Al largo di Alicante, fino al 22 luglio, una campagna scientifica confronta i divergenti semipelagici con quelli convenzionali nelle normali condizioni della pesca commerciale. L’obiettivo è verificare se le cosiddette “porte volanti”, progettate per lavorare leggermente sollevate dal fondo, possano ridurre il contatto con il substrato e la risospensione dei sedimenti senza compromettere catture, stabilità dell’attrezzo ed efficienza operativa. I risultati non sono ancora disponibili: la sperimentazione serve proprio a produrre le evidenze necessarie.
Sulla pesca a strascico il confronto si divide spesso tra chi la considera incompatibile con la tutela degli ecosistemi e chi teme che la transizione ambientale finisca per cancellare imprese e marinerie. La prova avviata in Spagna prova a uscire da questa contrapposizione con un metodo più utile: misurare una tecnologia in mare, sul lavoro reale e non soltanto in condizioni sperimentali.
Al centro della campagna ci sono i divergenti semipelagici, chiamati anche “flying doors” o “porte volanti”. Sono gli elementi che mantengono aperta orizzontalmente la rete durante il traino, ma che, nella configurazione tradizionale, operano a contatto con il fondale. La versione semipelagica è invece progettata per restare leggermente sollevata, limitando l’interazione diretta con il fondo e la quantità di sedimento rimessa in sospensione.
Il punto tecnico va chiarito: non si sta trasformando una rete a strascico di fondo in una rete pelagica. La sperimentazione riguarda il comportamento dei divergenti e il loro contributo all’impronta complessiva dell’attrezzo. È una distinzione essenziale per non attribuire alla tecnologia effetti che dovranno ancora essere dimostrati.
Un solo peschereccio per isolare l’effetto della tecnologia
La solidità della prova dipende soprattutto dal modo in cui è stata costruita. Per il confronto viene impiegato lo stesso peschereccio commerciale, utilizzando entrambe le configurazioni nelle medesime zone di pesca e in successione ravvicinata.
La scelta riduce il rischio che i risultati vengano condizionati dalle differenze tra imbarcazioni, equipaggi, attrezzature, aree o periodi dell’anno. In mare le catture possono cambiare anche in poche ore; confrontare sistemi diversi su barche o fondali diversi produrrebbe dati più difficili da interpretare.
Durante le operazioni i ricercatori analizzeranno tassi e composizione delle catture, geometria della rete, comportamento dei divergenti ed efficienza delle manovre. La campagna interessa specie centrali per lo strascico mediterraneo, tra cui nasello, triglia di fango, gambero rosa, gambero viola, totano, sugarello, canocchia e pagello fragolino.

La tecnologia deve funzionare anche sul ponte di coperta
Ridurre l’impatto sul fondo non basta. Un attrezzo destinato alla flotta commerciale deve mantenere l’apertura della rete, restare stabile durante il traino e non rendere più complesse o meno produttive le operazioni quotidiane.
È questo il passaggio che separa un prototipo promettente da una soluzione realmente adottabile. Una tecnologia ambientale funziona solo quando è compatibile con la sicurezza, i tempi di lavoro e la sostenibilità economica dell’impresa.
Il test di Alicante si inserisce in un percorso più ampio che Pesceinrete ha già seguito, dedicato ai divergenti semipelagici e alle tecnologie per uno strascico a minore impatto e alla decarbonizzazione dei pescherecci del Mediterraneo. In entrambi i casi il nodo resta lo stesso: innovare senza trasferire sulle imprese costi e rischi operativi insostenibili.
Il fondale verrà misurato prima e dopo gli strascichi
La campagna è guidata scientificamente dall’Istituto spagnolo di oceanografia IEO-CSIC e coinvolge la Segreteria generale per la pesca del Ministero spagnolo dell’Agricoltura, della Pesca e dell’Alimentazione e la Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo della FAO.
Un ruolo centrale è affidato alla nave da ricerca Emma Bardán, che realizzerà cartografie ad alta risoluzione del fondale prima e dopo i passaggi effettuati con i due sistemi. La nave utilizzerà inoltre strumentazione oceanografica per misurare la torbidità della colonna d’acqua e verificare quanta parte del sedimento venga sollevata da ciascuna configurazione.
Il confronto dovrebbe quindi produrre due livelli di informazione: da una parte l’effetto fisico sul fondo, dall’altra la capacità dell’attrezzo di continuare a pescare in maniera efficiente. È proprio l’integrazione tra questi dati a rendere la prova rilevante per le future decisioni di gestione.
L’iniziativa rientra nel programma MedSea4Fish, attraverso il quale la CGPM sostiene ricerca, raccolta dati, formazione e sperimentazioni nel Mediterraneo. Contribuisce inoltre alla Strategia CGPM 2030, che lega la tutela degli ecosistemi alla necessità di mantenere attività di pesca produttive e comunità costiere resilienti.
La prudenza necessaria: la prova è in corso
La nota ufficiale della CGPM-FAO parla di un potenziale beneficio, non di un risultato già acquisito. Non è ancora possibile affermare che i divergenti semipelagici riducano in modo significativo l’impatto senza effetti sulle catture. Saranno i dati raccolti nella campagna a stabilirlo.
Questa cautela non indebolisce il progetto. Al contrario, ne costituisce il valore. Se emergerà una riduzione misurabile dell’interazione con il fondo, accompagnata da prestazioni comparabili a quelle delle porte convenzionali, la tecnologia potrà offrire una base concreta per accompagnare la transizione dello strascico mediterraneo. Se invece compariranno limiti, perdite di efficienza o difficoltà operative, sarà necessario conoscerli prima di trasformare una sperimentazione in una prescrizione.
Il futuro dello strascico non si decide con uno slogan. Si decide comprendendo quali attrezzi funzionano, su quali fondali, per quali specie e a quali condizioni economiche. La prova di Alicante parte dalla domanda corretta: non se sia possibile dichiarare la pesca più sostenibile, ma se sia possibile dimostrarlo senza perdere di vista chi in mare deve continuare a lavorare.