Il marchio MSC torna al centro del dibattito internazionale sulla sostenibilità dei prodotti ittici. A sollevare il tema è il rapporto Beyond Certification: The shift to corporate due diligence accountability across the seafood supply chain, commissionato dalla coalizione Make Stewardship Count, che invita retailer e acquirenti a non considerare la certificazione MSC come garanzia sufficiente per sostenere, da sola, le dichiarazioni di sostenibilità rivolte al mercato.
Il documento non dichiara inutile la certificazione MSC, ma contesta l’idea che il marchio possa essere usato come garanzia sufficiente, da solo, nelle strategie di approvvigionamento e nei claim di sostenibilità. Il punto è più circoscritto: secondo Make Stewardship Count, l’industria ittica globale sta entrando in una fase in cui il ricorso al marchio MSC deve essere inserito dentro sistemi di due diligence più ampi, capaci di valutare rischi ambientali, sociali, normativi e reputazionali lungo l’intera catena di approvvigionamento.
L’autrice del rapporto, Kelly Roebuck, direttrice della campagna Living Oceans, sostiene che le certificazioni possano rappresentare una fonte di informazione, ma non l’unica base su cui costruire le strategie di approvvigionamento. La sua posizione è chiara: le aziende dovrebbero integrare il dato certificativo con altre verifiche, in modo da comprendere e affrontare eventuali impatti negativi, effettivi o potenziali, presenti nella propria filiera.
È questo il nodo che interessa più direttamente buyer, GDO, importatori e operatori della trasformazione. Il rapporto segnala che l’eccessiva dipendenza dal marchio MSC, quando viene usato come principale supporto ai claim di sostenibilità, può esporre le aziende a rischi crescenti. Tra questi vengono richiamate le normative anti-greenwashing, le leggi contro la schiavitù moderna, gli obblighi di trasparenza sulla biodiversità e le nuove regole sulla responsabilità aziendale.
Secondo Roebuck, sarebbe sbagliato pensare che la responsabilità ricada interamente sul sistema di certificazione. Nel quadro della due diligence, afferma il rapporto, l’acquirente resta responsabile delle proprie scelte di approvvigionamento e deve essere in grado di dimostrare che i prodotti venduti non siano associati a impatti negativi non valutati o non gestiti.
Il documento cita inoltre casi diversi, dal contenzioso contro Carrefour sul tonno alla procedura relativa a Woolworths sul salmone, per sostenere che l’uso delle certificazioni come sostituto della due diligence sia già oggetto di contestazioni legali, reclami formali e pressioni reputazionali.
La coalizione concentra poi le proprie critiche direttamente su MSC. Cat Dorey, membro del comitato direttivo di Make Stewardship Count e consulente indipendente, sostiene che lo standard MSC continuerebbe a presentare limiti, eccezioni e definizioni considerate deboli. Secondo questa lettura, il marchio potrebbe comparire anche su prodotti provenienti da attività di pesca ritenute controverse sotto il profilo ambientale o collegate a criticità lungo la filiera.
Make Stewardship Count chiede quindi a MSC di smettere di presentare la propria certificazione come “gold standard” della gestione sostenibile della pesca e di chiarire con maggiore evidenza che il programma non sostituisce una due diligence completa. Il rapporto sottolinea inoltre che lo standard di catena di custodia MSC non dovrebbe essere considerato equivalente a un sistema pieno di tracciabilità.
Nella replica MSC delimita il proprio campo d’azione. L’organizzazione ricorda di essere un ente non profit che definisce standard ambientali e che la sua missione principale riguarda la pesca eccessiva e le minacce alla biodiversità oceanica. MSC precisa inoltre di non offrire garanzie sociali e di non associare al proprio marchio dichiarazioni relative alle condizioni di lavoro.
La risposta di MSC chiarisce un punto importante, ma lascia aperta la questione posta dal rapporto: quanto è evidente, per il mercato e per il consumatore finale, il perimetro reale di ciò che il bollino blu dichiara di coprire? Nel linguaggio commerciale, infatti, la parola sostenibilità viene spesso percepita come una promessa ampia, che può includere ambiente, lavoro, diritti umani, legalità, clima e tracciabilità. Se il marchio viene utilizzato come messaggio generale di sostenibilità, il rischio è che la percezione del consumatore vada oltre il campo effettivo dello standard.
Per questo il rapporto invita gli operatori a passare da un approccio fondato prevalentemente sul bollino MSC a un sistema basato sulla conoscenza diretta della filiera. La raccomandazione riguarda in particolare la tracciabilità digitale, la valutazione dei rischi per specie e aree di provenienza, l’analisi delle catene di fornitura più esposte e la definizione di piani d’azione verificabili nel tempo.
Il tema non è marginale. Per chi compra, vende o comunica prodotti ittici, il marchio MSC può continuare a essere uno strumento informativo, ma il rapporto contesta l’idea che possa bastare come sostituto di una due diligence completa. In un mercato sempre più esposto a verifiche, contestazioni e obblighi di trasparenza, la sostenibilità dichiarata deve poggiare su elementi documentabili e proporzionati.
Il caso sollevato da Make Stewardship Count non chiude il dibattito sul ruolo di MSC, ma segnala una direzione ormai evidente: le imprese che utilizzano il bollino blu nei propri claim dovranno prestare maggiore attenzione a ciò che comunicano, a ciò che possono dimostrare e ai limiti effettivi dello standard a cui fanno riferimento.
