La sostenibilità sociale entra nella pesca: diritti, sicurezza e nuove regole di mercato

Dopo l’ambiente, la filiera ittica è chiamata a dimostrare come tutela le persone a bordo: gli standard sociali diventano uno strumento strategico per armatori, imprese e buyer

sostenibilità sociale nella filiera ittica

Per anni, nel settore ittico, parlare di sostenibilità ha significato quasi esclusivamente parlare di ambiente. Stock ittici, metodi di pesca, impatto sugli ecosistemi marini. Un percorso necessario, che ha portato alla diffusione di certificazioni ambientali oggi ampiamente riconosciute dal mercato. Ma quel modello, da solo, non è più sufficiente.

Negli ultimi anni, accanto alla tutela del mare, si è fatta strada una domanda più diretta e meno eludibile: in che condizioni lavorano le persone imbarcate sulle navi da pesca? Sicurezza, diritti, salute, contratti, vita a bordo. La sostenibilità, per essere credibile, non può fermarsi alla risorsa naturale se ignora chi quella risorsa la intercetta ogni giorno.

È da questa consapevolezza che stanno emergendo, con crescente forza, gli standard di sostenibilità sociale applicati alla pesca. Un’evoluzione che non nasce da un cambio di sensibilità astratto, ma da una pressione concreta esercitata dal mercato, dai media e dagli attori della filiera.

Le inchieste giornalistiche internazionali degli ultimi dieci anni, in particolare su alcune aree dell’Asia, hanno mostrato come gli abusi sul lavoro in mare abbiano un impatto reputazionale immediato e difficilmente gestibile. A differenza delle questioni ambientali, spesso complesse e tecniche, le violazioni dei diritti umani sono facilmente comprensibili e generano reazioni emotive rapide. Per marchi, trasformatori e distributori, il rischio sociale è diventato, in molti casi, persino più sensibile di quello ambientale.

In questo contesto si inseriscono standard come il FISH Standard for Crew, una certificazione sociale globale che valuta le condizioni di lavoro degli equipaggi secondo quattro principi fondamentali: equità, integrità, sicurezza e salute. Non si tratta di una dichiarazione di intenti, ma di un sistema strutturato che prevede decine di criteri e oltre cento indicatori, verificati attraverso audit indipendenti.

Retribuzione equa, contratti di lavoro, assistenza sanitaria, protezione dei lavoratori migranti, alloggi a bordo, formazione sulla sicurezza, meccanismi di reclamo. Sono elementi concreti, spesso dati per scontati a terra, ma che in mare assumono una complessità maggiore. Non a caso, anche flotte considerate performanti individuano criticità e margini di miglioramento durante il percorso di certificazione.

Un aspetto rilevante di questi standard è che non sono pensati per il consumatore finale. Non compaiono sulle confezioni e non promettono premi di prezzo immediati. Il loro valore si misura piuttosto nella relazione tra armatori, industrie, brand e retailer. Ottenere una certificazione sociale significa dimostrare, in modo verificabile, di aver affrontato il tema delle condizioni di lavoro, riducendo il rischio di non conformità lungo la catena di approvvigionamento.

Accanto a iniziative di respiro globale, esistono anche esempi sviluppati all’interno di specifiche filiere. Nel settore del tonno, ad esempio, il marchio Tonno Pescato Responsabilmente ha affiancato alla sostenibilità ambientale un sistema di requisiti sociali allineati alle convenzioni internazionali sul lavoro marittimo. In questo caso, la certificazione ha avuto anche un effetto organizzativo interno, contribuendo a standardizzare le pratiche di assunzione e a rendere più strutturata la gestione delle condizioni di lavoro a bordo, con benefici evidenti anche per le realtà più piccole.

Il parallelo con le certificazioni ambientali è inevitabile. In origine, strumenti come quelli legati alla sostenibilità degli stock ittici erano un elemento distintivo. Oggi, in molte aree del mondo, rappresentano una soglia minima per accedere a determinati mercati. Lo stesso percorso sembra delinearsi per le certificazioni sociali.

Se inizialmente percepite come un “di più”, stanno progressivamente assumendo il ruolo di strumenti di due diligence sui diritti umani, richiesti da marchi e retailer per tutelare la propria filiera. Nel medio-lungo periodo, è plausibile che diventino un requisito atteso per gli armatori, soprattutto in un contesto globale sempre più attento alla responsabilità sociale d’impresa.

La sostenibilità completa, ambientale e sociale, non è quindi una somma di etichette, ma un cambiamento di approccio. Significa riconoscere che la credibilità della filiera ittica passa tanto dalla salute del mare quanto dalla dignità di chi lavora in mare. Un equilibrio che si costruisce con standard misurabili, processi verificabili e una visione industriale capace di guardare oltre l’emergenza reputazionale.

In questo scenario, le certificazioni sociali non rappresentano una moda né un esercizio di comunicazione. Sono piuttosto il segnale di una trasformazione strutturale che, come già accaduto per l’ambiente, sta ridisegnando le regole di accesso al mercato.

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