Il nuovo fronte aperto sul sistema CATCH riguarda gli effetti concreti delle verifiche sull’import ittico europeo. Prodotti dichiarati legalmente pescati dagli esportatori possono restare fermi quando la documentazione viene contestata, con costi di stoccaggio, ritardi e nuove pratiche. Il settore statunitense chiede ora all’UE procedure capaci di mantenere i controlli contro la pesca illegale senza bloccare intere spedizioni per problemi circoscritti.
Il controllo digitale può diventare un blocco fisico della merce. È quanto emerge dai casi raccolti dalle organizzazioni dell’industria ittica statunitense, che dopo mesi di difficoltà segnalate dagli operatori europei portano nel confronto su CATCH quantità trattenute, costi logistici e ritardi nelle consegne.
Dal 10 gennaio 2026 gli importatori dell’Unione devono utilizzare CATCH per presentare i certificati di cattura dei prodotti soggetti alla normativa contro la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata. Il peso del sistema è rilevante: secondo la Commissione europea, le importazioni coprono circa il 70% del consumo ittico dell’UE e l’80% di questi flussi riguarda prodotti sottoposti alla disciplina IUU.
Quando un problema documentale diventa un costo di filiera
Il nuovo dossier elaborato da Pacific Seafood Processors Association, Alaska Seafood Marketing Institute e At-sea Processors Association descrive due episodi che rendono misurabile il problema.
Nei Paesi Bassi, nel maggio 2026, furono interessate due spedizioni per complessive quasi 16.000 tonnellate di prodotti ittici dell’Alaska. Una parte della merce venne trattenuta in deposito frigorifero, mentre una seconda nave dovette attendere al largo prima dello sbarco. I carichi furono successivamente autorizzati alla commercializzazione.
Secondo le organizzazioni, l’episodio generò centinaia di migliaia di dollari di costi diretti per l’operatore logistico, ai quali si aggiunsero gli oneri sostenuti dalle imprese coinvolte e le difficoltà nel rispettare le consegne.
In Danimarca 475 tonnellate risultavano ancora ferme a settembre
Il secondo caso riguarda circa 600 tonnellate distribuite in 32 container, arrivate in Danimarca a fine aprile. Al 1° settembre, ultimo aggiornamento riportato nel dossier, 125 tonnellate erano state rilasciate mentre 475 risultavano ancora in deposito frigorifero doganale.
Gli autori riferiscono centinaia di migliaia di dollari di spese di stoccaggio e sostengono che le ripetute revisioni della documentazione abbiano più che triplicato il costo dei certificati.
È qui che la questione interessa direttamente anche chi compra nell’Unione. La conseguenza di una contestazione non rimane confinata all’ufficio che prepara i documenti: la merce resta indisponibile, il deposito continua a generare costi e la consegna al cliente può slittare. Per importatori, trasformatori e distributori europei, compresi quelli italiani, CATCH entra quindi nella gestione concreta della continuità delle forniture.
Il vero nodo è seguire il pescato dentro filiere complesse
Le organizzazioni statunitensi non contestano l’obiettivo europeo di contrastare la pesca illegale. Il confronto riguarda come dimostrare la provenienza del prodotto quando il pescato di molte imbarcazioni viene aggregato e successivamente trasformato.
Nelle filiere dell’Alaska, più barche possono conferire a una stessa unità di raccolta e il prodotto può essere ulteriormente suddiviso, lavorato e ricomposto nello stabilimento. Secondo l’industria americana, ricostruire per ogni prodotto finale la quantità riconducibile a ciascun peschereccio può diventare estremamente oneroso. Una criticità operativa che Pesceinrete aveva già approfondito analizzando la gestione dei dati nel sistema CATCH.
Il nuovo elemento è rappresentato dagli effetti documentati sul movimento della merce. La tracciabilità non è più soltanto un tema di compilazione: nei casi descritti ha inciso sull’accesso effettivo del prodotto al mercato europeo.
Le modifiche chieste dagli esportatori
Le organizzazioni americane propongono un sistema maggiormente basato sul rischio, capace di tenere conto dei controlli già applicati nei Paesi e nelle pescherie con sistemi strutturati di monitoraggio.
Chiedono inoltre di consentire l’aggregazione delle informazioni in punti della filiera come gli stabilimenti di trasformazione, rivedere il rapporto tra quantità catturate e prodotto ottenuto, migliorare l’interoperabilità informatica e permettere caricamenti massivi dei dati.
Un’altra richiesta ha un impatto particolarmente concreto sulla logistica: quando la contestazione riguarda soltanto una parte della documentazione, evitare che il problema immobilizzi automaticamente una quantità di prodotto più ampia del necessario.
La Commissione presenta CATCH come uno strumento destinato a rendere i controlli più efficaci e armonizzati e, progressivamente, a velocizzare le procedure amministrative. I casi riportati dall’industria americana mostrano però quanto diventi importante la fase applicativa: un sistema costruito per verificare la legalità del pescato deve riuscire anche a gestire la complessità delle filiere senza trasformare ogni anomalia documentale in un collo di bottiglia commerciale.
Per chi opera nell’import ittico europeo, questa è la vera informazione che emerge dal dossier. La qualità della documentazione e la capacità del fornitore di gestire CATCH entrano ormai tra i fattori che possono determinare tempi, costi e affidabilità di una fornitura, insieme a prezzo, disponibilità e logistica.
