Acquacoltura mondiale verso 121 milioni di tonnellate nel 2035, ma la crescita rallenta

Le proiezioni OCSE-FAO indicano un aumento del 18% rispetto al 2023-2025, mentre rallentano gli scambi e i prezzi reali restano sotto pressione

Impianto di acquacoltura marina

L’acquacoltura continuerà a sostenere la crescita della produzione mondiale di animali acquatici fino al 2035

Secondo le proiezioni OCSE-FAO, nel 2035 l’acquacoltura mondiale di animali acquatici raggiungerà 121 milioni di tonnellate, il 18% in più rispetto alla media 2023-2025. L’espansione resterà consistente, ma sarà molto più lenta del 51% registrato nel decennio precedente. Non sono volumi già prodotti né capacità autorizzate, ma stime costruite su uno scenario di base.

Il dato più significativo dell’OECD-FAO Agricultural Outlook 2026-2035 non è soltanto la dimensione che potrebbe raggiungere l’acquacoltura. È il rallentamento che accompagnerà quella crescita.

La produzione complessiva della pesca e dell’acquacoltura dovrebbe passare dalla media di 194 milioni di tonnellate del periodo 2023-2025 a 216 milioni nel 2035, con un incremento dell’11%. Nel decennio precedente era aumentata del 24%. L’acquacoltura resterà il principale motore dell’espansione e rappresenterà il 56% della produzione totale, contro il 53% del periodo di riferimento. La pesca di cattura dovrebbe invece raggiungere 95 milioni di tonnellate, con una crescita del 3,4%. I valori sono espressi in equivalente peso vivo.

Il capitolo considera pesci, crostacei, molluschi e altri animali acquatici, escludendo piante e mammiferi acquatici. Le cifre non descrivono una produzione già realizzata: sono proiezioni di medio periodo elaborate con il modello Aglink-Cosimo e riferite a uno scenario fondato su precise ipotesi macroeconomiche, produttive e politiche. Condizioni ambientali, costi, norme, malattie, tensioni commerciali o cambiamenti nella domanda potrebbero determinare risultati differenti.

La produzione aumenta, ma il ritmo cambia

La produzione acquicola dovrebbe crescere del 18% rispetto alla media 2023-2025. La progressione resterà nettamente superiore a quella della pesca di cattura, ma sarà molto più contenuta di quella osservata negli ultimi dieci anni.

OCSE e FAO collegano il rallentamento soprattutto alla minore disponibilità di nuovi siti produttivi di qualità e all’introduzione di vincoli ambientali più stringenti. Il rapporto non prevede un arresto della domanda: segnala piuttosto che le possibilità di ampliare gli allevamenti con la velocità del passato stanno diminuendo.

Per le imprese, questo sposta il baricentro dello sviluppo. Una parte crescente dei risultati dovrà arrivare dalla produttività degli impianti esistenti, dalla gestione sanitaria, dall’efficienza alimentare, dalla riduzione delle mortalità e dal controllo delle perdite. È una lettura industriale coerente con le proiezioni, non una stima quantitativa formulata dal rapporto.

La composizione dell’acquacoltura mondiale non dovrebbe subire rivoluzioni. Nel 2035 il gruppo delle carpe rappresenterà ancora circa il 32% della produzione, seguito dai molluschi con il 19%. Gli altri pesci d’acqua dolce e diadromi, tra cui catfish e pangasio, arriveranno al 17%, i gamberi e le mazzancolle al 10%, le tilapie al 7% e i salmonidi al 4%.

L’Asia resta dominante, Africa e Americhe avanzano più velocemente

L’Asia continuerà a concentrare l’88% della produzione acquicola mondiale. La Cina resterà il primo produttore, con una quota stimata intorno al 55%, ma il suo peso dovrebbe ridursi leggermente per la maggiore crescita di altri Paesi, tra cui India e Vietnam.

In termini percentuali, l’aumento più forte è previsto in Africa, con il 37%, e nelle Americhe, con il 24%. L’Asia dovrebbe crescere del 17% e l’Europa del 14%. Le percentuali africane e americane partono tuttavia da livelli produttivi molto inferiori a quelli asiatici e non indicano un prossimo ribaltamento degli equilibri mondiali.

Anche la domanda resterà concentrata. Il consumo apparente globale di alimenti acquatici animali dovrebbe raggiungere 194 milioni di tonnellate nel 2035, il 12% in più rispetto al periodo di riferimento. L’Asia rappresenterà il 75% del totale e la sola Cina il 39%.

Il quadro cambia però da regione a regione. In Europa il consumo complessivo è previsto in lieve diminuzione. In Africa crescerà del 20%, il ritmo più elevato tra le aree considerate, ma l’incremento della popolazione sarà ancora più rapido: il consumo apparente pro capite dovrebbe scendere da 9,5 a 9 chilogrammi, con la contrazione più marcata nell’Africa subsahariana.

Più prodotto non significa automaticamente più valore

Il passaggio più delicato per le imprese riguarda i prezzi. Nel 2035 il prezzo reale di riferimento dell’acquacoltura, quindi corretto per l’inflazione, è previsto inferiore del 15% rispetto alla media 2023-2025. Per la pesca di cattura la riduzione stimata è del 14%, mentre il valore unitario reale dei prodotti acquatici scambiati internazionalmente potrebbe diminuire del 22%.

Questo non significa necessariamente che i prezzi nominali pagati sul mercato saranno più bassi. Alcuni valori correnti potrebbero rimanere stabili o aumentare. La previsione indica che, una volta considerata l’inflazione, il valore reale risulterebbe inferiore a quello del periodo di riferimento.

Il dato non equivale neppure a una previsione automatica di riduzione dei margini aziendali. La redditività dipenderà dall’andamento dei costi energetici e alimentari, dal lavoro, dalle rese, dalla mortalità, dalla trasformazione e dal posizionamento commerciale. La proiezione segnala però che l’aumento dei volumi potrebbe non tradursi in una crescita proporzionale del valore reale.

Anche gli scambi internazionali perderanno velocità. Le esportazioni di alimenti acquatici animali dovrebbero raggiungere 47,5 milioni di tonnellate nel 2035, il 5,7% in più rispetto alla media 2023-2025. Nel decennio precedente erano aumentate del 15%. Circa il 35% della produzione globale dovrebbe entrare nel commercio internazionale, quota che scende al 31% escludendo gli scambi interni all’Unione europea.

L’Asia resterà il primo polo esportatore, con il 49% dei volumi, e contemporaneamente il principale importatore, con il 44%. L’Africa sarà l’unica regione con esportazioni previste in diminuzione, del 4%, mentre le importazioni dovrebbero aumentare del 20% per soddisfare una domanda che la produzione regionale non riuscirà a coprire interamente.

Mangimi e sottoprodotti diventano ancora più strategici

La crescita dell’acquacoltura continuerà ad alimentare la domanda di ingredienti per mangimi. Nel 2035 il settore dovrebbe assorbire l’85% della farina di pesce consumata nel mondo e il 54% dell’olio di pesce.

L’impiego di farine proteiche da semi oleosi nei mangimi acquicoli dovrebbe crescere del 26%, raggiungendo 11 milioni di tonnellate. Nello stesso periodo, il consumo di farina di pesce da parte dell’acquacoltura è previsto in aumento del 20%, fino a 5,3 milioni di tonnellate. Non emerge quindi una sostituzione completa degli ingredienti marini, ma una loro integrazione crescente con altre fonti proteiche.

Un ruolo maggiore sarà svolto dai residui della trasformazione. Sottoprodotti e scarti di lavorazione dovrebbero fornire il 30% della farina di pesce mondiale nel 2035, contro il 25% della media 2023-2025. Per l’olio di pesce, la quota ricavata dai sottoprodotti è invece prevista stabile intorno al 54%. Il peso industriale di questi ingredienti e il loro rapporto con l’economia circolare sono stati approfonditi anche da Pesceinrete nell’analisi dedicata a farine e oli di pesce per l’acquacoltura.

L’Outlook non descrive dunque un’acquacoltura in ritirata. Indica un settore destinato a produrre di più, ma con minori opportunità di espansione, scambi meno dinamici e prezzi reali sotto pressione. Il volume continuerà a crescere; la capacità di trasformarlo in valore dipenderà sempre più dall’efficienza produttiva e dalla struttura della filiera.

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