Nel 2026 diversi progetti italiani stanno portando le macroalghe dentro sistemi di acquacoltura integrata e percorsi di valorizzazione industriale. Il passaggio decisivo riguarda ora l’incontro tra chi può produrre biomassa, chi sviluppa tecnologie, chi la trasforma e chi può utilizzarla.
Le macroalghe stanno entrando sempre più concretamente nel perimetro dell’acquacoltura italiana. Il punto centrale, adesso, è capire quale filiera possa nascere attorno alla loro produzione e quali soggetti saranno in grado di collegare coltivazione, trasformazione e mercato.
A settembre, agli Stati generali della pesca e dell’acquacoltura dell’Emilia-Romagna, la valorizzazione delle alghe marine e lo sviluppo dell’algocoltura sono stati indicati tra le nuove opportunità per il comparto. Pochi giorni prima erano stati presentati i risultati di BIOBASED, progetto Italia-Croazia dedicato alla coltivazione di macroalghe integrata con mitili e ostriche e alla successiva valorizzazione della biomassa.
Sono segnali da leggere insieme. La possibilità economica delle macroalghe dipende dalla capacità di collegare specie coltivate, caratteristiche della biomassa, tecnologie di produzione, trasformazione e domanda industriale. È questo passaggio a determinare se potranno diventare una nuova attività anche per una parte dell’acquacoltura italiana.
Dalla sperimentazione alla produzione
Una delle strade più concrete passa dagli impianti acquicoli già presenti lungo le coste.
A Comacchio, il progetto BLUE-FARM dell’Università di Ferrara sta sperimentando in tre siti un sistema di policoltura multitrofica integrata nel quale molluschi bivalvi e macroalghe autoctone vengono allevati insieme. Le macroalghe sono selezionate e riprodotte nei laboratori universitari, mentre pescatori e cooperative partecipano direttamente alla gestione degli impianti e al monitoraggio.
La logica è interessante soprattutto dal punto di vista produttivo: la coltivazione delle macroalghe può essere valutata come integrazione di infrastrutture, spazi e competenze già presenti nella molluschicoltura, aggiungendo una possibile produzione alla stessa area marina.
L’Adriatico prova a usare ciò che già esiste
È anche la direzione seguita da BIOBASED, progetto coordinato dall’Università di Foggia e sviluppato con partner tra cui CNR-IRBIM e Associazione Mediterranea Acquacoltori. Il progetto ha testato la produzione di macroalghe attraverso sistemi di acquacoltura multitrofica integrata e percorsi di trasformazione della biomassa in prodotti a maggiore valore aggiunto.
Il rapporto tra produzione e sbocchi commerciali era già entrato nel confronto di AquaFarm 2026, quando BIOBASED aveva riunito negli spazi A.M.A. ricerca, imprese e operatori attorno alle possibili applicazioni delle macroalghe.
I risultati presentati il 15 settembre hanno aggiunto un tassello: dalle macroalghe coltivate possono essere sviluppati pigmenti, biostimolanti, fibre e biopolimeri, attraverso processi di bioraffineria pensati per aumentare il valore della biomassa prodotta.
Anche la Liguria si muove nella stessa direzione. Il 24 settembre l’Università di Genova ha presentato RegenERA, spin-off nato per sviluppare modelli di acquacoltura rigenerativa basati sulla coltivazione di macroalghe mediterranee in sistemi IMTA, con l’obiettivo di arrivare a biomassa locale e tracciabile destinata alla bioeconomia.
Presi singolarmente sono progetti diversi. Letti insieme indicano però una traiettoria comune: integrare le macroalghe nelle attività marine esistenti e verificare quali produzioni possano trovare un mercato stabile.
Il valore nasce dall’incontro con il mercato
Coltivare rappresenta soltanto un passaggio della catena.
Un report pubblicato il 24 luglio 2026 dall’Osservatorio europeo della Blue Economy sul possibile utilizzo delle macroalghe nell’industria alimentare chiarisce bene quali informazioni servano alle aziende: caratteristiche affidabili della materia prima, prestazioni funzionali, sicurezza, conformità normativa e capacità di utilizzare l’ingrediente in produzioni scalabili.
È un’indicazione che va oltre il food. Un utilizzatore industriale deve sapere quale biomassa riceverà, con quali caratteristiche, in quali quantità e con quale continuità.
Dalla biomassa al prodotto serve continuità
Anche le analisi sviluppate nel 2026 nell’ambito di EU4Algae individuano nella capacità di aumentare la scala e assicurare maggiore costanza produttiva alcuni dei passaggi necessari allo sviluppo dell’acquacoltura europea delle macroalghe.
Il quadro europeo resta infatti quello di un settore in costruzione. Lo studio CINEA sull’industria sostenibile delle alghe, aggiornato nel maggio 2026, lega la crescita del comparto allo sviluppo coordinato di investimenti, regolamentazione e capacità industriale.
È qui che la prospettiva italiana diventa particolarmente interessante.
La molluschicoltura può mettere a disposizione impianti, mare e competenze. La ricerca può selezionare specie e sviluppare protocolli produttivi. Le aziende tecnologiche possono rendere coltivazione, raccolta e monitoraggio più efficienti. A valle, food, mangimistica, agricoltura, cosmetica, biotecnologie e materiali possono trasformare la biomassa in prodotti con caratteristiche e valori molto differenti.
La filiera prende forma quando questi soggetti iniziano a lavorare sulla stessa domanda: quale macroalga produrre, con quali caratteristiche, in quali quantità e per quale mercato?
Per un’impresa acquicola questa domanda viene prima della scelta dell’impianto. Per chi trasforma significa definire standard di materia prima. Per chi sviluppa tecnologia significa progettare sistemi capaci di garantire qualità e continuità. Per gli utilizzatori industriali significa individuare fornitori affidabili e applicazioni economicamente sostenibili.
Le esperienze italiane del 2026 mostrano che questi interlocutori stanno iniziando a incontrarsi. La fase decisiva sarà quella successiva: capire quali sperimentazioni possono diventare produzioni continuative e quali applicazioni sono in grado di sostenere economicamente quella produzione.
È in questo passaggio che si definiranno ruoli e opportunità lungo la futura filiera italiana delle macroalghe. Per chi produce, trasforma, sviluppa tecnologie o utilizza biomassa algale, la partita si gioca sulla capacità di costruire fin dall’inizio un collegamento concreto tra ciò che il mare può produrre e ciò che il mercato è disposto ad acquistare.
