Il mare europeo sta cambiando funzione. Per secoli è stato soprattutto luogo di pesca, navigazione, commercio, difesa e relazione tra comunità costiere. Oggi è diventato anche spazio energetico, infrastruttura digitale, area di conservazione ambientale, destinazione turistica, corridoio logistico e piattaforma strategica. Questa moltiplicazione degli usi rende sempre più evidente una domanda politica e produttiva: chi decide come si distribuisce lo spazio in mare?
La questione riguarda da vicino pesca e acquacoltura. Due settori che producono alimento, lavoro, presidio territoriale e identità costiera, ma che rischiano di essere progressivamente compressi dentro una pianificazione marittima dominata da priorità concorrenti. È in questo quadro che il Parlamento europeo ha adottato una serie di raccomandazioni per chiedere una revisione della direttiva sulla pianificazione dello spazio marittimo, con l’obiettivo di riconoscere in modo più netto il ruolo strategico della pesca e dell’acquacoltura.
Il punto centrale non è solo normativo. È industriale, sociale e alimentare. Se il mare viene occupato da un numero crescente di attività senza un equilibrio chiaro, le imprese della pesca e dell’acquacoltura rischiano di trovarsi davanti a decisioni già prese, con spazi ridotti, vincoli aggiuntivi e una capacità limitata di incidere sui processi che determinano il loro futuro.
La pianificazione dello spazio marittimo nasce proprio per evitare questo scenario. Dovrebbe servire a ordinare gli usi del mare, ridurre i conflitti, coordinare gli interessi economici e ambientali, garantire una gestione sostenibile delle aree marine. Tuttavia, secondo gli eurodeputati, l’attuazione della direttiva europea del 2014 è stata disomogenea e non sempre ha assicurato a pesca e acquacoltura un ruolo adeguato nei processi decisionali.
Il Parlamento chiede quindi un cambio di passo. Pesca e acquacoltura dovrebbero essere riconosciute come settori strategici per la sovranità alimentare europea, per l’occupazione e per lo sviluppo delle comunità costiere. Una richiesta che va letta dentro un contesto più ampio: l’Europa discute di autonomia alimentare, sicurezza degli approvvigionamenti, transizione energetica, protezione degli ecosistemi e competitività delle filiere. Tutti temi che si incontrano proprio nello spazio marittimo.
Tra le proposte più rilevanti c’è la creazione di zone prioritarie per la pesca, definite in base ai diversi bacini marittimi e ai segmenti di flotta. Un passaggio particolarmente importante riguarda la piccola pesca, per la quale il Parlamento sollecita aree riservate o comunque forme di tutela specifica. È un’indicazione politica chiara: chi lavora in mare non può essere coinvolto solo quando le scelte sono già state impostate.
Lo stesso principio vale per l’acquacoltura. Il Parlamento chiede una migliore integrazione del settore nella pianificazione marittima e l’individuazione di aree dedicate allo sviluppo sostenibile degli impianti, con procedure autorizzative più efficienti e minori ostacoli regolatori. Per l’acquacoltura europea, spesso frenata da iter lunghi, conflitti d’uso e incertezza amministrativa, il tema dello spazio è decisivo quanto quello dell’innovazione tecnologica o della sostenibilità ambientale.
La convivenza con l’energia offshore è uno dei nodi più delicati. La transizione energetica richiede investimenti importanti in mare, ma la realizzazione di parchi eolici offshore non può procedere senza una valutazione seria dell’impatto sulle attività di pesca e acquacoltura. Il Parlamento chiede che, prima di assegnare aree a progetti energetici, vengano condotte analisi socioeconomiche e che gli operatori siano coinvolti nella fase decisionale.
Questo punto merita attenzione anche in Italia. Il Mediterraneo è uno spazio fragile, densamente utilizzato e attraversato da interessi molteplici. Pesca professionale, acquacoltura, turismo, portualità, rotte commerciali, tutela ambientale, infrastrutture energetiche e progetti offshore convivono in bacini dove gli equilibri sono spesso complessi. Pensare che ogni attività possa avanzare senza una regia integrata significa aumentare il rischio di conflitti e scaricare le conseguenze sui soggetti più esposti.
La pesca, in particolare, vive già una fase difficile. Pressioni ambientali, riduzione dello sforzo, costi operativi, ricambio generazionale, vincoli normativi e trasformazioni del mercato incidono sulla tenuta delle imprese. Aggiungere una progressiva perdita di accesso agli spazi marittimi significherebbe aggravare una fragilità già evidente. Per questo il tema della pianificazione non può essere considerato una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori. Riguarda la possibilità concreta di continuare a produrre, lavorare e presidiare le coste.
Anche le aree marine protette entrano in questa discussione. La tutela degli ecosistemi è un obiettivo fondamentale, ma la gestione degli spazi protetti richiede il coinvolgimento reale delle comunità che vivono il mare. Il Parlamento sottolinea la necessità di far partecipare pescatori e stakeholder alla progettazione, gestione e valutazione delle aree marine protette, in modo da conciliare protezione ambientale e attività economiche compatibili.
È un passaggio importante perché supera una contrapposizione spesso sterile: da una parte ambiente, dall’altra lavoro. La sfida più matura è costruire modelli di gestione in cui la conservazione degli ecosistemi e la continuità delle attività produttive non vengano trattate come obiettivi incompatibili. Nei territori costieri, la sostenibilità funziona solo se tiene insieme risorsa, impresa e comunità.
Il Parlamento richiama anche la necessità di rafforzare la pianificazione transfrontaliera e le strategie di bacino. Il mare non segue i confini amministrativi. Gli stock ittici si muovono, le correnti trasportano pressioni e contaminanti, le rotte attraversano più giurisdizioni, le infrastrutture collegano Paesi diversi. Per questo una pianificazione solo nazionale rischia di essere insufficiente, soprattutto in aree come il Mediterraneo, dove la cooperazione con Paesi terzi costieri è parte essenziale della governance marittima.
C’è infine il fronte climatico. Erosione costiera, aumento della temperatura dell’acqua, acidificazione, specie invasive e inquinamento incidono direttamente sulle attività ittiche. Integrare questi elementi nella pianificazione dello spazio marittimo significa riconoscere che il mare non è una superficie vuota da assegnare a funzioni diverse, ma un ecosistema dinamico, già sottoposto a pressioni profonde.
Il futuro European Ocean Act sarà quindi un banco di prova. Se la nuova governance europea del mare saprà recepire queste indicazioni, pesca e acquacoltura potranno entrare nella pianificazione con maggiore forza, non come settori da compensare a posteriori, ma come attività strategiche da considerare fin dall’inizio. Se invece il processo resterà frammentato, il rischio sarà quello di una competizione crescente, con il comparto ittico costretto a difendere spazi sempre più ridotti.
La partita è più ampia della singola direttiva. Riguarda il modo in cui l’Europa immagina la propria economia del mare. La blue economy non può essere costruita soltanto su energia, infrastrutture e conservazione ambientale. Deve includere anche il cibo, il lavoro, le imprese, i porti, le marinerie, gli allevamenti, le comunità che da generazioni vivono il rapporto quotidiano con il mare.
Pesca e acquacoltura non chiedono una corsia privilegiata fuori dalle regole. Chiedono di essere riconosciute per ciò che sono: settori produttivi essenziali, parte della sicurezza alimentare europea e componente viva delle economie costiere. Nella nuova competizione per lo spazio marittimo, questo riconoscimento non è un dettaglio. È una condizione per evitare che il mare del futuro venga pianificato senza chi lo abita e lo lavora ogni giorno.
