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Controllo e lotta alla pesca illegale. Intervista a Daniela Mainenti

Redazione by Redazione
16 Ottobre 2018
in Pesca
Daniela Mainenti - controlli del settore ittico e lotta alla pesca illegale

Daniela Mainenti - controlli del settore ittico e lotta alla pesca illegale

Pesca colma di regole dal mare ai mercati poiché il settore è uno dei più ricchi di leggi e regolamenti.

La politica nazionale sulla pesca è fortemente condizionata dalla competenza in materia da parte dell’Unione europea con la Politica comune della pesca (PCP) introdotta, per la prima volta, negli anni ’70 e aggiornata più volte. L’ultimo aggiornamento è entrato in vigore il 1º gennaio 2014, per il nuovo periodo di programmazione finanziaria 2014-2020.

Di controlli e pesca illegale, abbiamo parlato con Daniela Mainenti, docente di diritto processuale penale (Link Campus University) che meno di un mese fa è stata ascoltata come esperta, per parlare del regolamento sul controllo e lotta alla pesca illegale dalla DGMARE a Bruxelles.

Da dove parte il sistema del controllo?
Il sistema del controllo UE sulle attività di pesca nasce nei primi anni 80 con il regolamento CE n. 2057/82, del 29 giugno 1982, con cui vennero istituite alcune misure di controllo sulle attività esercitate dai pescherecci degli Stati membri.

Seguirono numerosi interventi, susseguitisi nel tempo, che si sono integrati con il regolamento di base, ossia la riforma della PCP, (Politica Comune delle Pesca) sancita dal regolamento (UE) n. 1380/2013 volta a promuovere un approccio sostenibile, ecosistemico e precauzionale alla gestione della pesca e a garantire la coerenza tra le sue dimensioni interna e esterna.

Secondo la riforma della PCP e l’adesione agli accordi internazionali, tra cui il piano d’azione internazionale della FAO per prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IPOA- IUU), l’UE dovrebbe essere in grado di sorvegliare la propria flotta ovunque essa operi e a prescindere dal quadro in cui si svolgono le sue attività.

A distanza di anni quale lo scenario?

Per affrontare adeguatamente gli obiettivi della nuova PCP e assicurare la coerenza con il regolamento sul controllo si rende però necessario rivedere decisamente il regolamento vigente. Purtroppo i regolamenti non sono stati attuati in modo coerente, visto i differenti approcci tra gli Stati Membri.

Infatti i diversi modi di applicazione della normativa Eurounitaria in materia di sanzioni, all’ interno di ciascuno Stato, hanno causato un forte pregiudizio per l’uniformità delle condizioni operative nel mercato interno EU, fornendo, semmai, un incoraggiamento ad attuare abusi della stessa negli Stati membri che non prevedono sanzioni penali per tali reati e, in alcuni casi, paradossalmente, anche un pericoloso incentivo alla violazione della norma.

Se da un lato, quindi, il legislatore comunitario ha previsto che ciascuno Stato Membro debba recepire la normativa, implementandola all’interno del proprio ordinamento, dall’altro non vi è stata una risposta unanime e completa da parte degli Stati stessi. La mancanza di uniformità nella lotta alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, si è, pertanto, tradotta nel fallimento della politica di armonizzazione sul settore.

Quale è la valutazione dell’impatto delle scelte del legislatore nazionale e della conseguente azione amministrativa?

In Italia , per tali ragioni, sebbene fortemente contrastata in sede di elaborazione, e approvata senza tener conto dei rilievi critici, la riforma europea del sistema di controllo delle attività di pesca continua a rappresentare uno dei principali motivi di malessere per gli operatori del comparto, a causa della estrema complessità degli adempimenti e della sua sostanziale difficoltà applicativa nella specifica realtà della pesca italiana, che rischia di aggravare gli effetti della già pesantissima crisi produttiva, economica ed ambientale che investe la filiera ittica del nostro Paese.

Di conseguenza si sono posti serissimi problemi sia in termini di adeguatezza e di proporzionalità che di rispetto del principio di uguaglianza tra i cittadini.

Quale il livello della performance normativa in termini di efficacia ed efficienza?

Lo scenario attuale è  sconfortante e mostra con chiarezza la necessità di un approccio diverso, basato sui principi della semplificazione, adeguamento del processo decisionale al trattato di Lisbona, rafforzamento dell’approccio a lungo termine in materia di conservazione e gestione delle risorse (inclusa la ricerca di una soluzione al problema dei rigetti), regionalizzazione, più̀ ampio coinvolgimento delle parti interessate e maggiore responsabilizzazione del settore (ossia promozione di una cultura del rispetto delle norme).

Allo stesso tempo  è necessario ed improcrastinabile individuare e proporre adeguati rimedi in ambito nazionale, quanto tentare di invertire una pericolosa e inaccettabile tendenza negativa che in pochi anni ha portato il livello delle catture della flotta italiana da 288 mila a 190mila tonnellate, con una perdita annuale media di 50 milioni di euro – pari, quindi, a circa 500 milioni di euro di perdite per il settore in dieci anni -, fattore che ha certamente contribuito a determinare una costante contrazione della consistenza della flotta, pari ad oltre il 20% in tutte le sue componenti.

Dati drammaticamente indicativi del corrispondente incremento del prodotto estero importato destinato al consumo nazionale a danno della pesca artigianale e della perdita del diritto per una alimentazione sostenibile e all’accesso alla materia prima locale.

Di conseguenza l’attenzione crescente a livello globale sui fenomeni criminali internazionali aventi ad oggetto l’ambiente e le sue risorse.

Sono proprio queste ultime, spesso trasformate in risorse economiche e, purtroppo, infelicemente regolamentate, che, divenute obiettivo di soggetti e soprattutto d’ interessi criminali. finiscono col depauperare l’ambiente naturale. Questo processo è stato sottoposto, nel corso degli ultimi decenni, all’azione fagocitante – sia di importanti multinazionali che – di organizzazioni criminali.

La pesca illegale, dunque, da attività marginale per pochi soggetti rischia di diventare attività prevalente e foriera di interessi economici cospicui.

Quali i pericoli principali della pesca illegale?

Si tratta di un’attività che viola le regole del mercato, determina gravi violazioni della libera concorrenza, pericoli per la salute dei consumatori e per gli equilibri ecologici marini internazionali. In alcuni casi, questa attività, soprattutto nell’area del Mediterraneo, e in particolare in Italia, può essere associata ad attività tipicamente criminali che finiscono col rafforzare il potere economico dei clan mafiosi, arrivando ad estendersi lungo l’intera filiera ittica e comprendendo, ad esempio, le attività di commercializzazione del pesce, i mercati ittici e della nutrizione umana ed animale.

Tali attività criminali operano nelle acque costiere, come in alto mare, nel Mediterraneo come negli oceani e nei grandi fiumi e contribuiscono ad impoverire le riserve ittiche e a compromettere le misure per la tutela e il recupero delle risorse ecologiche, aggredendo spesso anche le aree protette e le cosiddette nursery. Sono pratiche che non rispettano le norme di sicurezza e igiene previste dalla relativa normativa nazionale che portano sui nostri piatti un prodotto dannoso e insalubre.

Spesso, infatti, società collegate con organizzazioni criminali operano sotto forma di società di export nei paesi frontalieri mediterranei controllando il flusso del prodotto di contrabbando proveniente dall’Africa e dai bacini oceanici.

Quali le dimensioni del fenomeno?

 Per comprendere la globalità del problema, bisogna considerare il forte peso degli scambi internazionali di prodotto ittico. Considerando solo l’Italia, secondo i dati ISTAT, nel 2016 l’import ha superato 1 milione e mezzo di tonnellate di prodotto, con una crescita del 3% sul 2015, corrispondente a quasi 7 miliardi di euro. A livello europeo, invece, sono quasi 7 milioni le tonnellate importate nel solo 2015. Ciò determina importanti danni alla nostra economia, al patrimonio ittico e, più in generale, all’ambiente marino.

Il numero più alto di infrazioni penali è stato riscontrato proprio tra i prodotti ittici: pesci, crostacei, novellame, molluschi e datteri i prodotti nel mirino della criminalità del commercio ittico.

 Quali i consigli?

Mai comprare pesce da ambulanti per strada o in pseudo mercati ittici a cielo aperto senza indicazioni chiare nelle etichette. Così come è opportuno verificare la zona FAO nelle etichette in pescheria e preferire il pesce delle aree 37.1 e 37.2 che corrispondono al nostro Mediterraneo. Chiedere informazioni sul tipo di attrezzo usato e il metodo di congelamento dei gamberi e gamberoni sarebbe poi il massimo.

E i rimedi?

Trattandosi  di una necessità legata ai molti tentativi di sfruttamento della risorsa ittica, mediterranea e non solo, da parte di pescherecci in alcuni casi legati, in modo diretto e indiretto, alla criminalità organizzata, non servono molte norme penalizzanti per l’attività peschiera in generale basterebbe ipotizzare la configurazione a pieno titolo  della pesca illegale come reato ambientale per il quale, data la serietà dei rimedi previsti e delle possibilità di indagine, soprattutto nei segmenti della commercializzazione per l’industria di trasformazione, della commercializzazione al dettaglio e di quella verso la ristorazione, gli strumenti di contrasto sarebbero di gran lunga più efficaci e, di sicuro, maggiormente dissuasivi.

Tags: Daniela Mainentipescapesca illegale
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