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Home Acquacoltura

Il paradosso dell’acquacoltura: nutrire pesci con altri pesci

L'acquacoltura tra promesse di sostenibilità e paradossi ecologici: nutrire i pesci allevati con farina di pesce alimenta un ciclo insostenibile, ma le alternative esistono e possono spezzare la dipendenza dai piccoli pesci pelagici

Gaspare Bilardello by Gaspare Bilardello
11 Aprile 2025
in Acquacoltura, News, Sostenibilità
Il paradosso dell'acquacoltura: nutrire pesci con altri pesci

Il paradosso dell'acquacoltura: nutrire pesci con altri pesci

Il paradosso dell’acquacoltura: nutrire pesci con altri pesci – L’acquacoltura, spesso presentata come una soluzione sostenibile per soddisfare la crescente domanda globale di proteine animali, nasconde un’incongruenza difficile da ignorare: per allevare pesci, si uccidono altri pesci.
Un ciclo alimentare che si morde la coda!
Molte specie ittiche allevate, come salmone, spigola, orata, trota, carpa, sono carnivore. Il loro nutrimento principale nei sistemi di acquacoltura intensiva consiste in farina di pesce e olio di pesce, derivati dalla pesca di piccoli pesci pelagici come acciughe, sardine e sgombri. In pratica, si pescano grandi quantità di pesce selvatico per trasformarle in mangime destinato ad altri pesci, chiusi in vasche o gabbie.

Questo approccio comporta diversi problemi:

  • Sfruttamento eccessivo dei mari. Si stima che circa un terzo della pesca globale sia destinata alla produzione di farina e olio di pesce. Questo impatta negativamente sugli ecosistemi marini e sulle comunità costiere che dipendono da quei pesci per la propria alimentazione.
  • Inefficienza energetica. Servono da 2 a 5 kg di pesce selvatico per produrre 1 kg di pesce allevato (a seconda della specie). Il fattore di conversione aumenta drasticamente per esempio per l’accrescimento dei tonni in gabbia. È questo un sistema contrario ai principi dell’economia circolare e della sostenibilità.
  • Dipendenza da una risorsa limitata. Le popolazioni di pesce selvatico non sono infinite. Continuare a far affidamento su questo tipo di alimentazione compromette seriamente l’ecosistema.

Promuovere l’acquacoltura come “sostenibile” in questo contesto appare quasi contraddittorio.
Fortunatamente, la ricerca sta offrendo diverse soluzioni innovative per superare questa dipendenza come, per esempio mangimi a base vegetale: soia, alghe, microalghe e altri ingredienti vegetali sono già utilizzati in parte per sostituire la farina di pesce. Alcuni studi mostrano buoni risultati in termini di crescita e salute dei pesci, anche se resta da migliorare il profilo degli acidi grassi polinsaturi omega-3. (DHA, EPA)
Altro mangime deriva dagli insetti come le larve di mosca e altri che possono essere allevati e trasformati in proteine animali ad alto valore nutritivo. Sono già utilizzati in alcuni mangimi sperimentali, con buoni risultati.
Ma anche il riciclo dei sottoprodotti della pesca come gli scarti e residui dell’industria ittica i quali possono essere trasformati in mangimi, riducendo lo spreco e la necessità di pescare ulteriormente.

Un passo avanti si sta ottenendo con l’acquacoltura integrata multitrofica (IMTA), ovvero un sistema in cui specie diverse coesistono in modo simbiotico (es. pesci, molluschi, alghe) permettono di riutilizzare i nutrienti presenti nell’ambiente e ridurre l’impatto ambientale complessivo.
Il sistema attuale dell’acquacoltura è però prevalentemente basato sul nutrire i pesci con altri pesci, e ciò un è paradosso ecologico. Se vogliamo davvero che l’allevamento ittico sia parte della soluzione globale per una dieta sostenibile, dobbiamo rompere questo circolo vizioso. La buona notizia è che le alternative esistono: serve volontà politica, investimenti nella ricerca e una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori.

Il paradosso dell’acquacoltura: nutrire pesci con altri pesci

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