
I ricercatori della Scripps Institution of Oceanography della University of California di San Diego hanno condotto uno studio che ha permesso di trovare la presenza di inquinanti organici persistenti con livellli fino a 36 volte più elevati nel tessuto muscolare di tonno pinna gialla pescato nelle zone più industrializzate dell’Oceano Pacifico nord-orientale e dell’Oceano Atlantico nord-orientale che in quello catturato nelle acque incontaminate dell’Oceano Pacifico Occidentale.
Gli inquinanti organici persistenti (Persitant Organic Pollutants – POP) includono pesticidi, ritardanti di fiamma e bifenili policlorurati (PCB), composti usati come refrigeranti nelle apparecchiature e componenti elettrici prima che venissero banditi negli Stati Uniti nel 1979. Nonostante il loro impiego limitato o addirittura eliminato, questi inquinanti rimangono nell’ambiente per anni e si accumulano in organismi, compresi pesci ed esseri umani.
I POP uccidono uccelli, pesci e colpiscono il sistema immunitario dell’uomo. Si tratta di sostanze che possono avere un impatto devastante sulla salute e sull’ambiente e causare problemi al sistema riproduttivo e immunitario, squilibri nel sistema nervoso e ormonale, irregolarità di sviluppo o malattie letali come i tumori.
La maggior parte dei 117 tonni catturati in tutto il mondo e analizzati nello studio, sarebbero considerati sicuri sotto le direttive di consumo corrente, hanno detto i ricercatori. Tuttavia, hanno osservato che il 90 per cento del tonno catturato nell’Oceano Atlantico nord-orientale e più del 60 per cento di quello catturato nel Golfo del Messico contenevano livelli di inquinanti che avrebbero innescato problemi di salute per i consumatori regolari e per le persone a rischio, incluse le donne in gravidanza e soggetti con sistemi immunitari compromessi.
I ricercatori hanno anche trovato che un sottogruppo specifico di questi inquinanti, conosciuto come Compound Inhibiting Transporter (TIC) era presente in tutto il tonno ma con livelli più alti in quello pescato nei siti più contaminati.
“Un importante argomento sollevato dallo studio è come guidare la scienza e la politica sui possibili rischi associati a questi prodotti chimici che finiscono nelle nostre fonti di cibo”, ha detto il ricercatore Sascha Nicklisch, che ha condotto lo studio pubblicato dall’Istituto Nazionale di Scienze della Salute Ambientale sulla rivista Environmental Health Perspectives.
I ricercatori precedentemente avevano trovato una correlazione tra la quantità di inquinanti e la percentuale di grassi corporei del pesce, in quanto gli inquinanti si accumulano nei lipidi. In questo studio, però, il team di Nicklisch ha scoperto che il livello di inquinanti è stato spesso più strettamente correlato con la zona in cui i pesci sono stati catturati piuttosto che alla quantità di grasso corporeo.
Mentre i ricercatori non hanno potuto stabilire una relazione chiara, i loro dati dimostrano che il contenuto di grassi in sé non è sempre un predittivo sufficiente del carico globale di inquinamento dei pesci. Lo studio suggerisce che la zona di cattura deve essere utilizzata per guidare le scelte dei consumatori e contribuire a ridurre l’esposizione umana non intenzionale a tali inquinanti.