Creme solari, un rischio ambientale ancora sottovalutato

Una ricerca appena pubblicata su Marine Policy fotografa un vuoto di consapevolezza: usiamo la protezione solare, ma sappiamo ancora poco di ciò che alcuni filtri UV possono lasciare nell’ambiente acquatico. Il punto non è scegliere tra salute e mare, ma colmare la distanza tra ricerca, prodotti e informazioni affidabili.

creme solari e mare

Creme solari e mare

I filtri UV presenti nelle creme solari possono raggiungere l’ambiente acquatico durante il bagno o attraverso le acque reflue. Eppure il tema è ancora poco conosciuto: in uno studio condotto a Plymouth su 281 partecipanti, l’89% dichiarava di usare creme solari, l’81% non conosceva il termine “reef-safe” e il 55% non aveva mai pensato a un possibile impatto sul mare.

È uno di quei gesti che sulla spiaggia sembrano non avere nulla a che fare con la qualità del mare: mettere la crema solare, aspettare qualche minuto, entrare in acqua.

E invece una parte delle sostanze utilizzate per schermare i raggi ultravioletti può raggiungere acque e sedimenti, direttamente durante il bagno oppure indirettamente attraverso docce e sistemi di depurazione. Il nuovo studio firmato da ricercatori della University of Plymouth e del Plymouth Marine Laboratory, pubblicato il 5 agosto su Marine Policy, parte proprio da qui: non soltanto da ciò che sappiamo sui filtri UV, ma da quanto poco ne sappiano i consumatori.

Ed è probabilmente questo il dato più interessante anche per chi lavora nella filiera ittica. Non siamo davanti a un nuovo allarme sul pesce, né lo studio dimostra un rischio per chi consuma prodotti ittici. Il tema è più a monte: quali sostanze raggiungono l’ambiente marino, con quali effetti e quanto siamo attrezzati per comprenderle e gestirle.

Il problema non è la crema solare

La ricerca combina una revisione della letteratura internazionale con un’indagine realizzata durante tre eventi pubblici a Plymouth tra agosto e ottobre 2024.

Il risultato è netto: oltre la metà dei partecipanti non aveva mai considerato che le creme solari potessero avere un impatto sull’ambiente marino, mentre più di otto persone su dieci non avevano mai sentito parlare di prodotti “reef-safe”.

Numeri che vanno letti con misura. I 281 partecipanti erano volontari, non è stato costruito un campione rappresentativo della popolazione britannica e non sono stati raccolti dati demografici. Gli stessi autori presentano quindi il lavoro come una base esplorativa, non come una fotografia dell’intero Regno Unito.

Ma il segnale resta: la protezione solare è entrata nelle nostre abitudini molto più rapidamente della conoscenza del suo possibile destino ambientale.

Dalla pelle all’acqua

I filtri UV sono le sostanze che permettono alle creme di proteggere la pelle dai raggi UVA e UVB. Alcuni residui possono essere rilasciati direttamente in mare durante la balneazione; altri arrivano agli ambienti acquatici attraverso le acque reflue, dove la capacità degli impianti di trattamento di rimuoverli varia in funzione del composto e della tecnologia utilizzata.

La letteratura scientifica richiamata dal lavoro ha già rilevato filtri UV nelle acque marine e nei sedimenti e documentato, per determinate sostanze e organismi, effetti quali stress ossidativo, alterazioni della riproduzione, danni al DNA e riduzione della crescita.

Questo non significa che ogni crema solare abbia lo stesso profilo ambientale o che la semplice presenza di una sostanza equivalga automaticamente a un danno nell’ecosistema. È proprio qui che il tema diventa interessante: occorrono dati migliori su concentrazioni, esposizione, persistenza ed effetti delle diverse molecole.

Per pesca e acquacoltura il punto è questo. La qualità delle produzioni comincia dalla qualità degli ambienti nei quali si produce. E il dibattito sui filtri UV si inserisce nello stesso scenario in cui l’Europa sta cercando di affrontare in modo più efficace le diverse pressioni che insistono sulle acque, tema centrale anche nella revisione delle norme a tutela dell’ambiente marino.

Tra ricerca e scaffale manca ancora un passaggio

La parte forse più interessante dello studio arriva quando si passa dal laboratorio al consumatore.

Dire “reef-safe” o “marine-friendly” sembra semplice. Capire cosa significhi davvero lo è molto meno.

Gli autori evidenziano infatti la necessità di informazioni ambientali più chiare, standardizzate e verificabili. Chiedere al consumatore di interpretare una lista di ingredienti chimici non può essere la soluzione, soprattutto quando anche il quadro scientifico e regolatorio non è uniforme.

Nell’Unione europea, la ricognizione contenuta nel paper individua 37 filtri UV unici autorizzati. Dieci dispongono di classificazioni armonizzate relative alla tossicità acquatica; per altri le informazioni disponibili risultano non classificate, insufficienti o prive di specifiche classificazioni ambientali.

Non significa che ciò che non è classificato sia necessariamente pericoloso. Significa, più semplicemente, che non disponiamo dello stesso livello di conoscenza ambientale per tutte le sostanze utilizzate.

“Reef-safe” non basta

Anche per questo affidarsi soltanto a una parola sull’etichetta rischia di spostare sul consumatore una responsabilità che riguarda prima di tutto ricerca, industria e regolazione.

Lo studio rileva una disponibilità a cambiare comportamento, ma mette in evidenza anche ostacoli molto concreti: prezzo, reperibilità dei prodotti, difficoltà nel comprendere gli ingredienti e scarsa chiarezza dei messaggi ambientali.

La direzione indicata dagli autori è quindi più pragmatica di quanto suggerisca il dibattito sulle “creme amiche del mare”: servono formulazioni meglio studiate, claim verificabili, maggiore trasparenza e strumenti semplici per confrontare i prodotti.

Senza dimenticare il punto essenziale. La preoccupazione per l’ambiente non deve tradursi nell’abbandono della protezione solare. Dermatologi e autorità sanitarie continuano a raccomandare fotoprotezione, ombra, abbigliamento adeguato e uso corretto dei prodotti solari.

La sfida è un’altra: proteggere la pelle riducendo, dove possibile e sulla base delle evidenze, la pressione sul mare.

Ed è proprio questo il valore della nuova ricerca. Porta sotto osservazione una fonte di contaminazione ancora poco percepita e ricorda che, nella tutela degli ecosistemi marini, anche ciò che sembra un gesto individuale e lontano dalla filiera può diventare una questione di qualità delle acque, ricerca e prevenzione.

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