Lo stato degli stock ittici UE nel 2025, letto attraverso i numeri ufficiali, assomiglia a una fotografia scattata con due luci diverse: una che illumina i segnali di recupero, l’altra che lascia in ombra le aree dove la pressione non si è ancora allentata abbastanza. È la sintesi che emerge dall’edizione 2025 di Facts and Figures on the Common Fisheries Policy, con manoscritto completato nel giugno 2025: un rapporto statistico che attraversa l’intera Politica Comune della Pesca, dai risultati biologici alle dinamiche industriali, fino ai comportamenti di consumo.
Il cuore del documento è la misura più concreta della sostenibilità: la mortalità di pesca rispetto al rendimento massimo sostenibile, espressa come rapporto F/FMSY. Per uno stock “sano”, il valore deve essere inferiore o uguale a 1. Nel Nord-Est Atlantico la traiettoria è stata netta: nel 2003 la mortalità mediana era 1,68 FMSY, mentre nel 2022 è scesa a 0,58 FMSY, il valore più basso dell’intera serie riportata. Nel Mediterraneo e nel Mar Nero la tendenza è migliorativa ma più lenta e ancora insufficiente: da 2,06 FMSY nel 2003 a 1,20 FMSY nel 2021, quindi ancora sopra la soglia di sostenibilità. C’è poi un capitolo che pesa come una nota a margine difficile da ignorare: nel Mar Baltico non si registra ancora un recupero significativo e la resilienza degli stock alla pesca si è indebolita negli ultimi anni.
Il rapporto lega esplicitamente la riduzione della mortalità a un effetto a catena che il settore conosce bene: quando la pressione diminuisce e le condizioni ambientali restano stabili, la biomassa aumenta. Da qui arrivano catture migliori, una pesca più redditizia e una migliore “efficienza carbonica”, intesa come chilogrammi di pesce catturato per chilogrammo di carbonio emesso. È un passaggio importante perché sposta la sostenibilità dal piano dei principi a quello delle prestazioni misurabili.
Ma proprio mentre i numeri raccontano una parte di mare che ricostruisce capitale biologico, riemerge la questione strutturale più scomoda: la flotta. A settembre 2024, nei 22 Stati membri costieri, le imbarcazioni registrate erano 69.045, cioè 2.061 in meno rispetto a novembre 2023. Il calo è reale, così come la lieve riduzione di tonnellaggio e potenza installata registrata negli ultimi anni. Tuttavia, il rapporto sottolinea che la capacità di diversi segmenti della flotta resta sbilanciata rispetto alle opportunità di pesca. Tradotto in termini semplici: in alcune aree e per alcune tipologie di attività, il potenziale operativo resta superiore a ciò che le risorse e le regole possono sostenere.
Sul fronte economico, i dati aiutano a leggere l’altro lato della medaglia: stock più sani favoriscono un’industria più sostenibile e più profittevole. Nel 2021 la flotta UE ha generato 3,34 miliardi di euro di valore aggiunto lordo. L’utile lordo, escludendo i sussidi, è stato pari a 1,19 miliardi di euro. Dopo aver considerato i costi del capitale, la flotta ha trattenuto l’8,2% dei ricavi come profitto netto, pari a 510 milioni di euro.
Il rapporto entra anche nella dimensione più concreta e spesso più trascurata: le persone. Nel 2021 gli occupati nella pesca erano 124.485 e il 58% era concentrato in tre Paesi: Spagna, Italia e Grecia. L’acquacoltura, considerata nelle sue componenti marine, molluschicoltura e acqua dolce, impiegava nel 2020 75.758 persone, con il 58% in Spagna, Francia e Polonia. Più a valle, la filiera continua ad allargarsi: la trasformazione impiegava oltre 130.000 persone nel 2021 e la distribuzione, includendo ingrosso e dettaglio, oltre 210.000 addetti nello stesso anno. È una scala che rende difficile archiviare la pesca come un “settore minore”: in molte aree costiere, la sua economia è ancora un’infrastruttura sociale.
Nel confronto internazionale, l’Europa appare grande dove è davvero grande e relativamente piccola dove spesso la si immagina dominante. L’UE è il settimo produttore mondiale di pesca e acquacoltura e vale circa il 2% della produzione globale, con il 76% proveniente dalla pesca e il 24% dall’acquacoltura. Nel 2021 le catture UE sono state pari a 3,59 milioni di tonnellate e l’UE ha rappresentato il 3,9% della produzione mondiale della pesca. La maggior parte delle catture arriva dal Nord-Est Atlantico e quattro specie, aringa atlantica, spratto europeo, melù e sgombro, sommate, valgono il 42% degli sbarchi totali UE. La produzione acquicola UE nel 2021 è stata di circa 1,13 milioni di tonnellate e oltre 4,17 miliardi di euro in valore; le cozze rappresentano circa il 38% del volume allevato e la quota UE sull’acquacoltura mondiale, in termini di volume, è dello 0,9%. Nello stesso anno, il fatturato dell’industria di trasformazione ittica nell’UE è stato stimato attorno a 30 miliardi di euro.
Se la produzione non basta a definire il peso dell’Europa, lo fa invece il commercio. L’UE è il secondo trader mondiale di prodotti della pesca e dell’acquacoltura in termini di valore. Il volume complessivo degli scambi ha leggermente ridotto la sua intensità negli ultimi anni, ma il valore ha continuato a crescere, arrivando vicino a 40 miliardi di euro nel 2022. La Norvegia è il principale fornitore dell’UE, seguita da Cina, Ecuador, Marocco e Regno Unito. Tra i principali clienti figurano Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Norvegia e Svizzera. Nel 2022 le esportazioni verso Paesi non UE sono salite a 8 miliardi di euro, mentre gli scambi tra Stati membri hanno raggiunto 31,51 miliardi di euro nello stesso anno.
Il consumo completa la fotografia e, in modo quasi paradossale, racconta un’Europa che resta “marittima” a tavola anche quando produce relativamente poco. Nel 2021 il consumo medio nell’UE è stato di 23,7 kg pro capite l’anno (peso vivo), circa 3 kg in più rispetto alla media globale. Ma l’Unione è un continente di abitudini alimentari differenti: si va da 6,6 kg in Ungheria a 56,5 kg in Portogallo. Tre quarti del pesce o dei prodotti ittici consumati in UE provengono da pesca selvatica e un quarto da acquacoltura. Le specie più popolari sono tonno, salmone e merluzzo.
Anche la spesa delle famiglie aiuta a capire perché il settore resti centrale nelle strategie industriali e commerciali. Nel 2022 la spesa nominale totale delle famiglie UE per prodotti della pesca e dell’acquacoltura ha raggiunto 62,9 miliardi di euro. Italia e Spagna hanno registrato i livelli più alti, con 12,9 miliardi di euro ciascuna, seguite dalla Francia con 9,7 miliardi. In media, la spesa per prodotti ittici vale circa il 6% del budget alimentare, ma le differenze interne sono marcate: il rapporto più alto è in Portogallo (16%) e il più basso in Ungheria (1,4%).
Sul piano dell’equilibrio tra domanda e offerta, i numeri spiegano una dipendenza strutturale: nel 2021, la capacità produttiva interna e le importazioni hanno reso disponibili 12,92 milioni di tonnellate (peso vivo) per il consumo umano; l’“apparent consumption”, ottenuto sottraendo le esportazioni, è stato pari a 10,60 milioni di tonnellate. La conseguenza è sintetizzata da un solo indicatore: nel 2021 il tasso di autosufficienza UE era del 38,2%, cioè le persone che vivono nell’UE hanno consumato quasi tre volte i prodotti della pesca e dell’acquacoltura rispetto a quanto ne hanno prodotto.
Infine, c’è la dimensione “esterna” della politica, quella che per le imprese significa accesso alle risorse e stabilità dei flussi. Nel quadro degli accordi del Nord, il rapporto evidenzia che, dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE, la proporzione di TAC nel Nord-Est Atlantico gestita con Paesi non UE è aumentata dal 23% al 77%. E sottolinea un dato che pesa per la flotta e per le catene di approvvigionamento: gli accordi del Nord rappresentano quasi il 60% di tutte le catture della flotta UE regolamentate da quote a livello globale, in termini di volume.
Messa insieme, questa edizione restituisce un’Europa che ha imparato a ridurre la pressione di pesca dove governance e scienza hanno retto, ma che nel Mediterraneo e nel Mar Nero continua a muoversi più lentamente, con una distanza ancora evidente dall’obiettivo di sostenibilità. E restituisce anche una contraddizione strutturale: la flotta diminuisce, ma resta in parte sbilanciata rispetto alle opportunità; il consumo resta alto, ma l’autosufficienza è bassa; il mercato è enorme, ma dipende dall’estero per colmare il divario tra ciò che si pesca e ciò che si mangia. È in questo spazio, tra biologia ed economia, che si gioca la parte più “umana” della politica della pesca: la capacità di tenere insieme mare, imprese e comunità senza chiedere al primo di pagare per tutti.
