Controllo pesca UE: la filiera chiede correzioni urgenti

Europêche, Seafood Europe, Copa-Cogeca ed EAPO sollecitano la Commissione europea: alcune regole e il sistema CATCH stanno generando oneri e criticità operative che rischiano sanzioni involontarie, rischi per la sicurezza e freni alla competitività

controllo pesca UE CATCH

L’attuazione del nuovo quadro europeo sul controllo della pesca sta diventando un terreno di confronto sempre più acceso tra istituzioni e operatori. Le organizzazioni europee della filiera – dalla pesca rappresentata da Europêche, alla trasformazione e al commercio con Seafood Europe, passando per Copa-Cogeca e EAPO – chiedono alla Commissione europea un intervento rapido per correggere e ricalibrare alcune disposizioni che, nella pratica quotidiana, si stanno rivelando difficili da rispettare e potenzialmente controproducenti.

Il punto non è mettere in discussione l’obiettivo dei controlli – contrasto all’illegalità, tracciabilità e concorrenza leale – ma evitare che l’applicazione di obblighi “a prova di carta” produca un paradosso: più adempimenti, più errori involontari e più contenziosi, senza un reale salto di qualità nell’efficacia dei controlli. Il regolamento rivisto è entrato in vigore nel 2024 e prevede un percorso di implementazione progressivo, con nuovi tasselli che scattano nel tempo. Proprio questa progressività, secondo la filiera, sta facendo emergere effetti collaterali che vanno gestiti con urgenza.

Quando la norma si scontra con il mare

Tra i nodi più sensibili ci sono gli obblighi legati alla registrazione delle catture e ai margini di tolleranza. Il settore sostiene che alcune previsioni, se applicate con rigidità, rischiano di trasformare la normale variabilità delle operazioni in mare in non conformità formali. Il problema si amplifica nella pesca mista, quando a bordo si gestiscono molte specie in quantità ridotte, e sulle imbarcazioni più piccole, dove l’attenzione del comandante deve restare prioritaria su navigazione e sicurezza.

In questo contesto, l’obbligo di registrare le catture a partire da zero chilogrammi e l’interpretazione rigorosa dei margini di tolleranza vengono descritti come elementi che, in condizioni reali, possono diventare tecnicamente impraticabili. Il rischio, per gli operatori, è doppio: da un lato aumentano i compiti amministrativi in fasi operative delicate; dall’altro crescono le probabilità di violazioni involontarie, con conseguenze sanzionatorie rilevanti.

CATCH: l’impatto sulla catena di approvvigionamento

Sul fronte import-export, la transizione passa anche dal sistema CATCH (spesso indicato dagli operatori come CATCH IT), la piattaforma digitale legata ai certificati di cattura nell’ambito delle misure contro la pesca illegale. Secondo la filiera, proprio qui si stanno concentrando criticità tecniche e operative che possono tradursi in tempi più lunghi, duplicazioni di passaggi e aumento dei costi.

Gli operatori segnalano un impatto immediato sulla gestione documentale: quando una piattaforma non è pienamente stabile o non dialoga in modo fluido con processi doganali e logistici, il risultato è un rischio concreto di colli di bottiglia. Questo pesa soprattutto sulle aziende che lavorano con programmazione, finestre logistiche strette e prodotti per i quali la certezza dei tempi incide direttamente su qualità e valore commerciale.

Un secondo punto riguarda la chiarezza delle responsabilità: chi compila cosa, con quali tempi, e con quale ripartizione degli obblighi tra operatori e autorità coinvolte. Se questi passaggi non sono definiti in modo univoco, anche le imprese che intendono conformarsi correttamente possono trovarsi esposte a errori “procedurali” e a incertezza giuridica.

Che cosa chiede la filiera a Bruxelles

Le organizzazioni propongono correzioni mirate con un obiettivo dichiarato: rendere le norme applicabili e credibili, senza arretrare sul principio del controllo.

Un punto centrale è introdurre una soglia di ragionevolezza per le deviazioni di stima: la filiera chiede che differenze inferiori a 100 kg non vengano automaticamente trattate come non conformità e, soprattutto, che non possano essere qualificate come violazioni gravi. La richiesta nasce dalla convinzione che scostamenti minimi, in determinati contesti operativi, non possano essere assimilati a condotte fraudolente o a tentativi di elusione delle regole.

Sul sistema CATCH, la filiera chiede di rinviare la piena implementazione a gennaio 2027, prevedendo nel frattempo una coesistenza tra procedure attuali e digitali. L’idea è ridurre il rischio di blocchi lungo la catena di approvvigionamento e dare tempo a tutti gli attori coinvolti – compresi quelli esterni all’UE – di adattarsi senza effetti distorsivi.

Infine, viene proposta una tempistica più ampia per gli obblighi di tracciabilità digitale dopo la prima vendita, con uno slittamento fino a gennaio 2029. Per molte imprese, soprattutto piccole e medie, questa fase richiede adeguamenti organizzativi e informatici che non possono essere affrontati con scadenze troppo ravvicinate, senza rischiare impatti su efficienza e competitività.

Una partita che riguarda anche il mercato

Dietro un dibattito apparentemente tecnico, c’è un tema industriale molto concreto: la capacità dell’UE di mantenere controlli rigorosi senza appesantire in modo eccessivo produzione e flussi commerciali. Se l’effetto finale è un aumento dei costi, ritardi e incertezza, il rischio è una perdita di competitività proprio in un comparto che già convive con pressione sui margini, volatilità dei mercati e crescente complessità regolatoria.

Le organizzazioni della filiera ribadiscono la disponibilità a collaborare con Commissione, Stati membri e Parlamento europeo per arrivare a un’implementazione equilibrata. Il messaggio è pragmatico: controlli sì, ma proporzionati, sostenibili e davvero applicabili a bordo e lungo l’intera catena del valore.

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