Acquacoltura e clima, la sostenibilità deve diventare misurabile

Mangimi, energia, tecnologie e sistemi produttivi possono generare impronte climatiche molto diverse. Lo studio europeo sulla decarbonizzazione dell’acquacoltura mette a fuoco una questione destinata a pesare sempre di più per allevatori e buyer: trasformare gli impegni ambientali in dati costruiti con criteri chiari, gestiti nel tempo e verificabili.

sostenibilità misurabile in acquacoltura

sostenibilità misurabile in acquacoltura

Non esiste un’unica impronta climatica dell’acquacoltura. Mangimi, energia, mezzi di servizio e tecnologie possono incidere in modo molto diverso sulle emissioni associate alla produzione. Per le imprese la sfida non è quindi soltanto ridurre l’impatto, ma capire dove si genera, misurarlo con criteri coerenti e dimostrare nel tempo come viene gestito.

Due allevamenti possono produrre la stessa specie e avere alle spalle storie climatiche molto diverse. Può cambiare l’energia utilizzata, può cambiare il mangime, possono cambiare tecnologia e organizzazione della produzione. Una gabbia in mare richiede attività differenti da un impianto a terra; un sistema a ricircolo funziona diversamente da un raceway; un allevamento di molluschi non utilizza mangimi formulati.

È qui che la parola “sostenibile” incontra uno dei suoi limiti: indica una direzione, ma da sola non misura una prestazione.

Lo mostra lo studio CINEA sui percorsi dell’acquacoltura europea verso la neutralità climatica al 2050, pubblicato il 16 aprile 2026. L’analisi considera le emissioni lungo la catena produttiva, includendo allevamento, produzione e trasporto dei mangimi, energia utilizzata nei siti, imbarcazioni, infrastrutture e logistica. Distingue inoltre sistemi molto diversi tra loro: gabbie, produzioni non alimentate, stagni, raceway e sistemi a ricircolo RAS.

Prima di ridurre le emissioni bisogna capire dove si generano

Il punto centrale è proprio questo: l’acquacoltura non può essere ricondotta a un’unica impronta climatica.

Nelle produzioni alimentate una parte dell’impatto nasce prima ancora che il mangime raggiunga l’allevamento. In altri sistemi acquistano maggiore rilevanza l’energia utilizzata, i mezzi di servizio o caratteristiche specifiche della tecnologia produttiva. Anche il modo in cui viene generata l’elettricità può modificare sensibilmente il risultato.

La domanda, quindi, non è soltanto quanto l’acquacoltura debba ridurre le proprie emissioni. Bisogna chiedersi quali emissioni, generate dove, misurate rispetto a quale produzione e secondo quale metodo.

Per un’impresa è una differenza sostanziale. Se non si individua con sufficiente precisione dove si concentra l’impatto, diventa difficile decidere quale intervento possa produrre il risultato maggiore. Ed è ancora più difficile dimostrare successivamente che quel risultato sia stato raggiunto.

Un numero senza metodo racconta poco

La questione riguarda anche chi quel prodotto lo acquista.

Un dato ambientale acquista valore quando è possibile capire che cosa comprende, come è stato ottenuto e se potrà essere ricostruito secondo criteri coerenti anche negli anni successivi. Due valori apparentemente confrontabili possono descrivere realtà differenti se cambiano il perimetro, il metodo o la qualità delle informazioni utilizzate.

La decarbonizzazione diventa così anche una questione di governance del dato.

Misurare serve a stabilire un punto di partenza. Individuare le principali fonti di emissione permette di decidere dove intervenire. Ripetere la misurazione consente di capire se le prestazioni stanno cambiando.

Ma perché questo processo acquisti credibilità lungo la filiera serve qualcosa in più: criteri riconoscibili, documentazione e la possibilità che quanto dichiarato venga sottoposto a verifica.

È in questo spazio che la certificazione può assumere una funzione più ampia rispetto al marchio che il consumatore vede sulla confezione.

Quando la certificazione trasforma il dato in un processo

Un caso concreto arriva dal nuovo ASC Farm Standard.

Il criterio 2.10 – Energy Use and Greenhouse Gas Emissions porta energia ed emissioni all’interno del nuovo quadro applicabile agli allevamenti che adottano il Farm Standard. L’unità di certificazione deve calcolare l’energia utilizzata per la produzione e le emissioni collegate all’allevamento e ai mangimi, sviluppare e mantenere un GHG Management Plan, riesaminarlo almeno annualmente e comunicare ad ASC i dati previsti dallo standard.

Il passaggio interessante non è semplicemente che uno standard di acquacoltura parli di clima. È ciò che accade dopo aver ottenuto il dato.

Il piano di gestione deve partire dalle principali fonti di emissione individuate, gli hot spot, e prevedere azioni coerenti con quelle fonti. L’andamento viene seguito nel tempo e il piano deve essere riesaminato sulla base dei risultati.

Il percorso diventa quindi misurare, individuare, gestire, riesaminare e verificare.

ASC mette a disposizione anche un Greenhouse Gas Calculator per supportare calcolo e reporting. Il suo utilizzo è raccomandato, ma possono essere impiegati strumenti alternativi purché rispettino i requisiti metodologici previsti. Il punto non è quindi imporre uno specifico software: è rendere coerente e documentabile il modo in cui il dato viene costruito.

Anche il perimetro è significativo. Il metodo considera l’energia utilizzata nel sito e le emissioni associate all’allevamento e ai mangimi, includendo elementi specifici quando pertinenti al sistema produttivo, come la produzione di ossigeno liquido nei RAS o quella dei fertilizzanti negli allevamenti in stagno.

C’è poi un elemento decisivo sul piano della credibilità. ASC definisce e mantiene lo standard, ma non certifica direttamente gli allevamenti. Gli audit e la decisione di certificazione sono affidati a organismi di valutazione della conformità indipendenti e accreditati.

Il dato climatico entra così in un processo nel quale metodo, documentazione e piano di gestione possono essere sottoposti a verifica.

Questo non significa che un prodotto certificato ASC sia automaticamente “carbon neutral”, né che abbia necessariamente l’impronta climatica più bassa disponibile sul mercato.

Il valore è diverso: rende più difficile fermarsi alla promessa.

La versione attuale del Farm Standard, v1.0.1A2, è effettiva dal 5 agosto 2026. La transizione al nuovo ASC Farm Standard proseguirà fino al 1° maggio 2028, data dalla quale tutti gli audit che inizieranno dovranno essere condotti secondo il nuovo standard e gli attuali standard per specie diventeranno inattivi.

Per l’Italia misurare significa capire dove intervenire

Il tema è particolarmente rilevante per l’Italia, dove convivono sistemi produttivi molto diversi: molluschicoltura, troticoltura, maricoltura in gabbia, stagni e altre forme di allevamento.

Mitili e vongole non utilizzano mangimi formulati. Una troticoltura presenta fabbisogni differenti da quelli di un allevamento di spigole e orate in mare. Un sistema a ricircolo concentra invece una parte importante del proprio funzionamento nelle tecnologie necessarie alla gestione dell’acqua.

La misurazione serve proprio a rendere visibili queste differenze, invece di comprimerle dentro un’unica definizione di sostenibilità.

Per un allevatore significa capire dove concentrare gli interventi. Per trasformatori e distribuzione significa poter disporre di informazioni costruite attraverso criteri riconoscibili. Per un buyer significa avere una base più solida sulla quale valutare gli impegni ambientali di un fornitore.

E per la certificazione significa assumere una funzione più impegnativa: non promettere un’acquacoltura senza impatto, ma costringere la sostenibilità a confrontarsi con dati, metodi, responsabilità e verifiche.

La parola “sostenibile” è ormai ovunque. La differenza, per imprese e mercato, sarà sempre più nella capacità di rispondere a tre domande semplici: come lo misuri, che cosa stai facendo per migliorarlo e chi può verificare che sia vero?

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