C’è un numero che vale la pena fissare bene: 3,4 miliardi di euro. È il giro d’affari generato tra giugno 2024 e giugno 2025 dai prodotti alimentari che in etichetta richiamano valori come tradizione, artigianalità e controllo della filiera. Un paniere di 6.685 referenze cresciuto del +3,8% a valore e del +3,1% a volume in un solo anno. Non un fenomeno di nicchia, dunque. Una tendenza strutturale del largo consumo italiano — e il settore ittico è chiamato a leggerla con attenzione.
Il consumatore legge. Davvero
Prima di entrare nel merito, vale la pena fermarsi su un dato generale che ribalta molti luoghi comuni. Secondo la ricerca GS1 Italy, a cui facciamo riferimento, il 96% degli italiani legge le etichette. E nel 76% dei casi le informazioni presenti sulla confezione influenzano direttamente la decisione di acquisto. L’etichetta è diventata uno spazio competitivo a tutti gli effetti.
Per il mondo del pesce confezionato questo ha un significato preciso. La provenienza è tra le informazioni che i consumatori vogliono continuare a trovare stampate in modo chiaro e immediato: la cita il 79% degli intervistati. In un settore dove origine, specie, metodo di pesca e zona di cattura incidono direttamente sulla percezione del valore — e sulla fiducia — questo dato non può essere trattato come un dettaglio amministrativo.
“Artigianale”: il tonno sott’olio tra i protagonisti
Uno dei claim più interessanti dell’Osservatorio Immagino è “artigianale“: 794 prodotti, 184 milioni di euro di fatturato, crescita del +15,5% a valore e del +15,8% a volume. Tra le categorie più dinamiche, il dossier cita esplicitamente il tonno sott’olio, insieme a pizze surgelate, patatine, birre e pasta fresca ripiena. Un segnale chiaro: anche davanti a uno scaffale di prodotti confezionati, il consumatore cerca e premia il richiamo a un sapere produttivo riconoscibile.
“Lavorato a mano”: qui le conserve ittiche sono protagoniste
Il claim “lavorato a mano” è quello in cui il mondo ittico emerge con più nettezza dai dati. Con 332 referenze ha raggiunto 194 milioni di euro di sell-out, crescendo del +14,1% a valore e del +11,3% a volume. A trainare questa performance sono stati, tra gli altri, proprio tonno sott’olio, tonno al naturale e altre conserve di pesce. Il richiamo alla manualità, in questo contesto, non suona come formula retorica: funziona come linguaggio commerciale capace di trasferire autenticità e cura del processo direttamente a scaffale.
La filiera raccontata bene vale quasi 2 miliardi
Il claim più diffuso dell’intero paniere è “filiera“: presente su 2.790 prodotti, sfiora i 2 miliardi di euro di vendite con una crescita del +2,6% a valore e del +1,8% a volume. Il dato più interessante è che in questo caso è soprattutto la domanda a crescere, mentre l’offerta resta stabile. Il dossier precisa che le categorie in maggiore espansione non appartengono in prevalenza al comparto ittico — ma il segnale rimane centrale anche per chi produce e commercializza pesce.
La tracciabilità è già un obbligo normativo per molte referenze ittiche: ma raccontarla bene in etichetta può trasformarla da adempimento burocratico a vantaggio competitivo concreto. Chi pesca, chi trasforma e chi confeziona ha spesso una storia di filiera più solida e verificabile di altri comparti: il punto è imparare a comunicarla.
Un settore ancora parzialmente esplorato
Va tenuto presente un elemento metodologico importante. L’Osservatorio Immagino segnala che la copertura del reparto ittico confezionato nell’analisi è oggi pari al 69%, inferiore rispetto ad altri comparti del largo consumo. I segnali emersi sono già rilevanti, ma potrebbero sottostimare un fenomeno destinato a risultare ancora più significativo man mano che la base osservata si allarga.
La lezione che arriva da questi dati è in fondo semplice. Nel food contemporaneo la tradizione funziona quando è tradotta in prova concreta di qualità. Per il settore ittico questo significa investire nella capacità di raccontare — in modo chiaro, credibile e immediato — filiera, provenienza, modalità di lavorazione e identità del prodotto.
Non basta più essere buoni. Bisogna essere leggibili.
Per il consumatore italiano, parole come “artigianale”, “lavorato a mano” e “filiera” non sono dettagli lessicali su una confezione: sono scorciatoie di fiducia. E la fiducia, come sanno bene tutti gli operatori del settore, è la materia prima più difficile da trovare — e la più preziosa da conservare.
