Farine e oli di pesce, la materia prima invisibile dell’acquacoltura

Il nuovo report EUMOFA mostra il peso strategico degli ingredienti marini nei mangimi: tra crescita dell’acquacoltura, valorizzazione dei sottoprodotti e dipendenza europea dalle importazioni

farine e oli di pesce

Farine e oli di pesce sono tra gli ingredienti meno visibili della filiera ittica, ma anche tra i più strategici. Non finiscono direttamente nel carrello del consumatore, non occupano spazio nei banchi del fresco e raramente entrano nella comunicazione rivolta al grande pubblico. Eppure incidono su una parte decisiva dell’acquacoltura europea: la qualità dei mangimi, la crescita degli animali allevati, la sostenibilità degli approvvigionamenti, il recupero dei sottoprodotti e la capacità dell’Europa di ridurre la propria dipendenza da materie prime esterne.

Il nuovo Monthly Highlights di EUMOFA dedica a farine e oli di pesce un case study che porta alla luce un nodo spesso trattato come materia tecnica per addetti ai lavori. In realtà, dietro questi ingredienti si gioca una delle partite più delicate del futuro acquicolo europeo: produrre proteine acquatiche di qualità, usare meglio le risorse disponibili, valorizzare ciò che resta dalla lavorazione del pesce e contenere la pressione sulle risorse marine.

La farina di pesce è una polvere ad alto contenuto proteico ottenuta da pesce intero o da sottoprodotti della lavorazione. Il processo passa attraverso cottura, pressatura, essiccazione e macinazione della materia prima. Secondo EUMOFA, contiene generalmente tra il 60% e il 72% di proteine ed è ricca di aminoacidi essenziali, minerali e acidi grassi omega-3, in particolare EPA e DHA. L’olio di pesce, invece, è l’olio marino estratto durante il processo produttivo della farina ed è apprezzato soprattutto per il contenuto di omega-3 a lunga catena, importanti per salute, crescita, immunità e metabolismo degli animali allevati.

Questa definizione tecnica, però, non basta a spiegare il peso industriale del tema. Farine e oli di pesce non sono semplici ingredienti per mangimi. Sono una cerniera tra pesca, trasformazione ittica, acquacoltura, pet food, economia circolare e sicurezza alimentare. Permettono di recuperare valore da materie prime che altrimenti rischierebbero di essere sottoutilizzate, ma restano ancora legati anche all’impiego di piccoli pesci pelagici e specie foraggere. È proprio qui che si apre il punto più sensibile: la sostenibilità di questi ingredienti dipende sempre di più dalla capacità di ridurre la pressione sulle catture dirette e aumentare l’uso qualificato dei sottoprodotti.

Negli ultimi dieci anni, la produzione globale di ingredienti marini è rimasta relativamente stabile. EUMOFA indica una produzione media annua di circa 5-6 milioni di tonnellate di farina di pesce e tra 1 e 1,3 milioni di tonnellate di olio di pesce. Nello stesso periodo, l’acquacoltura mondiale ha continuato a crescere, raggiungendo 102 milioni di tonnellate nel 2024. Il confronto tra una produzione di ingredienti marini sostanzialmente stabile e un’acquacoltura in espansione racconta bene il problema: la domanda potenziale aumenta, ma le materie prime marine più pregiate non possono crescere senza limiti.

Questo non significa che tutte le produzioni acquicole dipendano allo stesso modo da farine e oli di pesce. A livello globale, molte specie allevate su larga scala, come carpe, pangasio e tilapia, possono essere prodotte con diete a basso contenuto di ingredienti marini e con maggiore presenza di componenti vegetali. In Europa, però, il quadro è diverso. La produzione acquicola è legata a specie come salmone, trota, spigola e orata, che richiedono una maggiore presenza di ingredienti marini nei mangimi, soprattutto per garantire performance produttive, salute animale e qualità nutrizionale del prodotto finale.

Questo rende l’Europa particolarmente esposta. Non perché manchi una produzione interna, ma perché la domanda del sistema acquicolo e mangimistico supera la capacità produttiva comunitaria. L’Unione europea produce ogni anno tra 420.000 e oltre 520.000 tonnellate di farina di pesce e tra 90.000 e 140.000 tonnellate di olio di pesce. Si tratta di circa l’8-10% della produzione mondiale di farina di pesce e del 10-12% della produzione mondiale di olio di pesce. Sono quote significative, ma non sufficienti a garantire autonomia.

Nel 2023 la produzione europea di farina di pesce ha raggiunto 457.000 tonnellate, con un aumento del 4% rispetto all’anno precedente. La Danimarca è il principale produttore dell’UE, con circa il 46% del totale, seguita dalla Spagna con il 18%. Sempre nel 2023, la produzione europea di olio di pesce è arrivata a 173.000 tonnellate, in crescita dell’8% sull’anno precedente. Anche in questo caso la Danimarca guida il mercato, con circa il 43% del totale, seguita dalla Spagna con il 22%. Dal 2016 la produzione UE di olio di pesce è aumentata del 17%, con la Spagna tra i principali motori della crescita grazie al maggiore utilizzo di sottoprodotti e ritagli di lavorazione.

Il ruolo della Danimarca non è casuale. Il Paese è uno dei riferimenti europei nella produzione di ingredienti marini, grazie a un modello che combina pesca industriale, impiego di specie pelagiche e valorizzazione dei sottoprodotti della lavorazione, in particolare da pesce bianco e salmone. È un sistema integrato, tecnologico, capace di massimizzare l’uso della materia prima e trasformare gli scarti di processo in ingredienti ad alto valore per acquacoltura e pet food. La Spagna, dal canto suo, ha rafforzato il proprio ruolo grazie alla struttura portuale, alla base industriale della Galizia e all’impiego crescente di sottoprodotti provenienti dalla lavorazione di tonno e sardine.

Il dato sui sottoprodotti è il cuore dell’intero ragionamento. Nel 2016, secondo i dati richiamati da EUMOFA, circa il 71% della materia prima destinata alla produzione di farina di pesce e il 74% di quella destinata all’olio di pesce proveniva da catture intere. Nel 2024, la quota da catture intere è scesa al 66% per la farina di pesce e al 47% per l’olio di pesce. Questo significa che, soprattutto per l’olio, i sottoprodotti hanno ormai superato la materia prima derivante da cattura intera. È un passaggio fondamentale: il futuro degli ingredienti marini passa sempre di più dalla capacità di valorizzare ciò che resta dopo la lavorazione del pesce.

Non è un dettaglio da inserire in una narrazione generica sulla sostenibilità. È un fattore strutturale di competitività. I sottoprodotti possono arrivare dalla lavorazione di pesce pescato o allevato: ritagli di pesce bianco come pollock, merluzzo, nasello e haddock, pelagici come aringa e sgombro, ma anche salmone, tonno, pangasio e tilapia. Se raccolti rapidamente, conservati correttamente e lavorati in impianti adeguati, diventano materia prima per ingredienti marini di qualità. Se non vengono intercettati, si perde valore economico e si riduce l’efficienza complessiva della filiera.

EUMOFA richiama anche un potenziale ancora non sfruttato. Secondo IFFO, esisterebbero quasi 12 milioni di tonnellate di sottoprodotti generati negli impianti di lavorazione che non vengono raccolti per produrre ingredienti marini. L’Asia presenta il margine maggiore, ma anche Europa e America Latina hanno ancora volumi significativi non pienamente valorizzati. Questo dato dovrebbe interessare direttamente anche la filiera italiana, dove la trasformazione ittica, la lavorazione del fresco, i prodotti pronti e i semilavorati generano flussi di materia prima secondaria che potrebbero essere meglio organizzati, raccolti e destinati a utilizzi di valore.

Il tema, quindi, non riguarda soltanto i grandi produttori del Nord Europa. Riguarda l’intera architettura industriale del settore ittico. In un mercato in cui l’acquacoltura è chiamata a crescere e la pesca non può aumentare indefinitamente i propri prelievi, il valore si sposta verso la capacità di usare meglio ogni parte della materia prima. Questo vale per le imprese mangimistiche, per i trasformatori, per gli allevatori, per la distribuzione e per chi costruisce strategie di sostenibilità realmente misurabili.

C’è poi il capitolo della dipendenza esterna. Nonostante la propria capacità produttiva, l’UE resta dipendente dalle importazioni. Nel 2025, le importazioni europee di farina di pesce hanno raggiunto 302.000 tonnellate, per un valore di 437 milioni di euro, con un aumento del 52% in volume e del 37% in valore rispetto al 2024. La Danimarca è stata il principale Paese destinatario, con il 35% dei volumi e il 39% del valore, seguita da Spagna e Germania. La forte crescita delle forniture da Perù, Sud Africa, Cile e Regno Unito ha contribuito a portare i volumi importati ai livelli più alti dal 2014.

Il dato sull’olio di pesce è ancora più significativo. Nel 2025 le importazioni UE di olio di pesce hanno raggiunto 208.000 tonnellate, per un valore di 495 milioni di euro. I volumi sono cresciuti del 44% rispetto al 2024, mentre il valore è diminuito del 17%, riflettendo un calo dei prezzi. Anche in questo caso la Danimarca è il principale Paese destinatario, con il 47% dei volumi e il 44% del valore, seguita da Spagna, Grecia e Paesi Bassi. Secondo EUMOFA, l’aumento delle importazioni è stato spinto dalla domanda dell’acquacoltura, mentre la produzione UE è rimasta limitata e l’offerta globale ha beneficiato di una temporanea ripresa dopo gli effetti di El Niño.

Questo passaggio è decisivo per leggere il futuro. Farine e oli di pesce restano ingredienti ad alto valore biologico e nutrizionale, difficili da sostituire completamente in alcune diete acquicole. Ma proprio perché sono risorse strategiche non possono essere trattati come ingredienti ordinari. Vanno usati dove generano maggiore valore, con formulazioni più efficienti, fonti certificate, tracciabilità della materia prima e integrazione con ingredienti alternativi.

La questione non è costruire una contrapposizione artificiale tra ingredienti marini e alternative vegetali, microbiche o algali. La questione è capire quale combinazione consenta di garantire crescita, salute animale, qualità nutrizionale del prodotto finale, sostenibilità economica e minore pressione sulle risorse naturali. L’olio da alghe può avere un ruolo crescente per l’apporto di EPA e DHA, ma non cancella automaticamente la funzione degli oli di pesce. Allo stesso modo, le proteine alternative possono alleggerire la pressione sulle farine, ma non risolvono da sole il tema della qualità nutrizionale, della digeribilità e della performance produttiva.

Per l’acquacoltura europea, la partita è dunque duplice. Da un lato bisogna assicurare ingredienti marini di qualità per specie che hanno fabbisogni nutrizionali elevati. Dall’altro bisogna ridurre la vulnerabilità rispetto a mercati globali instabili, eventi climatici, disponibilità di piccoli pelagici, oscillazioni dei prezzi e concentrazione geografica delle forniture. Il dato del 2025, con l’aumento delle importazioni e il ruolo centrale di Paesi extra-UE, mostra che la sicurezza degli approvvigionamenti resta una questione aperta.

Anche le esportazioni europee raccontano un mercato dinamico e integrato. Nel 2025 l’UE ha esportato 220.000 tonnellate di farina di pesce, per un valore di 402 milioni di euro. È stato l’anno con il volume più alto dal 2015, con la Norvegia come principale destinazione. Per l’olio di pesce, le esportazioni UE hanno raggiunto 179.000 tonnellate, per 564 milioni di euro. Anche in questo caso la Norvegia domina tra i mercati di destinazione. La Danimarca è di gran lunga il principale fornitore europeo sia per la farina sia per l’olio di pesce.

Questi flussi mostrano che l’UE non è soltanto dipendente dalle importazioni. È anche un attore industriale rilevante, capace di produrre, importare, esportare e trasformare ingredienti marini dentro catene del valore internazionali. Ma proprio questa doppia natura rende il tema ancora più strategico. L’Europa è produttore, consumatore, trasformatore e piattaforma commerciale. Di conseguenza, ogni squilibrio nei prezzi, nella disponibilità o nella qualità degli ingredienti marini può riflettersi sull’intera filiera acquicola.

Per la filiera ittica, il punto centrale è questo: farine e oli di pesce non sono una nicchia tecnica. Sono un indicatore della maturità industriale del sistema. Parlano di come si usa la materia prima, di quanto valore si recupera dai processi di lavorazione, di quanto l’acquacoltura europea dipende da forniture globali e di quanto l’innovazione nei mangimi possa contribuire a ridurre sprechi e pressioni ambientali.

In Italia il tema dovrebbe essere letto con particolare attenzione. Il Paese è un importante mercato di consumo, ha una filiera della trasformazione articolata, una produzione acquicola rilevante per specie pregiate e una crescente necessità di costruire narrazioni di sostenibilità basate su elementi concreti. Parlare di economia circolare nell’ittico non può significare soltanto packaging o recupero generico degli scarti. Deve significare anche capacità di trasformare sottoprodotti in ingredienti, molecole, semilavorati e materie prime secondarie di valore.

La vera domanda, allora, non è se farine e oli di pesce continueranno a servire. Continueranno a servire. La domanda è come verranno prodotti, da quali fonti, con quale tracciabilità, con quale efficienza e con quale integrazione rispetto alle nuove alternative disponibili.

Il futuro dell’acquacoltura europea non dipenderà solo da nuove concessioni, impianti più moderni o specie più richieste dal mercato. Dipenderà anche dalla qualità invisibile dei mangimi. E dentro quella qualità invisibile, farine e oli di pesce resteranno una materia prima strategica: da gestire meglio, usare con intelligenza e collegare sempre di più a una filiera capace di ridurre sprechi, valorizzare sottoprodotti e rendere più solido l’intero sistema produttivo.

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