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Blue economy, il vero nodo è il lavoro: senza competenze il settore rischia di frenare

Dal convegno di Confindustria emerge un fabbisogno di 175mila lavoratori entro il 2030: nel comparto ittico la carenza di profili qualificati è già una realtà operativa

Tiziana Indorato by Tiziana Indorato
20 Aprile 2026
in In evidenza, News, Pesca, Sostenibilità
Italy’s sea economy is growing, but the industry risks running short of people

Italy’s sea economy is growing, but the industry risks running short of people

L’economia del mare italiana cresce, accelera, consolida il proprio peso nel sistema Paese. Ma mentre i numeri continuano a indicare una traiettoria positiva, dal cuore dell’industria arriva un segnale molto più concreto e, per certi versi, più urgente: rischiano di mancare le persone.

Non è una riflessione teorica. Il tema è stato messo nero su bianco nel corso del convegno Genova e Liguria capitali dell’economia del mare 2026, promosso da Confindustria, dove imprese, istituzioni e rappresentanti del settore si sono confrontati sul ruolo strategico della blue economy. In quella sede, sulla base di un rapporto sviluppato insieme a Boston Consulting Group, è emerso un dato che non può essere ignorato: nei prossimi cinque anni serviranno circa 175mila lavoratori.

Un numero che, preso da solo, potrebbe sembrare incoraggiante. In realtà racconta qualcosa di molto diverso. Solo una parte di questo fabbisogno è legata alla crescita del settore; la quota più rilevante servirà a sostituire chi sta uscendo dal mercato del lavoro. È qui che si apre il vero nodo.

Per chi opera nel comparto ittico, non è una novità. È una dinamica già visibile. Nelle marinerie il ricambio generazionale è sempre più fragile. In acquacoltura cresce la domanda di figure tecniche difficili da reperire. Nella trasformazione, trovare personale con competenze adeguate è spesso complicato. E lungo tutta la filiera, dalla produzione alla commercializzazione, emergono segnali chiari di difficoltà.

Il punto, però, non è solo quantitativo. È qualitativo.

Negli ultimi anni il settore ha cambiato profondamente struttura. L’ittico non è più soltanto produzione primaria: è qualità certificata, sostenibilità, innovazione di prodotto, evoluzione dei consumi. Il peso crescente del trasformato, del ready to eat e dei prodotti ad alto valore aggiunto ha inevitabilmente alzato il livello delle competenze richieste.

Oggi l’esperienza da sola non basta più. Servono conoscenze tecniche aggiornate, capacità di gestione, familiarità con normative sempre più stringenti e con mercati sempre più articolati. Le imprese hanno bisogno di figure in grado di muoversi lungo tutta la filiera, di leggere i cambiamenti e di adattarsi rapidamente.

Ed è proprio qui che il sistema mostra i suoi limiti.

Il mondo della formazione fatica a tenere il passo. I percorsi legati al mare restano pochi e, spesso, poco attrattivi. Le competenze più richieste non vengono prodotte in numero sufficiente e, quando lo sono, non sempre risultano immediatamente spendibili nelle imprese. Il risultato è un disallineamento evidente: le aziende cercano profili che non trovano, mentre una parte della forza lavoro resta ai margini perché non adeguatamente preparata.

A rendere il quadro ancora più complesso c’è un fattore strutturale che va oltre il settore: la dinamica demografica. Nei prossimi anni la popolazione in età lavorativa è destinata a ridursi, restringendo ulteriormente il bacino da cui attingere. In un comparto come quello ittico, già alle prese con difficoltà di attrattività, questo elemento pesa ancora di più.

Ed è proprio il tema dell’attrattività a rappresentare uno snodo cruciale. Il lavoro legato al mare continua, in molti casi, a essere percepito come faticoso, poco valorizzato o residuale. Una percezione che non riflette più la realtà di un settore che oggi è tecnologico, dinamico e sempre più integrato con le logiche dell’industria e della distribuzione.

Il rischio, a questo punto, è chiaro: la crescita c’è, la domanda anche, ma senza persone e senza competenze adeguate il sistema potrebbe non essere in grado di sostenerla.

Le indicazioni emerse dal confronto tra imprese e istituzioni vanno nella stessa direzione. Serve un intervento strutturale. La formazione deve essere ripensata in funzione delle reali esigenze delle filiere, costruendo percorsi più vicini alle imprese e capaci di trasferire competenze concrete. L’innovazione deve essere accompagnata da modelli organizzativi più efficienti, in grado di rendere il lavoro anche più attrattivo. La semplificazione resta un passaggio necessario per liberare risorse e rendere il sistema più competitivo.

Per il comparto ittico, tutto questo non è un tema da convegno. È una questione quotidiana.

Chi lavora nel settore lo sa bene: le opportunità esistono, il mercato è in evoluzione, ma la possibilità di coglierle dipende sempre di più dalle persone. Dalla loro preparazione, dalla loro capacità di adattarsi, dalla possibilità di costruire professionalità nuove in un contesto che sta cambiando rapidamente.

L’economia del mare può continuare a crescere. Ma non lo farà da sola. Servono competenze, servono visione, servono persone. E il tempo per costruirle non è domani. È già adesso.

Tags: acquacolturaBlue EconomycompetenzeConfindustriaeconomia del mareformazioneindustria itticaItalialavorooccupazionepescasettore ittico
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Tiziana Indorato

Tiziana Indorato

Autrice Pesceinrete Tiziana Indorato scrive per Pesceinrete occupandosi di seafood, sostenibilità, mercati, innovazione e scenari internazionali. I suoi articoli seguono l’evoluzione della filiera ittica con attenzione ai cambiamenti ambientali, commerciali e regolatori che incidono sul lavoro delle imprese e sulla percezione del prodotto ittico.

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