Una nuova tecnologia potrebbe cambiare il futuro della pesca a strascico, riducendo fortemente l’impatto ambientale e offrendo una risposta concreta alle sfide poste dalle scadenze europee del 2030, anno in cui è prevista una progressiva riduzione delle attività di strascico nelle aree marine protette. Le sperimentazioni con i cosiddetti divergenti semipelagici “volanti” mostrano risultati promettenti: fino all’80% in meno di danni ai fondali marini e una riduzione di circa il 25% dei consumi di carburante.
Nella pesca a strascico tradizionale, i grandi divergenti metallici, ma anche in legno, scorrono sul fondo marino mantenendo aperta la rete. Questo contatto, che crea dei veri e propri solchi, provoca alterazioni degli habitat bentonici e può danneggiare ecosistemi delicati come le praterie di Posidonia, fondamentali per la biodiversità del Mediterraneo. La nuova tecnologia introduce invece sistemi idrodinamici e sensori che mantengono i divergenti sollevati dal fondale: in questo modo, i portoni non “arano” più il fondo, ma restano sospesi, riducendo notevolmente l’impatto fisico sugli habitat marini. Rimane solo un leggero contatto della parte inferiore della rete, necessario per catturare le specie bersaglio.
I benefici non riguardano soltanto l’ambiente. Riducendo l’attrito con il fondale, diminuisce la resistenza durante la navigazione in pesca, con un risparmio stimato di circa il 25% del carburante. Inoltre, la minore movimentazione dei sedimenti potrebbe limitare il rilascio di CO₂ accumulata nei fondali marini, responsabile dell’acidificazione degli oceani e dell’innalzamento delle temperature.
Un segnale concreto della diffusione di questa tecnologia arriva già dalla Spagna, dove circa 120 imbarcazioni stanno sperimentando o utilizzando sistemi basati su divergenti a basso impatto, segnando un primo passo verso una possibile transizione su scala mediterranea.
Le nuove strategie europee legate al 2030 puntano infatti a una progressiva riduzione dello strascico nelle aree più sensibili e nelle aree marine protette, con l’obiettivo di tutelare la biodiversità e gli ecosistemi bentonici. In questo scenario, l’innovazione tecnologica potrebbe rappresentare un’opportunità concreta per il settore, consentendo alle imprese di proseguire l’attività con strumenti a minore impatto ambientale e maggiore efficienza.
L’adozione di queste soluzioni richiede però investimenti importanti e riporta al centro il dibattito sull’utilizzo delle risorse pubbliche destinate alla pesca. Se il comparto è chiamato a compiere una profonda transizione tecnologica, molti operatori ritengono che i finanziamenti dovrebbero accompagnare in maniera prioritaria l’ammodernamento delle flotte e l’introduzione di attrezzature innovative.
In questo contesto si inserisce anche una riflessione sulle politiche di promozione dei prodotti ittici. Alcune iniziative, pur avendo visibilità mediatica, riguardano risorse come, ad esempio, il gambero rosso, prodotto che già gode di un forte valore commerciale, prezzi elevati e una domanda consolidata, oltre a essere una risorsa biologicamente limitata. Da qui una domanda che nel settore circola sempre più spesso: quanto tali campagne producono benefici concreti e misurabili per le imprese che ogni giorno affrontano rincari, tagli e costi crescenti? Il rischio è che la vetrina prevalga sugli interventi strutturali, mentre la sfida del 2030 sembra sempre più orientata non tanto alla promozione, quanto alla reale capacità di accompagnare la riduzione dello strascico e la transizione tecnologica delle marinerie verso forme di pesca più sostenibili.












