualità. Due aree della stessa estensione possono contribuire in modo molto diverso alla biodiversità se cambiano habitat tutelati, pressioni presenti, livello dei controlli, misure di gestione e capacità di farle rispettare.
La verifica del 30×30 dovrà quindi rispondere a una domanda più sostanziale della semplice percentuale raggiunta: quanto del mare contabilizzato come protetto o conservato lo è davvero in termini ecologici e gestionali?
Per la pesca il 30×30 non significa chiudere il 30% del mare
Per il settore ittico questa distinzione è decisiva. Il Target 3 non prescrive un divieto generalizzato di pesca all’interno del 30% degli oceani. Il testo concordato dalle Parti della Convenzione sulla diversità biologica stabilisce che eventuali usi sostenibili, dove appropriati, debbano essere pienamente coerenti con i risultati di conservazione.
La partita si sposta quindi sulla qualità delle decisioni: quali aree proteggere, quali habitat richiedono livelli più elevati di tutela, quali attività risultano compatibili e sulla base di quali evidenze scientifiche.
In Europa il percorso ha anche una propria dimensione regolatoria. La Strategia UE sulla biodiversità punta a proteggere almeno il 30% dei mari europei entro il 2030, con il 10% delle acque sottoposto a protezione rigorosa. Si tratta di obiettivi distinti che rendono particolarmente rilevante, anche per la pesca italiana, il confronto tra tutela ambientale, gestione dello spazio marino e sostenibilità delle attività produttive.
È un equilibrio che Pesceinrete ha già analizzato nel quadro della nuova governance europea degli oceani e delle conseguenze per la filiera ittica.
Dal 2026 c’è anche il Trattato sull’Alto Mare
Il quadro è cambiato ulteriormente il 17 gennaio 2026, con l’entrata in vigore dell’Accordo BBNJ delle Nazioni Unite sulla biodiversità marina nelle aree oltre la giurisdizione nazionale. Il trattato introduce, tra i suoi strumenti, la possibilità di adottare misure di gestione basate sull’area, comprese aree marine protette, nell’alto mare.
È un passaggio strategico perché una parte rilevante dell’oceano si trova al di fuori delle giurisdizioni nazionali e il raggiungimento degli obiettivi globali di conservazione non può dipendere esclusivamente dalle acque amministrate dai singoli Stati.
La valutazione che Campaign for Nature presenterà il 23 settembre dovrà chiarire quanto gli impegni politici assunti dopo il 2022 si siano tradotti in misure concrete e quali siano i principali ritardi da colmare.
Per il mare, il dato da cui partire resta netto: 10,03% contro un obiettivo del 30%.
Ma la corsa al 2030 non si vincerà sommando perimetri. Si vincerà solo se le nuove aree saranno scelte sulla base della biodiversità, gestite realmente e integrate con politiche credibili di uso sostenibile del mare. Per la pesca, è esattamente qui che passa il confine tra una protezione costruita sulla carta e una politica di conservazione capace di funzionare.
