Conclusa la visita siciliana del Commissario europeo per la Pesca e gli Oceani, UNCI AgroAlimentare sposta il confronto sulle prossime scelte europee. Per il presidente Gennaro Scognamiglio, la sostenibilità non può essere misurata soltanto attraverso la riduzione dello sforzo di pesca: deve comprendere la tenuta economica delle imprese, il lavoro dei pescatori, una lettura più ampia delle pressioni sul mare e una strategia capace di accompagnare innovazione, rinnovo della flotta e nuove generazioni.
La Sicilia è stata il luogo dell’ascolto. Adesso il confronto torna sul terreno delle decisioni.
È qui che Gennaro Scognamiglio, presidente nazionale di UNCI AgroAlimentare, colloca il passaggio successivo alla visita del Commissario europeo per la Pesca e gli Oceani Costas Kadis. Non una valutazione circoscritta agli incontri siciliani, ma una questione che riguarda direttamente il futuro della pesca italiana all’interno della Politica comune della pesca.
Il messaggio che, secondo Scognamiglio, Bruxelles dovrebbe portare con sé è preciso: le politiche comuni hanno bisogno di obiettivi condivisi, ma non possono cancellare le specificità delle marinerie, dei territori e delle persone che vivono di mare.
“La sostenibilità del pescatore è sostenibilità dell’economia ittica e non può rappresentare il punto di caduta del sistema”, sintetizza il presidente di UNCI AgroAlimentare.
Regole comuni senza cancellare le differenze
È proprio sul significato di Politica comune della pesca che Scognamiglio concentra una parte della sua riflessione.
Comune, nella sua lettura, deve significare condivisione, non semplice trasferimento verso gli Stati membri di un sistema costruito prevalentemente attraverso restrizioni, riduzioni e sanzioni. Le regole europee devono perseguire la tutela delle risorse, ma devono anche riuscire a misurarsi con realtà produttive differenti e con gli effetti economici e sociali delle decisioni assunte.
È il punto sul quale UNCI AgroAlimentare raccoglie anche uno dei temi emersi durante il confronto istituzionale in Sicilia: riportare il pescatore al centro della costruzione delle politiche, anziché considerarlo soltanto nel momento in cui quelle politiche producono i loro effetti.
Per Scognamiglio la sostenibilità ambientale e quella socio-economica non sono obiettivi concorrenti. La tutela della risorsa resta indispensabile, ma una politica destinata a durare deve preservare anche le condizioni che permettono alle imprese, all’occupazione e alle comunità costiere di continuare a esistere.
Il presidente di UNCI AgroAlimentare richiama in questo quadro anche l’intervento del sottosegretario al Masaf Patrizio La Pietra e i sacrifici sostenuti negli anni dal settore italiano tra riduzione della flotta, limitazioni dell’attività e progressivo adeguamento alle regole di sostenibilità.
La domanda, oggi, è se continuare ad agire prevalentemente sullo sforzo di pesca sia sufficiente a rispondere a un Mediterraneo che nel frattempo sta cambiando.
Il mare non può essere letto attraverso una sola pressione
Qui Scognamiglio introduce il secondo elemento della sua analisi: la qualità e la tempestività della conoscenza scientifica sulla quale vengono costruite le decisioni.
Non mette in discussione la necessità dei dati. Chiede piuttosto che quei dati riescano a interpretare un sistema complesso e in rapida evoluzione.
Il Mediterraneo è sottoposto contemporaneamente agli effetti del cambiamento climatico, dell’inquinamento, delle modificazioni degli habitat e delle diverse attività antropiche che insistono sull’ambiente marino. La pressione esercitata dalla pesca deve quindi essere valutata all’interno di questo quadro complessivo.
“Non è con la riduzione dei giorni che si vince la sfida. Così si perdono economie”, osserva Scognamiglio.
La sua immagine è ancora più netta: “Nell’eterna lotta tra prede e predatori, oggi la vince il cambiamento climatico”.
Il punto non è sottrarre la pesca alle proprie responsabilità, ma evitare che diventi l’unica variabile sulla quale intervenire davanti a trasformazioni che hanno cause molto più ampie.
Per UNCI Agroalimentare serve dunque una conoscenza scientifica capace di accompagnare la velocità dei cambiamenti del mare e una politica in grado di utilizzare quei dati leggendo l’ecosistema nel suo complesso.
Il futuro passa anche dalle barche con cui si andrà in mare
La prospettiva cambia quando il ragionamento si sposta dalla gestione dello sforzo al futuro della flotta italiana.
Per Scognamiglio non basta chiedere al settore di diventare più sostenibile. Bisogna creare le condizioni perché possa farlo.
Questo significa affrontare contemporaneamente innovazione tecnologica, sicurezza, consumi energetici, dipendenza dai combustibili fossili e rinnovo delle imbarcazioni.
È un punto strategico perché supera l’equazione automatica tra modernizzazione della flotta e aumento della capacità di prelievo.
Nella lettura del presidente di UNCI AgroAlimentare, una barca nuova, solida e tecnologicamente avanzata non significa necessariamente pescare di più. Può significare maggiore sicurezza per gli equipaggi, minori consumi, strumenti più efficienti e un rapporto più sostenibile con l’ambiente marino.
Modernizzare, dunque, non significa aumentare lo sforzo di pesca. Significa mettere il settore nelle condizioni di affrontare una transizione che l’Europa stessa considera necessaria.
Senza prospettive il ricambio generazionale resta uno slogan
È qui che i diversi fili del ragionamento di UNCI Agroalimentare tornano a incontrarsi.
Il ricambio generazionale non può essere affrontato separatamente dalla redditività delle imprese, dalle condizioni di lavoro, dalla sicurezza e dalla qualità degli strumenti con cui si esercita l’attività.
Chiedere a un giovane di scegliere il mare significa anche mostrargli quale lavoro potrà fare tra dieci o vent’anni.
Se la prospettiva percepita è quella di un settore progressivamente ridotto, con imbarcazioni anziane, costi energetici elevati e margini di attività sempre più compressi, il ricambio generazionale difficilmente può essere costruito attraverso interventi isolati.
Per questo Scognamiglio chiede una visione di medio e lungo periodo che accompagni contemporaneamente sostenibilità, innovazione e tenuta economica del settore.
Dentro questo ragionamento entra anche un tema più ampio richiamato durante il confronto con le istituzioni: la pesca italiana non rappresenta soltanto un’attività economica, ma contribuisce all’identità alimentare del Paese e alla cultura della Dieta mediterranea. Perdere imprese, equipaggi e competenze significa perdere anche una parte di questo patrimonio.
La visita siciliana del Commissario europeo ha consentito al settore di portare direttamente davanti a Bruxelles criticità e aspettative. Il passaggio successivo, per UNCI AgroAlimentare, sarà capire quanto di quell’ascolto riuscirà a entrare nelle politiche.
Non si tratta di contrapporre pescatori e tutela del mare. La questione posta da Scognamiglio è esattamente opposta: costruire condizioni nelle quali protezione delle risorse, sostenibilità delle imprese e futuro del lavoro in mare possano procedere nella stessa direzione.
È su questo equilibrio, più che sul numero degli incontri svolti in Sicilia, che si misurerà il valore della fase che si è appena aperta.
