La pesca dei calamari in Argentina sta diventando un caso sempre più delicato di controllo industriale e geopolitico delle risorse marine. Secondo un rapporto di Milko Schvartzman, coordinatore delle politiche oceaniche dell’ONG argentina Círculo de Políticas Ambientales, le società riconducibili a capitali cinesi controllerebbero oggi il 63,1% della flotta argentina autorizzata alla pesca dei cefalopodi, mentre il capitale argentino deterrebbe solo il 17,9%.
Il dato è significativo perché non riguarda soltanto i pescherecci stranieri che operano al limite della Zona economica esclusiva argentina, fenomeno già noto nel Sud Atlantico. In questo caso il punto è più complesso: si parla di navi battenti bandiera argentina, con permessi argentini e accesso legale alle acque nazionali, ma riconducibili, secondo l’analisi, a gruppi esteri.
Il rapporto, intitolato La Cina e il controllo della pesca nella zona economica esclusiva argentina, prende in esame le 84 imbarcazioni dotate di permessi per la pesca dei cefalopodi nella ZEE argentina. Attraverso l’analisi di permessi di pesca, registri societari, norme doganali e tracciamenti satellitari, Schvartzman ricostruisce un processo iniziato negli ultimi vent’anni: l’ingresso progressivo del capitale cinese nella filiera attraverso acquisizioni, società locali, filiali e cambi di bandiera.
Il tema centrale non è la presenza di investimenti stranieri in sé, ma la trasparenza del controllo effettivo. Secondo il rapporto, alcune realtà oggi autorizzate a operare nel sistema argentino sarebbero collegate a gruppi già associati, in passato, ad attività di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata. La preoccupazione è che soggetti un tempo presenti fuori dal perimetro legale siano riusciti, nel tempo, a entrare nel sistema nazionale attraverso strutture societarie più difficili da ricostruire.
È qui che la vicenda supera il piano ambientale e diventa una questione di governance. Se una flotta è formalmente nazionale ma sostanzialmente controllata da capitali esteri, non basta più chiedersi quante tonnellate vengano pescate. Occorre capire chi governa la risorsa, chi decide le strategie commerciali, chi trattiene il valore economico e quanto lo Stato sia realmente in grado di esercitare il proprio controllo.
Il rapporto descrive anche un possibile doppio livello operativo. Alcuni gruppi utilizzerebbero navi con licenza argentina dentro la ZEE e, allo stesso tempo, flotte d’altura attive fuori dalle acque nazionali, sfruttando gli stessi stock di calamari. In questo schema, il confine delle 200 miglia resta giuridicamente rilevante, ma rischia di essere aggirato dal punto di vista industriale: dentro e fuori la zona economica esclusiva possono operare reti economiche riconducibili agli stessi interessi.
Un altro elemento riguarda la concorrenza. Secondo Schvartzman, la normativa cinese considera il pescato ottenuto all’estero da imprese cinesi come prodotto nazionale al momento del rientro in Cina. Questo consentirebbe l’esenzione da dazi doganali e IVA. Le aziende argentine che esportano in Cina, invece, sarebbero soggette a dazi del 12% e a un’IVA del 9%. La differenza produrrebbe un vantaggio competitivo del 21% per le imprese controllate da capitali cinesi.
In una filiera ad alta intensità di capitale, quel margine può modificare gli equilibri del mercato. Nel 2025, secondo i dati riportati nel rapporto, l’Argentina avrebbe esportato 193.385 tonnellate di calamari per un valore di 550 milioni di dollari, con la Cina destinataria del 61% delle esportazioni. Applicando il vantaggio fiscale alla quota controllata da imprese cinesi, il beneficio annuo stimato arriverebbe a circa 45,3 milioni di dollari.
Secondo l’analisi, questa disponibilità finanziaria non inciderebbe solo sul prezzo finale del prodotto, ma anche sulla capacità di acquisire ulteriori navi e società. Il rischio indicato è chiaro: il vantaggio competitivo potrebbe accelerare la concentrazione della flotta, riducendo ulteriormente lo spazio degli operatori argentini indipendenti.
La questione tocca anche la tracciabilità. Il rapporto parla di “biowashing” per descrivere la possibile commistione tra calamari pescati legalmente nella ZEE argentina e prodotto proveniente da aree non regolamentate o da catture non pienamente tracciabili. Una volta arrivati negli impianti di lavorazione, calamari di origine diversa possono essere trasformati insieme e reimmessi sui mercati internazionali con indicazioni insufficienti a ricostruirne il percorso reale.
Per buyer, distributori e industrie europee il tema non è marginale. La filiera del calamaro è globale e passa spesso da piattaforme di trasformazione estere prima di arrivare sui mercati finali. Se la tracciabilità si interrompe nella fase di lavorazione, diventa difficile distinguere il prodotto pescato secondo regole nazionali da quello proveniente da circuiti meno controllati.
Nel rapporto compare anche il tema delle condizioni di lavoro a bordo. Schvartzman richiama episodi che avrebbero evidenziato criticità nella gestione degli equipaggi e nel comando effettivo di alcune navi. In alcuni casi, secondo la ricostruzione, imbarcazioni battenti bandiera argentina sarebbero state di fatto condotte da ufficiali cinesi, pur risultando formalmente inquadrate secondo registrazioni diverse. Anche questo aspetto conferma quanto il controllo reale della flotta sia il nodo decisivo.
Le misure indicate dal rapporto vanno in una direzione precisa: maggiore trasparenza sui beneficiari finali delle società titolari di permessi, controlli più severi sui richiedenti, osservatori obbligatori a bordo, certificati digitali di cattura, registri pubblici della flotta e strumenti regionali di governance per le acque internazionali.
Il caso argentino mostra quanto la pesca contemporanea non possa più essere letta solo attraverso la quantità di prodotto sbarcato o lo stato biologico degli stock. Oggi contano anche la proprietà delle navi, la fiscalità applicata, la filiera di trasformazione, la tracciabilità e la capacità degli Stati di controllare le proprie risorse.
Per il settore ittico internazionale è un segnale forte. Una pesca formalmente autorizzata può comunque diventare parte di un sistema opaco se mancano trasparenza proprietaria, regole concorrenziali equilibrate e controlli efficaci lungo tutta la catena. Nel mercato globale del calamaro, la sostenibilità non si misura più soltanto in mare. Si misura anche nella possibilità di sapere chi pesca, chi controlla, chi trasforma e chi beneficia davvero del valore generato.
