Nel 2025 l’Italia ha importato pesci lavorati per 3,204 miliardi di euro, il 6% in più rispetto all’anno precedente. Le quantità sono cresciute del 7,3%. La categoria rappresenta il 4,4% dell’intero import agroalimentare italiano e occupa il secondo posto per valore, preceduta soltanto dal caffè greggio.
I pesci lavorati sono una delle voci più rilevanti emerse dal nuovo rapporto del CREA sul commercio agroalimentare italiano, presentato il 9 settembre 2026 e basato su elaborazioni dei dati ISTAT.
Nel 2024 il valore delle importazioni si era fermato a 3,022 miliardi di euro. La crescita registrata nel 2025 porta quindi una categoria della filiera ittica davanti a prodotti come i derivati del cacao, gli oli vegetali e l’olio extravergine di oliva nella graduatoria degli acquisti agroalimentari dall’estero.
Il dato deve essere interpretato secondo la classificazione adottata dal rapporto. “Pesci lavorati” è una specifica voce merceologica e non coincide con il più ampio aggregato dei “prodotti ittici” né con i “prodotti della pesca” appartenenti al settore primario.
Pesci lavorati al secondo posto nell’import agroalimentare
Il caffè greggio guida la graduatoria con 3,650 miliardi di euro. I pesci lavorati seguono al secondo posto, davanti ai prodotti dolciari a base di cacao, che raggiungono 2,659 miliardi.
Il posizionamento mostra la dimensione economica assunta dal prodotto ittico lavorato negli approvvigionamenti agroalimentari italiani. Il rapporto non suddivide però questa voce per specie, Paese di provenienza, canale commerciale o destinazione finale.
Non è quindi possibile individuare quali prodotti abbiano determinato maggiormente la crescita o stabilire quanta parte delle importazioni sia destinata direttamente al consumo e quanta venga utilizzata dall’industria.
Il dato certo è l’aumento degli acquisti dall’estero, sia in valore sia in quantità.
La crescita è sostenuta soprattutto dai volumi
Le quantità importate aumentano più rapidamente del valore: +7,3% contro +6%. La dinamica indica che l’incremento non dipende soltanto dall’andamento dei valori unitari, ma comprende una crescita effettiva dei volumi acquistati.
Il rapporto misura questa variazione senza attribuirla a specifici comportamenti dei consumatori o a singoli canali di vendita. Il risultato deve quindi essere letto come un dato sul commercio estero, non come una misura diretta dei consumi nazionali.
La prospettiva è distinta da quella affrontata nel precedente approfondimento di Pesceinrete sul mercato ittico italiano nel quadro europeo: in questo caso l’attenzione si concentra sul peso raggiunto dal prodotto lavorato nella struttura dell’import agroalimentare.
Il confronto con l’intero comparto ittico
Il Rapporto CREA sul commercio con l’estero dei prodotti agroalimentari 2025 consente di ampliare l’osservazione all’aggregato industriale dei “prodotti ittici”.
In questo perimetro, le importazioni raggiungono 5,789 miliardi di euro e le esportazioni 686,9 milioni. Gli acquisti aumentano del 5,8% in valore e del 4,3% in quantità. Le vendite all’estero crescono invece del 9,6% nei volumi, ma diminuiscono dello 0,9% in valore.
I prodotti ittici rappresentano così l’8% delle importazioni agroalimentari complessive dell’Italia, mentre incidono per l’1% sulle esportazioni.
Separato è il dato relativo ai “prodotti della pesca” del settore primario: 1,992 miliardi di importazioni e 387,1 milioni di esportazioni. Le tre denominazioni descrivono livelli diversi della classificazione CREA e devono essere mantenute distinte.
Un dato strutturale per imprese e buyer
Il rapporto documenta due elementi centrali per la filiera: il peso raggiunto dai pesci lavorati tra le importazioni agroalimentari e la marcata distanza tra acquisti e vendite all’estero nel più ampio comparto dei prodotti ittici.
I valori doganali non misurano la ricchezza successivamente generata in Italia attraverso lavorazione, confezionamento, logistica, distribuzione e servizi. Mostrano però quanto gli approvvigionamenti internazionali concorrano al funzionamento del mercato nazionale.
Per imprese e buyer, la gestione delle forniture estere non rappresenta quindi una componente marginale, ma una funzione centrale della filiera. La capacità di selezionare il prodotto, garantirne continuità e tracciabilità e trasformarlo in un’offerta adatta ai diversi canali determina il valore che il sistema italiano riesce a costruire dopo l’importazione.
Il dato dei 3,2 miliardi fotografa così una realtà precisa: il prodotto lavorato occupa una posizione di primo piano nel commercio agroalimentare italiano e merita di essere osservato come un segmento strategico del mercato ittico.
