EU CATCH, l’Alaska chiede una tracciabilità basata sul rischio

Il white paper promosso da Alaska Seafood Marketing Institute, PSPA e APA documenta criticità operative e blocchi commerciali e propone di calibrare i controlli sulla struttura reale delle filiere. L’obiettivo contro la pesca IUU resta condiviso

riforma EU CATCH

riforma EU CATCH

Dal 10 gennaio 2026 CATCH è obbligatorio per la gestione digitale dei certificati di cattura dei prodotti ittici importati nell’Unione europea. L’industria seafood dell’Alaska sostiene l’obiettivo di contrastare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, ma chiede di rivedere alcuni requisiti applicati alle filiere ad alto volume, dove catture provenienti da molte imbarcazioni vengono aggregate e trasformate. La proposta è spostare il sistema verso controlli proporzionati al rischio, riconoscimento dei sistemi pubblici di gestione già esistenti e maggiore interoperabilità dei dati.

Il problema non è stabilire se il seafood importato nell’Unione europea debba essere tracciato. Il punto è capire quali dati consentano davvero di individuare il prodotto illegale senza trasformare la complessità di una filiera legale in un’anomalia documentale.

È attorno a questa distinzione che si sviluppa Advancing EU Efforts to Combat IUU Fishing: Why CATCH Needs Reforms, il nuovo white paper elaborato da Pacific Seafood Processors Association (PSPA), Alaska Seafood Marketing Institute (ASMI) e At-sea Processors Association (APA). Alla richiesta di revisione si è associata anche la National Seafood Association. Le organizzazioni dichiarano esplicitamente di condividere la lotta europea contro la pesca IUU: la critica riguarda l’efficacia di alcuni meccanismi attraverso i quali CATCH tenta di tradurre quell’obiettivo nei flussi commerciali.

La Commissione europea assegna a CATCH una funzione precisa: sostituire il precedente processo cartaceo, armonizzare i controlli e migliorare lo scambio di informazioni tra operatori e autorità. Il sistema è operativo obbligatoriamente per le importazioni dal 10 gennaio 2026 e la normativa prevede che i controlli siano condotti anche secondo criteri di gestione del rischio.

Dal peschereccio al prodotto finito: dove nasce il problema

L’esempio più immediato riguarda il salmone selvaggio dell’Alaska. Secondo il white paper, nell’arco di circa tre mesi 7.500 piccole imbarcazioni indipendenti conferiscono complessivamente circa 250.000 tonnellate di salmone. Negli stabilimenti il pescato viene selezionato e nuovamente aggregato in funzione di specie, sesso, dimensione e qualità, quindi destinato a lavorazioni differenti e successivamente ricomposto in prodotti e lotti commerciali.

In una struttura produttiva di questo tipo, mantenere fino al prodotto finale l’attribuzione quantitativa a ogni singola imbarcazione diventa molto complesso.

Il documento porta anche l’esempio del pollock dell’Alaska. Filetti di qualità differente, rifili e altri flussi derivanti dalla lavorazione possono confluire nella produzione di surimi; i residui vengono ulteriormente valorizzati in farine e oli. Una materia prima può quindi attraversare diversi processi e combinarsi con flussi provenienti da più conferimenti prima che sia definita la destinazione commerciale finale.

Secondo gli estensori del dossier, imporre la separazione degli input per conservarne l’attribuzione nave per nave potrebbe richiedere una riorganizzazione dei processi produttivi, con minori rese, maggiori costi e un utilizzo meno completo della materia prima.

Bilancio di massa: quando il peso non basta

Il secondo nodo riguarda la relazione tra il peso della materia prima in ingresso e quello dei prodotti ottenuti.

CATCH utilizza un meccanismo di gestione delle quantità e la normativa europea prevede che il peso complessivo della materia prima riferita a uno o più ingressi non superi quello validato nel certificato di cattura.

Il white paper sostiene però che nelle attività di pesca selvatica le rese di trasformazione possono variare sensibilmente in funzione della forma commerciale, delle dimensioni, del sesso e della qualità del pesce. Nel dossier si indicano, in alcuni casi, variazioni fino al 100%; inoltre, non tutti gli input e gli output secondari ricadono necessariamente nello stesso perimetro documentale.

Da qui la contestazione tecnica: una discrepanza nel rapporto tra input e output non costituisce necessariamente la prova o l’indizio di una cattura IUU. Secondo il documento, anche un produttore che riesca a recuperare una quota maggiore della materia prima e a valorizzare più parti del pesce potrebbe generare rapporti di resa diversi da quelli attesi.

Quando la complessità documentale diventa un costo di mercato

Il dossier dell’industria dell’Alaska porta il problema fuori dal terreno puramente tecnico attraverso alcuni casi verificatisi nel 2026.

Secondo la ricostruzione contenuta nel white paper, nei Paesi Bassi due spedizioni hanno coinvolto complessivamente quasi 16.000 tonnellate di seafood dell’Alaska. Un primo carico di circa 7.810 tonnellate fu trattenuto dopo il controllo della documentazione; una seconda nave, con circa 7.780 tonnellate, dovette attendere prima di poter attraccare e successivamente scaricare. Il documento attribuisce a questi ritardi centinaia di migliaia di dollari di costi diretti, oltre alle conseguenze logistiche e sui rapporti con i clienti.

In Danimarca, il white paper riferisce invece di circa 600 tonnellate di prodotto statunitense distribuite in 32 container coinvolte in problemi documentali. Alla data del 1° settembre 2026, 125 tonnellate risultavano liberate mentre altre 475 erano ancora in deposito doganale in attesa del completamento delle procedure.

Anche la quantità di dati richiesta può assumere dimensioni rilevanti. In una spedizione presa come riferimento dall’industria, la conformità avrebbe comportato circa 3.000 registrazioni individuali di prodotto, ciascuna associata a uno specifico conferimento. Persino aggregando le informazioni al livello delle tender vessel sarebbero rimaste diverse centinaia di record da certificare e inserire nel sistema.

Le preoccupazioni sulla praticabilità delle nuove regole non provengono soltanto dagli Stati Uniti. In una nota presentata al Consiglio Agricoltura e Pesca del 30 marzo 2026, la Germania segnalava un aumento degli oneri amministrativi derivanti dal nuovo quadro europeo di controllo e indicava espressamente CATCH tra gli ambiti nei quali erano necessarie semplificazioni, richiamando anche una precedente iniziativa sottoscritta da 18 Stati membri.

La questione, quindi, supera il rapporto tra esportatori dell’Alaska e autorità europee: investe la capacità del sistema di rafforzare il controllo senza moltiplicare procedure che operatori e amministrazioni faticano a gestire.

La proposta dell’Alaska: concentrare i controlli dove aumenta il rischio

Le correzioni indicate nel white paper seguono una logica precisa. Per le attività di pesca sottoposte a sistemi pubblici strutturati di licenze, gestione delle catture, monitoraggio ed enforcement, l’industria propone di riconoscere maggiormente i controlli già esercitati dalle autorità competenti e di prevedere percorsi documentali proporzionati al livello di rischio.

Un secondo intervento riguarda l’aggregazione. Il dossier propone di poter associare le informazioni a punti commercialmente significativi della filiera, come gli stabilimenti di trasformazione, indicando periodo di produzione e imbarcazioni coinvolte, anziché tentare in ogni circostanza di attribuire a ciascun peschereccio una quota precisa di ogni prodotto finale.

Sul piano tecnologico la richiesta è altrettanto concreta: formati standardizzati, caricamenti massivi, API, ambienti di test e protocolli per la gestione degli errori, così da evitare l’inserimento manuale ripetuto delle stesse informazioni. Il white paper chiede inoltre test per singola attività di pesca e un confronto strutturato tra autorità statunitensi ed europee, industria e importatori prima di consolidare requisiti difficilmente reversibili.

Per importatori, trasformatori e distributori europei il confronto non riguarda quindi soltanto la documentazione. Riguarda tempi di sdoganamento, costi amministrativi, disponibilità della materia prima e continuità dei rapporti di fornitura.

La dimensione commerciale è evidente anche nella presenza che Alaska Seafood prepara per Conxemar 2026: il materiale dedicato alla manifestazione riunisce operatori statunitensi ed europei attivi su pollock dell’Alaska, salmone selvaggio, merluzzo del Pacifico, black cod, pesci piatti, granchio e altre produzioni.

È proprio questa integrazione tra origine, trasformazione e mercato europeo a rendere CATCH un banco di prova rilevante. Il confronto aperto dal white paper non mette in discussione la tracciabilità: chiede che la precisione richiesta sulla carta corrisponda a informazioni realmente utilizzabili per distinguere il prodotto illegale da quello che attraversa filiere legali, controllate e inevitabilmente complesse.

Exit mobile version