Tonno rosso, il Masaf ripartisce 217 tonnellate residue del 2025

La quota viene assegnata nella campagna 2026 a giovani imprenditori ittici, piccola pesca costiera e filiere produttive. Un atto tecnico che introduce un segnale politico chiaro: l’accesso alla risorsa diventa anche una questione di ricambio generazionale, presidio territoriale e organizzazione della filiera

Peschereccio in mare durante attività di pesca professionale del tonno rosso

Il Masaf ha ripartito 217 tonnellate residue di tonno rosso riferite al 2025, destinate nel 2026 a giovani imprenditori ittici, piccola pesca costiera e filiere produttive

Il Masaf ripartisce 217 tonnellate di tonno rosso riferite alla quota residua nazionale di cattura del 2025. Non si tratta della quota ordinaria assegnata all’Italia per il 2026, ma di una disponibilità della precedente annualità che viene ora destinata, con un decreto specifico, a tre ambiti individuati dal Ministero: giovani imprenditori ittici, piccola pesca costiera e filiere produttive del tonno.

È un passaggio tecnico solo in apparenza. Nel tonno rosso ogni tonnellata ha un peso economico, amministrativo e politico. La specie è gestita dentro un quadro di regole molto stretto, tra norme europee, raccomandazioni ICCAT, piano pluriennale di gestione e controlli nazionali. Per questo la distribuzione delle quote non è mai un atto neutro: indica quali segmenti della flotta si vogliono sostenere, quali modelli produttivi si intendono rafforzare e quale equilibrio si vuole costruire attorno a una delle risorse più pregiate del Mediterraneo.

Il decreto divide le 217 tonnellate in tre blocchi: 100 tonnellate alla misura per i giovani, 90 tonnellate alla piccola pesca costiera SSCF-A e SSCF-B, 27 tonnellate alle filiere produttive del tonno. La scelta è chiara: utilizzare una quota residua per intervenire su tre nodi sensibili della pesca italiana, cioè il ricambio generazionale, il ruolo della piccola pesca e il consolidamento delle filiere organizzate.

Una quota residua che diventa leva sociale

Il primo destinatario è il segmento dei giovani imprenditori ittici. A loro vengono riservate 100 tonnellate complessive, con quote individuali da 5 tonnellate per unità da pesca. La misura è definita sperimentale e transitoria e viene collegata alla necessità di promuovere la presenza dei giovani nel settore, in un comparto dove il ricambio generazionale resta uno dei punti più fragili.

Il perimetro, però, è molto preciso. Possono presentare istanza gli imprenditori ittici in possesso dei requisiti previsti dalla normativa, con unità autorizzate nel 2026 alla cattura bersaglio del pesce spada o dell’alalunga, lunghezza superiore a 12 metri e fino a 24 metri, licenza professionale con sistema di pesca palangaro e nessuna quota di tonno già ricevuta con il decreto del primo aprile 2026. In caso di domande superiori alla disponibilità, la graduatoria sarà costruita in base all’età, con priorità agli imprenditori più giovani.

La misura, quindi, non apre indistintamente la pesca del tonno rosso a una nuova platea di operatori. Interviene dentro un sistema già regolato, rivolgendosi a imprese giovani ma comunque dotate di requisiti tecnici, autorizzativi e professionali ben definiti. Con 100 tonnellate disponibili e 5 tonnellate per unità, la capienza teorica è di circa venti imbarcazioni. È un segnale importante, ma non una redistribuzione di massa.

Il ricambio generazionale resta dentro un sistema selettivo

Il punto politico è proprio questo. Il decreto riconosce che il futuro della pesca passa anche dalla capacità di far entrare nuove generazioni nei segmenti a maggiore valore. Ma il tonno rosso resta una risorsa ad accesso limitato, dove non basta essere giovani o voler investire nel mare. Servono autorizzazioni, licenze, caratteristiche dell’unità, coerenza con altri sistemi di pesca e capacità di muoversi dentro regole complesse.

È una scelta prudente, probabilmente inevitabile in un sistema sottoposto a vincoli internazionali. Ma racconta anche la difficoltà di conciliare ricambio generazionale e controllo della capacità di pesca. Il Ministero prova ad aprire uno spazio, senza alterare l’impianto complessivo della gestione.

Piccola pesca e filiere, due risposte diverse allo stesso problema

Il secondo blocco riguarda la piccola pesca costiera. Alle unità SSCF-A e SSCF-B già individuate per la cattura bersaglio del tonno rosso vengono destinate 90 tonnellate complessive, con una quota aggiuntiva di 0,5 tonnellate per singola unità. Anche qui l’assegnazione avviene su domanda, entro dieci giorni dalla pubblicazione del decreto. Se le richieste supereranno lo stanziamento disponibile, la quota individuale sarà ridotta proporzionalmente.

Il valore della misura va letto con equilibrio. Mezzo tonnellata per unità non modifica da sola la struttura economica del comparto, ma introduce un riconoscimento concreto alla piccola pesca costiera in una materia dove la distribuzione delle possibilità di cattura è da anni uno dei nodi più sensibili. Il decreto richiama l’esigenza di una distribuzione equa e trasparente tra flotte su piccola scala, flotte artigianali e flotte più grandi. È un passaggio che conta, perché sposta il tema dal solo rendimento economico alla sostenibilità sociale della pesca.

C’è però anche un elemento di responsabilità. Per il segmento della piccola pesca costiera viene previsto che, se al 31 dicembre sarà accertato un livello di catture inferiore al 25% della quota assegnata, aumentata di eventuali quote aggiuntive non trasferibili, potrà essere disposta la cancellazione dal relativo elenco, salvo cause di forza maggiore riconosciute dall’Amministrazione. È una clausola significativa: la quota non deve restare soltanto un titolo formale, ma deve corrispondere a una reale attività di pesca.

La quota non basta se non diventa pesca reale

Questo passaggio merita attenzione. Nella piccola pesca, la possibilità di utilizzare effettivamente una quota dipende da molti fattori: condizioni meteo, sicurezza, presenza della risorsa, organizzazione commerciale, capacità dell’equipaggio, tempi della campagna e sostenibilità economica dell’uscita in mare. Il principio fissato dal decreto è comprensibile, perché evita che le quote restino ferme. La sua applicazione, però, dovrà tenere conto delle condizioni concrete in cui lavora la piccola pesca.

Il terzo blocco, pari a 27 tonnellate, riguarda invece le filiere produttive del tonno. Le quote vengono distribuite in tranche da 3 tonnellate a nove realtà indicate nell’allegato del decreto. Qui la logica è diversa: non si interviene sulla singola unità o sul singolo giovane imprenditore, ma su accordi di filiera già istruiti e riconosciuti.

È una scelta che conferma una direzione precisa. Il valore del tonno rosso non si esaurisce nella cattura. Passa dalla capacità di organizzare prodotto, mercato, identità commerciale, tracciabilità, coordinamento tra operatori e continuità di offerta. Per questo il sostegno alle filiere può diventare uno strumento di politica industriale, a condizione che generi ricadute reali e non si limiti a rafforzare soggetti già consolidati.

Nel complesso, il decreto non rivoluziona la gestione italiana del tonno rosso. Non cambia l’architettura delle quote, non apre una stagione completamente nuova e non risolve da solo il tema dell’accesso alla risorsa. Usa però una quota residua del 2025 per correggere alcuni equilibri nel 2026 e per mandare un messaggio chiaro: il tonno rosso non è soltanto una specie da proteggere e controllare, ma anche una risorsa economica da distribuire con criteri sociali, produttivi e territoriali sempre più leggibili.

La conclusione è che la pesca del tonno rosso entra sempre più in una fase in cui la quantità disponibile conta quanto il modo in cui viene assegnata. Giovani, piccola pesca e filiere rappresentano tre risposte diverse alla stessa domanda: come mantenere competitivo un settore regolato, ad alto valore e ad alta pressione, senza restringerlo sempre di più a pochi soggetti forti.

La vera partita non si chiude con queste 217 tonnellate. Si apre nella capacità di trasformare una ripartizione amministrativa in valore reale: lavoro per nuove generazioni, margini per la piccola pesca, filiere capaci di restituire più forza ai territori e un sistema di gestione delle quote più trasparente, più responsabile e più comprensibile anche fuori dagli uffici ministeriali.

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