Un post pubblicato su LinkedIn da Federico Menetto offre l’occasione per tornare su un tema che Pesceinrete segue da tempo e che continua a rappresentare uno dei nodi più sensibili per il comparto ittico nazionale: la distanza tra il pesce che l’Italia consuma e quello che riesce effettivamente a produrre.
Non si tratta di una questione nuova. Ed è proprio questo il punto. Quando un tema continua a riemergere nel dibattito del settore, significa che non è stato ancora affrontato in modo risolutivo. Nel caso italiano, la dipendenza dall’estero per soddisfare una quota rilevante del fabbisogno ittico resta una condizione strutturale che interroga da vicino la capacità produttiva del Paese, la tenuta della filiera e la visione con cui si guarda all’economia del mare.
Lo spunto richiamato da Menetto si inserisce dentro questa cornice. Il suo post non propone una trattazione tecnica del tema, ma riporta l’attenzione su alcuni dati e su alcune evidenze che consentono di allargare il ragionamento. Da un lato c’è una domanda interna consolidata, che conferma quanto il prodotto ittico continui ad avere un peso importante nei consumi alimentari italiani. Dall’altro c’è una produzione nazionale che non riesce a colmare questo fabbisogno, costringendo il sistema a ricorrere in misura significativa alle importazioni.
Pesceinrete ha già più volte evidenziato come questo squilibrio non possa essere letto soltanto come una normale dinamica commerciale. In un mercato aperto è fisiologico che una parte dei consumi venga soddisfatta attraverso il prodotto importato. Ma quando il divario tra domanda e capacità produttiva interna rimane così marcato nel tempo, il tema smette di essere solo commerciale e diventa industriale, strategico e politico nel senso più concreto del termine.
Dentro questo scenario rientra anche il tema dello sviluppo dell’acquacoltura, che da anni viene indicato come uno degli snodi decisivi per rafforzare la disponibilità di prodotto ittico nazionale. Non perché rappresenti da sola la soluzione a tutti gli squilibri del comparto, ma perché è uno degli ambiti in cui più chiaramente si misura la capacità di un Paese di programmare, investire e accompagnare la crescita di una filiera produttiva.
Il confronto con altri Paesi del Mediterraneo torna così inevitabilmente al centro della riflessione. Grecia e Turchia vengono spesso richiamate come esempi di sistemi che, pur con caratteristiche diverse, hanno saputo costruire nel tempo un impianto produttivo più dinamico e una cornice più favorevole allo sviluppo. L’Italia, al contrario, continua a scontare ritardi che non sembrano riconducibili alla mancanza di competenze, di tradizione marinara o di interesse del mercato, ma piuttosto a un contesto che ha reso più difficile trasformare queste potenzialità in crescita strutturale.
Il nodo, infatti, non riguarda soltanto il mare, ma il modo in cui il sistema Paese sceglie di renderlo produttivo. Su questo fronte il dibattito di settore torna spesso a concentrarsi su autorizzazioni, tempi amministrativi, distribuzione delle competenze e capacità di accompagnare gli investimenti. Sono questioni che per gli operatori non hanno nulla di astratto, perché incidono direttamente sulla possibilità di programmare nel lungo periodo e di avviare percorsi di sviluppo credibili.
In questo senso, il problema non è soltanto produrre di più, ma creare le condizioni per produrre meglio e con maggiore continuità. È qui che il tema della sostenibilità va letto in modo completo, senza ridurlo a una formula generica. Sostenibile è una filiera che tutela la risorsa, ma anche una filiera che riesce a stare sul mercato, ad attrarre investimenti, a innovare i processi e a costruire un rapporto più efficiente tra produzione e domanda.
L’interesse del post di Menetto sta allora nell’aver riportato in superficie una questione che il settore conosce bene e che continua a pesare. Non come notizia in senso stretto, ma come promemoria di un ritardo che non può essere considerato fisiologico. Ed è proprio in questa capacità di riaccendere l’attenzione che il suo intervento diventa utile: offre uno spunto per tornare a ragionare su un problema che non può essere archiviato solo perché noto.
Per il settore ittico italiano, il tema resta aperto in tutta la sua complessità. Da una parte c’è la necessità di leggere con lucidità la dipendenza dalle importazioni, senza semplificazioni né contrapposizioni ideologiche. Dall’altra c’è l’urgenza di capire se e come l’Italia intenda rafforzare la propria capacità produttiva in un comparto che ha ancora margini di crescita importanti.
Tornare a parlare di questi argomenti significa allora tornare a interrogarsi su quale idea di sviluppo si voglia dare all’economia del mare italiana. Significa chiedersi se il patrimonio di competenze, di tradizione e di vocazione territoriale di cui il Paese dispone possa essere finalmente sostenuto da condizioni più favorevoli alla crescita. E significa, soprattutto, riconoscere che finché il divario tra ciò che il mercato chiede e ciò che il sistema riesce a offrire resterà così ampio, il tema continuerà a ripresentarsi.
Non come una polemica di stagione, ma come uno dei grandi nodi irrisolti del settore ittico nazionale.
