Pubblicato il nuovo Piano Draghe per la pesca dei molluschi bivalvi

Regole confermate, gestione consortile e nuove criticità ambientali: cosa racconta davvero il nuovo quadro nazionale per vongole e fasolari

Piano Draghe 2025–2030

Il nuovo Piano nazionale di gestione delle draghe idrauliche arriva in una fase delicata per la pesca dei molluschi bivalvi in Italia. Dopo anni segnati da restrizioni normative, pressioni ambientali crescenti e crisi produttive localizzate, il documento adottato dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste aggiorna il quadro regolatorio già definito nel 2019, fissando le regole per il periodo 2026–2030

Più che introdurre cambiamenti strutturali, il Piano consolida un modello gestionale che negli ultimi anni si è progressivamente affermato come riferimento per questo segmento della pesca italiana. Un modello costruito su regole stabili, responsabilità condivise e un forte coinvolgimento degli operatori attraverso i Consorzi di gestione.

Un sistema fondato sulla gestione compartimentale

Il Piano conferma l’impianto basato sui Consorzi di Gestione dei Molluschi Bivalvi, che operano su base compartimentale e rappresentano l’elemento centrale dell’organizzazione della pesca con draghe idrauliche. A questi organismi resta affidata la definizione operativa delle attività: dalle giornate di pesca alle chiusure temporanee, dalla rotazione delle aree alle attività di semina e ripopolamento.

La logica di fondo è quella di una gestione adattiva, costruita su caratteristiche biologiche ben precise. I molluschi bivalvi oggetto di pesca sono risorse poco mobili, legate al fondale dopo la fase larvale, e la loro disponibilità dipende in larga misura dalla qualità dell’habitat e dalla capacità di rigenerazione dei banchi. Per questo motivo, il Piano ribadisce l’importanza del monitoraggio scientifico continuo, svolto in collaborazione con istituti di ricerca individuati dai Consorzi stessi.

Continuità delle regole e controllo dello sforzo di pesca

Dal punto di vista operativo, il Piano Draghe 2025–2030 si colloca in una linea di forte continuità con il passato. Il numero delle imbarcazioni autorizzate resta fissato su base storica e non può essere aumentato né trasferito tra compartimenti marittimi. Si tratta di un numero chiuso che rappresenta uno dei principali strumenti di controllo dello sforzo di pesca.

Restano invariati anche i limiti quantitativi. La quantità massima giornaliera pescabile per imbarcazione è confermata a 400 kg, senza tolleranze, mentre l’attività settimanale non può superare le quattro giornate di pesca. A questi vincoli si affiancano ulteriori fermi, anche volontari, decisi dai Consorzi in funzione dello stato della risorsa e delle condizioni di mercato.

Il Piano sottolinea come la quantità pescata non debba essere interpretata esclusivamente come indicatore dello stato biologico dei banchi. Al contrario, viene riconosciuto il ruolo della regolazione dell’offerta come strumento per preservare la sostenibilità economica delle imprese, evitando squilibri che potrebbero incidere negativamente sul valore del prodotto.

Attrezzi, selettività e impatto ambientale

Un altro elemento rilevante riguarda l’evoluzione tecnica delle draghe idrauliche. Il Piano prende atto dei miglioramenti introdotti negli ultimi anni per aumentare la selettività degli attrezzi e ridurre l’impatto sul fondale e sul novellame. Modifiche alla struttura delle draghe, alla disposizione degli ugelli e alla gestione del flusso d’acqua sono state sperimentate e adottate in diversi compartimenti, spesso con il supporto di progetti finanziati attraverso fondi europei.

Questi interventi non vengono presentati come soluzioni definitive, ma come parte di un processo continuo di adattamento, necessario per mantenere la funzionalità degli habitat bentonici e la capacità produttiva delle aree di pesca nel medio-lungo periodo.

Il contesto ambientale e le criticità emergenti

Il Piano non ignora le difficoltà che il settore sta affrontando. In particolare, viene evidenziato l’impatto crescente di fattori ambientali esterni, come l’aumento della temperatura delle acque e la diffusione di specie alloctone invasive. Il caso del granchio blu rappresenta uno degli esempi più critici, soprattutto per alcune aree dell’Adriatico, dove la presenza della specie ha inciso pesantemente sulla disponibilità di vongole, arrivando in alcuni casi a compromettere intere stagioni produttive.

In questo scenario, il Piano inquadra anche le misure straordinarie di contenimento e le compensazioni economiche attivate per sostenere le imprese colpite, riconoscendo implicitamente i limiti di una gestione che, per quanto strutturata, deve confrontarsi con dinamiche ambientali sempre meno prevedibili.

Un documento di stabilizzazione, non di espansione

Nel complesso, il Piano Draghe 2025–2030 si configura come uno strumento di stabilizzazione. Non punta ad aumentare le capacità produttive del comparto, né ad allentare i vincoli esistenti. L’obiettivo è mantenere un equilibrio già fragile, preservando le condizioni minime per la continuità dell’attività di pesca e dell’occupazione ad essa collegata.

Per la filiera ittica, il documento rappresenta un riferimento importante perché mostra come, in questo segmento specifico, la sostenibilità venga declinata in termini concreti e operativi. Non come promessa di crescita, ma come gestione responsabile di una risorsa che, oggi più che mai, richiede attenzione, coordinamento e capacità di adattamento.

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