Consumi ittici, in Italia il pesce tiene ma cambia il modo di consumarlo

Mentre la domanda europea arretra, il mercato italiano mostra una maggiore tenuta. Dietro la stabilità dei volumi, però, diminuisce la frequenza domestica e cresce la capacità delle famiglie di adattare specie, quantità e formati alla spesa disponibile

Consumi ittici in Italia

Consumi ittici in Italia

Il consumo ittico italiano mostra una tenuta maggiore rispetto a diversi grandi mercati europei, ma le abitudini stanno cambiando. Tra il 2016 e il 2024 è diminuita la frequenza del consumo settimanale a casa, mentre sono cresciute le occasioni più sporadiche. Di fronte all’aumento dei prezzi, inoltre, le famiglie hanno reagito soprattutto modificando le proprie scelte all’interno del comparto ittico – specie, quantità e formati – senza una marcata sostituzione con altre proteine animali.

In Europa si consuma meno pesce rispetto a dieci anni fa. In Italia, invece, la questione è più complessa: i volumi mostrano una relativa tenuta, ma cambia il modo in cui il prodotto entra nella dieta e nella spesa delle famiglie.

È uno degli elementi più significativi del nuovo studio EUMOFA Consumption of Fishery and Aquaculture Products in the EU, pubblicato a luglio 2026 dalla Commissione europea e accompagnato da approfondimenti dedicati a sei Stati membri.

Il quadro generale è netto. Nell’Unione europea il consumo apparente di prodotti della pesca e dell’acquacoltura è passato da 12,94 milioni di tonnellate nel 2014 a 10,25 milioni nel 2023. Nello stesso periodo il dato pro capite è sceso da 25,5 a 22,9 chilogrammi, minimo del decennio. Lo studio rileva però traiettorie differenti tra i Paesi e colloca l’Italia tra quelli in cui il consumo ha mostrato una maggiore capacità di tenuta. Lo studio EUMOFA sul consumo dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura nell’UE analizza infatti non soltanto quanto pesce viene consumato, ma anche come stanno cambiando comportamento, preferenze e risposta ai prezzi.

In Italia diminuisce la routine, non l’interesse per il pesce

Il consumo apparente italiano si è stabilizzato negli ultimi anni attorno a 1,7-1,8 milioni di tonnellate in equivalente peso vivo, dopo il calo registrato nel 2020 con la chiusura del canale Horeca. EUMOFA descrive questa dinamica come più resiliente rispetto a quella osservata in diversi altri mercati europei.

Il dato, però, non va confuso con ciò che le famiglie portano materialmente a casa. Il consumo apparente misura la disponibilità teorica di prodotto sul mercato attraverso produzione, importazioni ed esportazioni; gli acquisti domestici restituiscono invece una fotografia più vicina al comportamento del consumatore.

Ed è proprio qui che emerge il cambiamento.

Tra il 2018 e il 2024 il consumo domestico italiano di prodotti della pesca e dell’acquacoltura è rimasto complessivamente vicino alle 570 mila tonnellate, ma la spesa ha mostrato oscillazioni molto più marcate, soprattutto negli anni dell’inflazione.

Contemporaneamente si è modificata la frequenza. Secondo l’Eurobarometro analizzato da EUMOFA, tra il 2016 e il 2024 la quota legata al consumo settimanale di prodotti ittici a casa è diminuita di 8,6 punti percentuali. Sono invece aumentate le fasce di consumatori che dichiarano di mangiarli almeno una volta al mese o soltanto alcune volte durante l’anno.

La differenza è sostanziale: il pesce non scompare necessariamente dalla dieta, ma tende a perdere regolarità nella routine domestica.

Il prezzo modifica la scelta prima di espellere il pesce dal carrello

L’inflazione ha accentuato questa trasformazione.

Le famiglie più sensibili al prezzo hanno reagito riducendo la spesa pro capite, scegliendo referenze meno costose o intervenendo sulle quantità. Secondo l’analisi EUMOFA, però, in Italia l’aggiustamento si è verificato soprattutto all’interno della categoria ittica.

In altre parole, il consumatore può sostituire una specie con un’altra, scegliere una diversa pezzatura o cambiare tipologia di prodotto senza passare automaticamente alla carne o ad altre fonti proteiche.

È probabilmente uno degli indicatori più importanti per gli operatori: la sensibilità al prezzo non coincide necessariamente con una perdita di domanda per l’intero comparto, ma può redistribuirla tra referenze e segmenti.

Il prezzo, peraltro, non decide da solo. Per il consumatore italiano il criterio di acquisto più importante continua a essere l’aspetto del prodotto, inteso soprattutto come freschezza e presentazione. Nel 2024 il costo è diventato il secondo criterio, superando l’origine, che rimane comunque rilevante per il 45,4% degli intervistati. Facilità e tempi di preparazione sono indicati dal 30%.

Il prodotto cambia per adattarsi a una vita diversa

Se la frequenza domestica diminuisce, una parte della risposta arriva dal formato.

Il fresco continua a occupare una posizione centrale nel mercato italiano, ma aumentano prodotti che richiedono meno tempo, meno manipolazione e riducono gli scarti.

Tra il 2018 e il 2023 il consumo domestico pro capite di prodotti ittici congelati è cresciuto del 10,3%. Gli operatori intervistati da EUMOFA segnalano contemporaneamente una maggiore diffusione di referenze fresche già preparate e porzionate.

La convenienza, in questo caso, non coincide soltanto con il prezzo. Significa anche facilità di preparazione, porzione adeguata, riduzione dello spreco e prevedibilità del risultato.

È una dinamica che favorisce specie capaci di adattarsi a numerosi utilizzi e formati. Salmone e tonno, ad esempio, beneficiano della possibilità di essere commercializzati freschi, affumicati, conservati o inseriti in prodotti preparati. EUMOFA associa inoltre parte della loro diffusione alla crescita del sushi e del consumo fuori casa.

Il fenomeno trova riscontro anche nelle più recenti analisi sul retail ittico italiano e sull’evoluzione dei formati confezionati, dove praticità e modalità di presentazione stanno assumendo un peso crescente accanto al valore della materia prima.

Questo non significa che le specie tradizionali siano destinate a perdere terreno. Il rapporto rileva, ad esempio, una crescita dei volumi consumati di cozze e vongole, rispettivamente del 6% e del 9% nell’arco del decennio, sostenuta anche dalla loro integrazione nella cultura gastronomica italiana.

La partita si gioca sulla frequenza di consumo

Per la filiera il punto più rilevante non è quindi soltanto quanto pesce viene venduto oggi, ma quanto facilmente continuerà a entrare nella vita quotidiana del consumatore.

Il mercato italiano conserva una familiarità con i prodotti ittici che contribuisce a proteggerne la domanda, ma la riduzione della frequenza domestica segnala un elemento da non sottovalutare. Ogni acquisto reso più difficile dal prezzo, dai tempi di preparazione o dalla scarsa familiarità con il prodotto può trasformarsi in un’occasione di consumo persa.

Al contrario, lavorare su porzioni, preparazione, servizio, informazioni chiare e valorizzazione dell’origine può ampliare le occasioni d’uso senza necessariamente concentrare il mercato sulle solite poche specie.

È questo, più della semplice stabilità dei volumi, il messaggio che emerge dal caso italiano: il consumatore non sta abbandonando il pesce, ma sta diventando più selettivo sulle condizioni alle quali comprarlo e consumarlo.

Per gli operatori significa che la prossima competizione non si giocherà soltanto sulla quota di mercato. Si giocherà sulla capacità di mantenere il pesce abbastanza accessibile, semplice e riconoscibile da continuare a far parte della quotidianità.

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