Lungo la costa occidentale della Svezia è in corso la sperimentazione di una rete a strascico che utilizza la luce per indurre i gamberi a sollevarsi dal fondo e dirigersi verso l’apertura dell’attrezzo. L’obiettivo è ridurre l’interazione con gli habitat bentonici senza compromettere la redditività della pesca. Le prove sono ancora in corso e non sono stati pubblicati risultati definitivi sulla resa delle catture o sul risparmio di carburante.
Una risposta tecnica a un cambiamento già in corso
Per catturare i gamberi è davvero necessario trascinare l’attrezzatura sul fondale?
È la domanda alla base di “Light Trawling”, progetto finanziato con risorse europee e sviluppato lungo la costa occidentale della Svezia. Il sistema utilizza alcune unità luminose per attirare i gamberi verso l’alto e guidarli all’interno di una rete che dovrebbe lavorare sollevata dal fondo.
L’esperimento arriva in una fase delicata per la pesca svedese. Dal 1° luglio 2026 è in vigore un divieto generale di utilizzo degli attrezzi trascinati sul fondo nelle aree marine protette situate entro il limite nazionale dello strascico. L’autorità svedese può tuttavia concedere deroghe quando l’attività risulta compatibile con gli obiettivi di conservazione.
Sulla costa occidentale, la pesca dei gamberi può continuare a condizioni particolari nel Kosterfjorden–Väderöfjorden, dove sono richiesti permessi specifici, attrezzi più piccoli e selettivi e il controllo delle imbarcazioni tramite AIS. Nel Gullmarsfjorden, invece, l’attività sarà progressivamente eliminata e vietata completamente dal 1° luglio 2027.
“Light Trawling” non nasce per aggirare questi vincoli, ma per verificare se una diversa progettazione dell’attrezzo possa ridurre il contatto con il fondale mantenendo economicamente sostenibile la cattura.
Tre partner, tre competenze diverse
Il progetto è guidato dal Comune di Sotenäs, che coordina una partnership costruita intorno a competenze complementari.
La componente direttamente legata alla pesca è rappresentata da Fiskareföreningen Norden (FF Norden), una cooperativa di proprietà dei pescatori attiva a Smögen dal 1937. Dal 2022 l’organizzazione presenta le proprie attività con il nome Smögens Nät e si occupa di costruzione di attrezzi da pesca, produzione di reti e progetti di sviluppo marino realizzati insieme a ricercatori e autorità pubbliche.
FF Norden porta quindi nel progetto non soltanto l’esperienza degli equipaggi, ma anche la capacità di costruire, modificare e testare concretamente le nuove attrezzature.
Il terzo partner è Chalmers Industriteknik, fondazione e organizzazione di ricerca e sviluppo nata nell’ambito della Chalmers University of Technology. La sua funzione è collegare ricerca e industria, sviluppando soluzioni tecniche e modelli economici applicabili nella pratica. Nel progetto contribuisce in particolare con competenze sull’economia blu e circolare, verificando che il nuovo attrezzo possa essere vantaggioso sia dal punto di vista ambientale sia da quello economico.
A mettere in moto la sperimentazione è stato Sixten Söderberg, 85 anni, figlio di un pescatore e con oltre mezzo secolo trascorso in mare. Attivo in FF Norden, Söderberg ha conosciuto un progetto islandese basato sull’impiego della luce e ha contattato il gruppo che lo aveva sviluppato per capire se il principio potesse essere adattato alle condizioni svedesi.
“Dobbiamo iniziare a pensare in modo diverso a come peschiamo. L’ambiente marino è in cattive condizioni e trovare metodi più sostenibili è assolutamente necessario”, afferma.
Non è la dichiarazione di chi vuole archiviare la pesca, ma quella di un pescatore che prova a conservarle un futuro.
Il prototipo deve ancora dimostrare di saper pescare
Il principio di funzionamento è intuitivo. Invece di dipendere dal passaggio della rete sul fondo, il sistema prova a sfruttare la risposta dei gamberi alla luce per condurli verso l’apertura dell’attrezzo.
La rete è descritta come più piccola e leggera rispetto a un sistema convenzionale e dovrebbe generare una minore resistenza durante il traino. Se il prototipo funzionasse come previsto, i vantaggi potrebbero riguardare il fondale, il consumo di carburante e l’usura delle attrezzature.
Il condizionale resta indispensabile. Non sono ancora disponibili dati conclusivi sui volumi catturati, sul risparmio energetico o sulla continuità delle prestazioni.
Una tecnologia promettente durante una singola prova può infatti rivelarsi inadatta al lavoro quotidiano. Per diventare uno strumento affidabile, la rete deve mantenere il corretto assetto, reagire alle correnti e funzionare in condizioni differenti di densità e visibilità dell’acqua.
I partner stanno verificando il peso necessario per mantenere stabili le unità luminose e la distanza massima dal fondale alla quale l’attrezzatura può operare continuando a intercettare i gamberi. Il prototipo, ispirato alle prove islandesi, deve inoltre essere adattato alle caratteristiche dei fondali e delle imbarcazioni svedesi.
Sono elementi tecnici, ma determinano la sostenibilità dell’intero progetto. Una rete che riduce il contatto con il fondo ma non assicura catture sufficienti non può sostenere un’impresa di pesca.
La valutazione finale dovrà quindi considerare la quantità e la qualità del prodotto, la regolarità delle catture, il consumo effettivo di carburante, l’usura dell’attrezzatura e la facilità di utilizzo da parte dell’equipaggio.
Il finanziamento pubblico ha permesso di affrontare costi e rischi difficilmente sostenibili da una singola impresa. Costruire il prototipo, modificarlo dopo ogni uscita e dedicare giornate di mare ai test significa infatti investire senza avere la certezza di una cattura remunerativa.
L’approfondimento della Commissione europea sul progetto Light Trawling chiarisce che la tecnologia potrà essere considerata una soluzione pratica soltanto se riuscirà a ridurre la pressione sul fondale mantenendo economicamente sostenibile l’attività.
Una sperimentazione che interessa anche il Mediterraneo
Il sistema svedese non può essere trasferito automaticamente alle marinerie italiane. Cambiano le specie bersaglio, le profondità operative, le correnti, la trasparenza dell’acqua, la morfologia dei fondali e le caratteristiche delle imbarcazioni.
Lo stesso prototipo deve essere adattato dalle condizioni islandesi a quelle svedesi. È quindi ragionevole ritenere che qualsiasi eventuale applicazione nel Mediterraneo richiederebbe una nuova fase di progettazione e sperimentazione locale.
Il principio, tuttavia, è interessante anche per la flotta italiana: ridurre l’impatto dello strascico non significa intervenire soltanto sulla rete, ma anche studiare il comportamento delle specie per cambiare il modo in cui vengono intercettate.
La guida luminosa si affianca così ad altre soluzioni che cercano di limitare l’attrito e il contatto con il fondo. Pesceinrete ha già raccontato, ad esempio, l’impiego dei divergenti semipelagici per ridurre l’impatto sui fondali e i consumi.
Le due tecnologie agiscono in modo diverso. I divergenti semipelagici mantengono sollevate alcune componenti dell’attrezzo, mentre “Light Trawling” prova a portare la specie bersaglio verso una rete che dovrebbe lavorare senza toccare il fondo.
Non sappiamo ancora se la luce riuscirà a garantire catture sufficienti e costanti. Ed è proprio questo a rendere il progetto credibile e interessante: non presenta una soluzione già pronta, ma racconta il tentativo concreto di costruire un’alternativa insieme ai pescatori.
“Abbiamo bisogno di un oceano vivo”, ricorda Söderberg. “Deve esserci qualcosa per le generazioni future e, per garantirlo, dobbiamo fare le cose in modo diverso”.
Per conservare il mare non basta chiedere alla pesca di cambiare. Occorre sviluppare strumenti che le consentano di ridurre il proprio impatto continuando a produrre reddito, lavoro e futuro per le comunità costiere.
