Con un documento di 236 pagine, la FAO restituisce una fotografia ampia e molto netta dello stato mondiale della pesca e dell’acquacoltura. Il rapporto The State of World Fisheries and Aquaculture 2026 non si limita ad aggiornare i numeri del comparto, ma indica una direzione politica, industriale e alimentare: il settore ittico è destinato a pesare sempre di più sulla sicurezza alimentare globale, ma la crescita non potrà essere affidata alla sola capacità produttiva. Serviranno gestione scientifica delle risorse, acquacoltura sostenibile, innovazione, filiere più efficienti e una distribuzione più equa dei benefici.
Il dato di partenza è imponente. Nel 2024 la produzione mondiale di pesca e acquacoltura ha raggiunto un nuovo massimo, pari a 235 milioni di tonnellate tra animali acquatici e alghe. Gli animali acquatici rappresentano 195 milioni di tonnellate, mentre le alghe arrivano a 40 milioni. Il valore alla prima vendita è stimato in 565 miliardi di dollari. Numeri che collocano il comparto ittico dentro una dimensione pienamente strategica: non una nicchia alimentare, non un settore accessorio, ma una componente sempre più rilevante dell’economia agroalimentare mondiale.
Il passaggio più significativo riguarda però l’acquacoltura. Nel 2024 la produzione acquicola mondiale ha raggiunto 142 milioni di tonnellate, di cui 103 milioni di tonnellate di animali acquatici e 39 milioni di tonnellate di alghe. Per la produzione di animali acquatici, l’acquacoltura rappresenta ormai il 53% del totale globale. È il dato che più di altri racconta il cambio di paradigma: la crescita futura dell’offerta ittica mondiale passerà in misura crescente dagli allevamenti, dalla loro capacità di innovare e dalla qualità dei modelli produttivi adottati.
Questo non significa ridimensionare il ruolo della pesca di cattura. Al contrario, la pesca resta essenziale per l’alimentazione, l’economia costiera e il lavoro di milioni di persone. Nel 2024 ha prodotto circa 92 milioni di tonnellate di animali acquatici, confermando una sostanziale stabilità che dura dalla fine degli anni Ottanta. È proprio questa stabilità, però, a indicare il limite strutturale del pescato selvatico: molte risorse hanno già raggiunto soglie biologiche ed ecologiche che non consentono di immaginare crescite indefinite. La questione non è pescare sempre di più, ma pescare meglio, con dati più solidi, controlli più efficaci, gestione precauzionale e capacità di tutelare la produttività degli stock nel lungo periodo.
Il rapporto FAO mantiene alta l’attenzione sullo stato delle risorse marine. La quota degli stock ittici valutati come biologicamente sostenibili è scesa al 62,4% nel 2023, rispetto al 64,5% del 2021. È un segnale che non può essere letto con leggerezza. Allo stesso tempo, quando il dato viene ponderato sui volumi sbarcati, il 72,6% degli sbarchi degli stock monitorati dalla FAO proviene da stock pescati in modo sostenibile. La distinzione è importante: alcune grandi risorse, più produttive e meglio monitorate, beneficiano di sistemi di gestione più strutturati; molte altre, soprattutto in contesti caratterizzati da forte pressione di pesca o minore capacità amministrativa, restano più vulnerabili.
Il quadro che emerge è quindi duplice. Da un lato il settore cresce, genera valore, lavoro e alimenti essenziali. Dall’altro, questa crescita è diseguale e non sempre accompagnata da strumenti di governance adeguati. La FAO parla esplicitamente di Blue Transformation, una trasformazione blu che poggia su tre pilastri: espansione sostenibile dell’acquacoltura, gestione efficace di tutte le attività di pesca e modernizzazione delle catene del valore. È qui che il rapporto assume un significato più ampio: il futuro dell’ittico non sarà determinato solo dai volumi prodotti, ma dalla capacità di rendere il sistema più resiliente, inclusivo e responsabile.
Il tema alimentare è centrale. La disponibilità media globale di alimenti acquatici ha raggiunto una stima di 21,3 kg pro capite nel 2024. Gli alimenti acquatici contribuiscono al 15% delle proteine animali disponibili a livello mondiale e forniscono almeno il 20% delle proteine animali a oltre il 40% della popolazione globale. Dietro questi numeri c’è un messaggio molto chiaro: pesce, molluschi, crostacei e altri alimenti acquatici non sono soltanto prodotti commerciali, ma strumenti concreti di nutrizione, salute pubblica e sicurezza alimentare.
La crescita, però, non è distribuita in modo uniforme. Alcune aree del mondo dispongono di consumi e infrastrutture avanzate, mentre altre restano indietro proprio dove il fabbisogno nutrizionale è più urgente. L’Africa, ad esempio, presenta la più bassa disponibilità pro capite di alimenti acquatici, pur dipendendo in modo rilevante da queste fonti proteiche. Questo squilibrio dice molto sulla sfida dei prossimi anni: aumentare la produzione non basta, se non si interviene anche su accessibilità, infrastrutture, catene del freddo, trasformazione, distribuzione e politiche alimentari.
Anche il commercio internazionale conferma il peso globale del comparto. Nel 2024 gli scambi di prodotti acquatici hanno raggiunto 186 miliardi di dollari, coinvolgendo circa 230 Paesi e territori. Circa il 36% della produzione mondiale di animali acquatici entra nel commercio internazionale. L’Europa resta uno snodo centrale, sia come area importatrice sia come mercato ad alto valore. Per Paesi come l’Italia, fortemente inseriti nelle filiere globali dell’approvvigionamento ittico, il dato ha una lettura immediata: la competitività non si gioca solo sul prodotto, ma sulla capacità di presidiare mercati, qualità, tracciabilità, sicurezza alimentare e continuità delle forniture.
È in questo punto che il rapporto FAO diventa particolarmente utile anche per leggere le prospettive della filiera italiana ed europea. Il mondo chiede più alimenti acquatici, ma chiede anche maggiore garanzia sull’origine, sulla sostenibilità, sulla sicurezza e sull’impatto dei processi produttivi. La trasformazione, il confezionamento, la logistica, la comunicazione al consumatore, la riduzione degli sprechi e la valorizzazione dei sottoprodotti diventano parti integranti della competitività. Non esiste più una separazione netta tra produzione primaria e mercato finale: il valore si costruisce lungo tutta la filiera.
Le proiezioni al 2034 rafforzano questa lettura. La FAO prevede che la produzione mondiale di animali acquatici possa raggiungere 214 milioni di tonnellate, con l’acquacoltura destinata ad arrivare a 119 milioni di tonnellate. La pesca di cattura dovrebbe attestarsi intorno a 95 milioni di tonnellate, soprattutto grazie a una migliore gestione e alla riduzione delle perdite. Il messaggio è prudente ma netto: il sistema può crescere, ma solo se l’aumento produttivo sarà accompagnato da efficienza, innovazione e governance.
Per la filiera ittica, il rapporto non è quindi soltanto una raccolta di dati. È una mappa delle priorità. L’acquacoltura deve crescere, ma senza replicare modelli intensivi privi di controllo ambientale. La pesca deve restare centrale, ma dentro regole più efficaci e fondate sulla scienza. Le filiere devono diventare più moderne, ma anche più inclusive. Il commercio deve continuare a garantire approvvigionamenti globali, ma con maggiore tracciabilità e sicurezza. Il consumo deve aumentare dove serve, ma con politiche capaci di rendere gli alimenti acquatici accessibili, riconoscibili e valorizzati.
Il punto di fondo è che l’ittico entra in una fase nuova. Non basta più raccontarlo come settore tradizionale, legato soltanto al mare, ai porti, agli allevamenti o alla trasformazione industriale. Pesca e acquacoltura sono ormai dentro le grandi questioni del nostro tempo: sicurezza alimentare, transizione ecologica, cambiamento climatico, salute, commercio internazionale, lavoro e innovazione. La FAO lo mette nero su bianco con un rapporto che, più che fotografare il presente, indica il perimetro della competizione futura.
Chi saprà leggere questa trasformazione con anticipo avrà un vantaggio. Chi continuerà a considerare il settore ittico come un comparto frammentato, periferico o soltanto emergenziale rischierà invece di restare indietro. La Blue Transformation non è uno slogan: è il terreno su cui nei prossimi anni si misureranno politiche pubbliche, investimenti privati, strategie industriali e capacità delle filiere di rispondere a una domanda globale sempre più complessa.
